Il colesterolo è una sostanza essenziale per il corretto funzionamento dell’organismo. Tuttavia, quando i suoi livelli nel sangue diventano troppo elevati, può trasformarsi in uno dei principali fattori di rischio per la salute cardiovascolare. Il problema è che l’ipercolesterolemia non dà segnali evidenti. Per anni può restare silente, mentre all’interno delle arterie si accumulano depositi che ne riducono progressivamente il calibro e favoriscono lo sviluppo dell’aterosclerosi.
È un processo lento e spesso invisibile che aumenta il rischio di infarto, ictus e altre malattie cardiovascolari. Proprio per questo controllare periodicamente i valori del colesterolo, comprenderne il significato e intervenire tempestivamente quando necessario rappresentano gli strumenti più efficaci per proteggere la salute nel lungo periodo.
Che cos’è il colesterolo
«Il colesterolo è una sostanza lipidica, cioè appartenente alla famiglia dei grassi, presente in tutte le cellule dell’organismo», spiega il dottor Giuseppe Musumeci, direttore di Cardiologia presso l’Azienda Ospedaliera Ordine Mauriziano di Torino. «Viene prodotto soprattutto dal fegato, ma anche altri tessuti contribuiscono alla sua sintesi. Una parte arriva inoltre dall’alimentazione, attraverso cibi di origine animale come carne, uova, latte e derivati».
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il colesterolo non è una sostanza da eliminare completamente. Il nostro organismo ne ha bisogno per svolgere numerose funzioni essenziali:
- Partecipa alla costruzione delle membrane cellulari, contribuendo a mantenerne la struttura e le proprietà;
- è indispensabile per produrre alcuni ormoni, tra cui quelli steroidei;
- interviene nella sintesi della vitamina D e rappresenta una materia prima per la formazione degli acidi biliari, necessari per digerire e assorbire i grassi introdotti con il cibo.
Il problema nasce quando il colesterolo circola nel sangue in quantità eccessive, soprattutto sotto forma di lipoproteine a bassa densità, le cosiddette LDL. «Queste particelle possono penetrare nella parete delle arterie e contribuire alla formazione delle placche aterosclerotiche», descrive il dottor Musumeci. «Con il tempo, questi depositi possono restringere i vasi sanguigni oppure diventare instabili e rompersi, favorendo la formazione di un coagulo che ostacola la circolazione».
Se questo meccanismo interessa le arterie coronarie, che portano il sangue al cuore, può provocare un infarto. Se coinvolge le arterie che irrorano il cervello, può causare un ictus ischemico. Quando riguarda le arterie degli arti inferiori, può invece determinare dolore durante la camminata e altri disturbi della circolazione.
Colesterolo buono e colesterolo cattivo: qual è la differenza?
Siccome il colesterolo è una sostanza grassa e non si scioglie liberamente nel sangue, per essere trasportato ha bisogno di particelle chiamate lipoproteine. La distinzione tra colesterolo buono e cattivo deriva proprio dal tipo di particella che lo trasporta.
Le LDL, acronimo di Low-Density Lipoproteins, distribuiscono il colesterolo ai tessuti. Quando sono presenti in eccesso, favoriscono l’accumulo di colesterolo nella parete arteriosa e contribuiscono allo sviluppo dell’aterosclerosi. Per questo il colesterolo LDL viene comunemente definito “cattivo” e rappresenta uno dei principali obiettivi delle terapie preventive.
Le HDL, cioè le High-Density Lipoproteins, partecipano, invece, al trasporto inverso del colesterolo, raccogliendolo da alcuni tessuti e riportandolo al fegato, dove può essere riutilizzato o eliminato attraverso la bile. Questa funzione ha contribuito alla definizione di colesterolo “buono”.
«La distinzione è utile per comprendere gli esami del sangue, ma non bisogna interpretarla in modo troppo semplicistico», tiene a precisare il dottor Musumeci. «Un valore elevato di HDL non annulla automaticamente i rischi associati a un LDL alto, così come aumentare artificialmente le HDL non garantisce di prevenire infarti e ictus. L’obiettivo principale è ridurre il colesterolo LDL quando necessario, considerando il rischio cardiovascolare complessivo».
«Un valore elevato di HDL non annulla automaticamente i rischi associati a un LDL alto»
Quali sono gli esami da fare e come leggerli
Per valutare i livelli di colesterolo è sufficiente un semplice prelievo di sangue che permette di eseguire il cosiddetto profilo lipidico. L’esame misura normalmente il colesterolo totale, il colesterolo HDL e i trigliceridi; il valore di LDL può essere calcolato attraverso formule specifiche oppure misurato direttamente, soprattutto in presenza di trigliceridi elevati o particolari condizioni cliniche.
«Questi esami possono essere richiesti nell’ambito di un controllo periodico, in presenza di fattori di rischio cardiovascolare oppure per monitorare l’efficacia di cambiamenti nello stile di vita o di una terapia farmacologica», spiega il dottor Musumeci. «La periodicità dei controlli va personalizzata: una persona con valori nella norma e un basso rischio cardiovascolare può effettuare verifiche più distanziate nel tempo, mentre chi soffre di diabete, assume farmaci per il colesterolo o ha già avuto eventi cardiovascolari necessita generalmente di un monitoraggio più frequente».
Colesterolo totale
Il colesterolo totale rappresenta la quantità complessiva di colesterolo trasportato dalle diverse lipoproteine presenti nel sangue. Negli adulti senza particolari condizioni cliniche, un valore inferiore a 190 mg/dL viene generalmente considerato desiderabile.
Questo dato, però, non basta per stabilire se una persona sia al sicuro. Un colesterolo totale apparentemente soddisfacente può nascondere un LDL superiore all’obiettivo raccomandato, mentre un totale più elevato può essere influenzato anche da un HDL alto. Per interpretare correttamente il risultato è quindi necessario esaminare le singole frazioni e valutare gli altri fattori di rischio.
Colesterolo “cattivo” LDL
L’LDL, il colesterolo “cattivo”, è il parametro più importante nella maggior parte delle strategie di prevenzione cardiovascolare. Più a lungo il sangue è esposto a concentrazioni elevate di particelle LDL, maggiore può essere il rischio di sviluppare aterosclerosi.
Non esiste un unico valore ottimale valido per tutti. «Gli obiettivi europei utilizzati nella pratica clinica sono generalmente inferiori a 116 mg/dL per le persone a basso rischio, inferiori a 100 mg/dL per quelle a rischio moderato, inferiori a 70 mg/dL per quelle ad alto rischio e inferiori a 55 mg/dL per quelle a rischio molto alto», riassume il dottor Musumeci. «In determinate circostanze, come un secondo evento vascolare nonostante la terapia, lo specialista può valutare obiettivi ancora più stringenti».
Questi numeri sono obiettivi orientativi da interpretare nel contesto clinico, non soglie universali oltre le quali iniziare automaticamente un farmaco. La decisione dipende anche dal valore iniziale, dall’età, dalle patologie concomitanti e dai benefici attesi dal trattamento.
- Basso rischio: < 116 mg/dL
- Rischio moderato: < 100 mg/dL
- Rischio alto: < 70 mg/dL
- Rischio molto alto: < 55 mg/dL
Colesterolo “buono” HDL
L’HDL viene generalmente considerato basso quando è inferiore a circa 40 mg/dL negli uomini e a 50 mg/dL nelle donne, anche se l’interpretazione deve seguire il riferimento del laboratorio e il contesto clinico.
Un valore basso può accompagnarsi a sedentarietà, sovrappeso, fumo, insulino-resistenza e trigliceridi elevati. L’attività fisica regolare, la riduzione del peso in eccesso quando necessaria e l’abolizione del fumo possono contribuire a migliorare il profilo lipidico.
Non è però corretto considerare l’HDL un semplice antidoto all’LDL: il suo valore deve essere interpretato insieme agli altri parametri, senza cercare di aumentarlo con integratori o altri interventi non dimostrati.
Trigliceridi
I trigliceridi sono un’altra forma di grasso presente nel sangue. Costituiscono una riserva energetica, ma quando aumentano possono accompagnarsi a un profilo metabolico sfavorevole e a un rischio cardiovascolare maggiore. Negli adulti, valori inferiori a 150 mg/dL sono generalmente considerati desiderabili a digiuno.
Possono aumentare in presenza di eccesso di peso, diabete non controllato, consumo elevato di alcol, alimentazione ricca di zuccheri semplici e alcune malattie o terapie farmacologiche. Quando sono molto elevati, aumenta anche il rischio di pancreatite, una condizione che richiede una valutazione medica tempestiva.
Lipoproteina(a): il fattore di rischio spesso trascurato
La lipoproteina(a), indicata come Lp(a), è una particella simile alle LDL a cui è legata una proteina chiamata apolipoproteina(a). Una sua concentrazione elevata è associata a un maggiore rischio di malattie cardiovascolari aterosclerotiche e di stenosi della valvola aortica.
«Il livello di Lp(a) è determinato in larga misura dalla genetica e risente relativamente poco dell’alimentazione o dell’attività fisica», sottolinea il dottor Musumeci. «Per questo una persona può avere un profilo lipidico apparentemente buono e presentare comunque un fattore di rischio ereditario non ancora identificato».
Le raccomandazioni europee aggiornate suggeriscono di considerare la misurazione della Lp(a) almeno una volta nella vita adulta, soprattutto in presenza di familiarità per infarti o ictus precoci, ipercolesterolemia familiare o rischio cardiovascolare non facilmente spiegabile. Un valore superiore a 50 mg/dL, equivalente approssimativamente a 105 nmol/L, è considerato un fattore che può aumentare il rischio.
L’esame si effettua con un prelievo di sangue e non richiede generalmente controlli frequenti, perché i livelli tendono a rimanere relativamente stabili nel corso della vita. Un risultato elevato non significa che un evento cardiovascolare sia inevitabile, ma può suggerire l’opportunità di controllare con particolare attenzione gli altri fattori di rischio e di discutere con il medico il livello di LDL più adatto da raggiungere.
| Parametro | Che cos’è e qual è il suo ruolo | Valore / Obiettivo |
| LDL (colesterolo “cattivo”) | Distribuisce il colesterolo ai tessuti; se in eccesso, penetra nelle arterie e forma le placche aterosclerotiche | Variabile in base al rischio cardiovascolare (da < 116 a < 55 mg/dL) |
| HDL (colesterolo “buono”) | Raccoglie il colesterolo in eccesso e lo riporta al fegato per l’eliminazione (trasporto inverso) | Desiderabile > 40 mg/dL negli uomini e > 50 mg/dL nelle donne |
| Trigliceridi | Grassi usati come riserva energetica dall’organismo; se alti, aumentano il rischio metabolico e cardiovascolare | Desiderabile < 150 mg/dL a digiuno |
| Lipoproteina(a) – Lp(a) | Particella simile alle LDL con natura in gran parte genetica; un suo valore alto aumenta il rischio di aterosclerosi e stenosi aortica | Desiderabile < 50 mg/dL (da misurare almeno una volta nella vita) |
Come si calcola il colesterolo LDL
Il colesterolo LDL può essere determinato direttamente in laboratorio oppure stimato mediante formule matematiche che utilizzano i valori del profilo lipidico. Una delle formule tradizionalmente utilizzate è quella di Friedewald, che permette di ottenere una stima dell’LDL a partire da colesterolo totale, HDL e trigliceridi.
La formula, espressa in mg/dL, è: LDL = colesterolo totale − HDL − (trigliceridi / 5).
Per esempio, con colesterolo totale di 210 mg/dL, HDL di 50 mg/dL e trigliceridi di 100 mg/dL, il calcolo è: 210 − 50 − (100 / 5), cioè 210 − 50 − 20. L’LDL stimato è quindi pari a 140 mg/dL.
Il risultato è una stima, non una misurazione diretta. La formula è meno affidabile quando i trigliceridi sono elevati e non deve essere utilizzata quando raggiungono o superano 400 mg/dL. Anche a concentrazioni inferiori può perdere precisione, soprattutto quando l’LDL è molto basso. I laboratori possono quindi utilizzare formule più recenti, come quelle di Martin-Hopkins o Sampson, oppure ricorrere alla misurazione diretta quando appropriato.
«La produzione interna di colesterolo è indispensabile»
Il colesterolo endogeno prodotto dall’organismo
Quando si parla di colesterolo, si tende a pensare soprattutto agli alimenti. In realtà, una parte consistente del colesterolo presente nell’organismo viene prodotta direttamente dalle cellule, soprattutto da quelle del fegato. Questa quota è chiamata colesterolo endogeno, mentre quella introdotta con gli alimenti viene definita esogena.
«La produzione interna è indispensabile», racconta il dottor Musumeci. «È soprattutto il fegato a regolarne la sintesi in base alle necessità dell’organismo e alla disponibilità di colesterolo proveniente dall’alimentazione e dal riassorbimento intestinale».
Quando questo equilibrio si altera, i livelli nel sangue possono aumentare. Una predisposizione genetica può rendere il fegato meno efficiente nel rimuovere le LDL dalla circolazione oppure favorire una produzione eccessiva di lipoproteine. Un esempio è l’ipercolesterolemia familiare, una condizione ereditaria che può provocare valori molto elevati fin dall’infanzia e aumentare il rischio cardiovascolare precoce.

Quando i valori di colesterolo sono preoccupanti
Un valore di colesterolo è preoccupante quando risulta elevato rispetto all’obiettivo appropriato per la persona e al suo rischio cardiovascolare. Non basta quindi confrontare il risultato con un limite generico: è necessario capire se siano presenti altri elementi che aumentano la probabilità di infarto, ictus o malattia arteriosa.
Per una persona giovane, senza patologie, che non fuma e non presenta altri fattori di rischio, un LDL di 120 mg/dL può richiedere un intervento sullo stile di vita e una valutazione complessiva. Per chi ha già avuto un infarto, invece, lo stesso valore sarebbe decisamente superiore all’obiettivo terapeutico e richiederebbe una rivalutazione della cura.
La presenza di diabete, malattia renale cronica, ipertensione, fumo, obesità addominale o familiarità per eventi cardiovascolari precoci può modificare in modo significativo il giudizio sul risultato. Anche una Lp(a) elevata o la presenza documentata di placche aterosclerotiche possono far considerare più elevato il rischio.
Un LDL pari o superiore a 190 mg/dL nell’adulto merita particolare attenzione, perché può essere indicativo di una grave ipercolesterolemia e, in alcuni casi, di una forma familiare. È opportuno rivolgersi al medico senza rimandare la valutazione, soprattutto se in famiglia si sono verificati infarti o ictus in età relativamente giovane.
Le cause del colesterolo alto: perché aumenta nel sangue
L’ipercolesterolemia può avere diverse cause, che spesso si sommano tra loro. In alcune persone prevalgono le abitudini alimentari e la sedentarietà; in altre incidono soprattutto la predisposizione genetica, l’età o la presenza di malattie che alterano il metabolismo dei grassi.
L’alimentazione può influenzare il profilo lipidico soprattutto attraverso la quantità e il tipo di grassi assunti. Un consumo frequente di grassi saturi, presenti in quantità importanti in burro, panna, carni grasse, salumi e alcuni prodotti industriali, può aumentare il colesterolo LDL. Persino alcuni grassi trans, presenti in determinati alimenti industriali o prodotti ottenuti con grassi parzialmente idrogenati, hanno effetti sfavorevoli.
Anche la sedentarietà, il sovrappeso e soprattutto l’accumulo di grasso addominale possono accompagnarsi a un peggioramento del metabolismo lipidico, con trigliceridi più elevati, HDL più basso e, in alcune persone, un aumento delle particelle LDL più aterogene. Il fumo di sigaretta, inoltre, danneggia i vasi sanguigni e accresce il rischio cardiovascolare complessivo, anche quando il suo effetto sul singolo valore di LDL non è predominante.
Tra le cause mediche figurano invece l’ipotiroidismo, alcune malattie renali ed epatiche, il diabete non controllato e determinate condizioni ormonali. Anche alcuni farmaci possono influenzare i livelli dei lipidi: se il colesterolo aumenta dopo l’inizio di una terapia, è opportuno parlarne con il medico, senza sospendere autonomamente i medicinali.
Infine, esistono forme ereditarie di ipercolesterolemia. In questi casi il colesterolo può essere alto anche in persone che mangiano correttamente, fanno movimento e non presentano eccesso di peso. Una storia familiare di colesterolo molto elevato o di eventi cardiovascolari precoci è quindi un elemento importante da riferire durante la visita.
I sintomi del colesterolo alto
Di solito, il colesterolo alto non provoca sintomi riconoscibili. Questa caratteristica rende l’ipercolesterolemia particolarmente insidiosa. Una persona può condurre la propria vita senza alcun disturbo mentre, lentamente, le particelle LDL contribuiscono alla formazione di placche nelle arterie. Il problema può emergere soltanto quando la malattia vascolare è già avanzata o quando si verifica un evento acuto.
«In alcune forme ereditarie, soprattutto quando i valori sono molto elevati, possono comparire segni fisici come xantomi tendinei, cioè depositi di colesterolo nei tendini, oppure xantelasmi, piccole formazioni giallastre sulle palpebre», riferisce l’esperto. «Un anello biancastro intorno alla cornea può comparire anche in persone sane con l’avanzare dell’età, mentre la sua presenza in un giovane può richiedere ulteriori valutazioni. Questi segni non sono presenti nella maggioranza delle persone con colesterolo alto e non bastano da soli per formulare una diagnosi».
Dolore al petto, difficoltà respiratoria improvvisa, debolezza di un lato del corpo o difficoltà nel parlare non sono invece sintomi specifici dell’ipercolesterolemia: possono però indicare un’emergenza cardiovascolare o neurologica e richiedono l’intervento immediato dei soccorsi.
«L’alimentazione è uno degli strumenti più importanti per migliorare il profilo lipidico, ma non sempre basta»
Cosa mangiare: i cibi da tenere d’occhio
«L’alimentazione è uno degli strumenti più importanti per migliorare il profilo lipidico, anche se non sempre basta a correggere un’ipercolesterolemia importante», ammette il dottor Musumeci. «Il risultato dipende sia dalla qualità complessiva della dieta sia dalla predisposizione individuale e dalle altre cause che possono influenzare la produzione e la rimozione del colesterolo».
Il primo obiettivo è limitare i grassi saturi e sostituirli, quando possibile, con grassi insaturi. È quindi utile ridurre il consumo frequente di burro, panna, lardo, carni particolarmente grasse, salumi e prodotti da forno che contengono elevate quantità di grassi saturi. Non significa che ogni singolo alimento debba essere vietato, ma che la frequenza e le porzioni devono rientrare in un’alimentazione equilibrata.
Anche i prodotti ultraprocessati meritano attenzione, soprattutto quando apportano molti grassi saturi, zuccheri, sale e calorie e vengono consumati al posto di alimenti freschi o poco lavorati. Bevande zuccherate, dolciumi, snack e grandi quantità di prodotti raffinati possono contribuire soprattutto all’aumento dei trigliceridi e del peso corporeo.
Colesterolo: l’alimentazione corretta
La dieta mediterranea è un modello utile perché privilegia verdura, frutta, legumi, cereali integrali, pesce, frutta secca e olio extravergine di oliva. I legumi, come lenticchie, ceci, fave, lupini e fagioli, forniscono fibre e proteine vegetali; l’avena e l’orzo contengono beta-glucani, fibre solubili che possono contribuire a ridurre l’assorbimento del colesterolo. Frutta e verdura aumentano l’apporto di fibre e micronutrienti e aiutano a costruire pasti più equilibrati.
La frutta secca, come noci, mandorle e nocciole, apporta grassi insaturi e può essere inserita regolarmente in porzioni moderate, preferendo quella non salata e non zuccherata. L’olio extravergine di oliva è una buona scelta per condire e cucinare al posto di grassi ricchi di saturi, pur ricordando che resta un alimento energetico e che la quantità complessiva conta.
Il pesce, soprattutto quando sostituisce carni lavorate o molto grasse, può contribuire a migliorare la qualità della dieta. Gli Omega-3 presenti al suo interno hanno un effetto particolarmente rilevante sui trigliceridi, mentre non vanno presentati come un rimedio universale per abbassare l’LDL. I crostacei? Nonostante la loro fama “a rischio”, non sono alimenti da eliminare. Le moderne evidenze scientifiche mostrano un impatto meno diretto di quanto si pensi sul colesterolo.
Anche le uova e i formaggi non devono essere considerati alimenti sempre proibiti. Le uova contengono colesterolo alimentare, ma il loro effetto sul profilo lipidico varia da persona a persona e dipende dall’alimentazione complessiva. Per i formaggi contano soprattutto la frequenza, le porzioni e il contenuto di grassi saturi. È più utile costruire una dieta equilibrata che eliminare indiscriminatamente intere categorie di alimenti.

Colesterolo: il ruolo dell’attività fisica
«L’attività fisica completa il lavoro svolto a tavola», ricorda l’esperto. «Camminare a passo sostenuto, andare in bicicletta, nuotare o svolgere altre attività aerobiche con regolarità aiutano a migliorare la salute cardiovascolare, a controllare il peso e a favorire un profilo metabolico più sano. Per molti adulti, un obiettivo ragionevole è raggiungere almeno 150 minuti settimanali di attività moderata, adattando il programma alle proprie condizioni e alle indicazioni del medico».
Smettere di fumare, limitare l’alcol, dormire adeguatamente e controllare pressione e glicemia sono altri elementi della prevenzione. Non esiste però una combinazione di alimenti o abitudini che garantisca da sola di normalizzare qualsiasi valore: se il rischio è elevato, le modifiche dello stile di vita devono essere affiancate dalla terapia quando indicata.
Come si cura il colesterolo alto
La cura dell’ipercolesterolemia ha un obiettivo preciso: ridurre il rischio di infarto, ictus e altre complicanze cardiovascolari, non semplicemente ottenere un numero più basso nelle analisi. Per scegliere il trattamento, il medico valuta il valore iniziale di LDL, il rischio complessivo, le malattie presenti, l’eventuale storia di eventi cardiovascolari, la familiarità e la risposta alle misure non farmacologiche.
Per chi presenta un rischio basso o moderato, il primo intervento può consistere nel migliorare l’alimentazione, aumentare il movimento e correggere eventuali cause reversibili. Se l’LDL resta superiore all’obiettivo, oppure se il rischio è elevato fin dall’inizio, può essere opportuno iniziare o intensificare una terapia farmacologica.
Le statine sono generalmente il trattamento di riferimento perché riducono l’LDL e hanno dimostrato di diminuire il rischio di eventi cardiovascolari; a queste va quasi sempre aggiunto un altro farmaco orale l’ezetimibe (statine ed ezetimibe sono disponibili in combinazione fissa all’interno della stessa capsula o compressa) ed a questi talvolta su può aggiungere un farmaco iniettivo come gli inibitori di PCSK9 in forma di anticorpi monoclonali (evolocumab o alirocumab) che si somministrano ogni 14 giorni o l’inclisiran a somministrazione semestrale, in base alle caratteristiche del paziente e alla riduzione di LDL necessaria.
Una volta iniziata, la terapia deve essere seguita con regolarità. Il miglioramento degli esami non significa che il problema sia scomparso: spesso è proprio il trattamento a mantenere bassi i valori. Sospendere i farmaci senza consultare il medico può far risalire il colesterolo e ridurre la protezione ottenuta.
Le statine
Le statine sono farmaci che riducono la produzione di colesterolo nel fegato bloccando un enzima coinvolto nella sua sintesi. In risposta, il fegato aumenta la capacità di rimuovere le LDL dal sangue, determinando una riduzione della loro concentrazione.
Sono utilizzate da molti anni e rappresentano una delle terapie più studiate per la prevenzione cardiovascolare. Il beneficio è particolarmente importante nelle persone che hanno già avuto un infarto o un ictus ischemico, ma possono essere indicate anche in prevenzione primaria quando il rischio complessivo è sufficientemente elevato.
Come tutti i farmaci, possono causare effetti indesiderati. «Alcune persone riferiscono dolori, crampi o debolezza muscolare; più raramente possono verificarsi alterazioni significative degli enzimi muscolari o problemi epatici», riferisce il dottor Musumeci. «Un lieve aumento della glicemia e un modesto incremento del rischio di diabete sono possibili in persone predisposte, ma nei pazienti che hanno un’indicazione appropriata i benefici cardiovascolari generalmente superano questi rischi».
Se compaiono disturbi muscolari, non bisogna concludere automaticamente che siano causati dalla statina, né ignorarli. Il medico può valutare il momento d’insorgenza, gli altri farmaci assunti, eventuali interazioni e la necessità di esami del sangue. In alcuni casi è sufficiente modificare la dose, cambiare molecola o adottare uno schema diverso; in altri si può associare un farmaco non statinico o scegliere un’alternativa.
È importante non sospendere autonomamente il trattamento. Anche chi si sente bene e ottiene valori normali deve continuare a seguire le indicazioni ricevute, perché il beneficio dipende dalla riduzione mantenuta nel tempo dell’esposizione alle LDL.
Il vaccino contro il colesterolo: cosa c’è di vero?
L’espressione “vaccino contro il colesterolo” viene talvolta utilizzata per descrivere nuove strategie che puntano a ridurre stabilmente la quantità di colesterolo LDL nel sangue. Una delle terapie innovative già utilizzate è l’inclisiran, un farmaco a RNA interferente che agisce nelle cellule del fegato riducendo la produzione della proteina PCSK9. Questa proteina favorisce la degradazione dei recettori epatici che rimuovono le LDL dal sangue. Riducendone la produzione, l’inclisiran permette al fegato di recuperare più colesterolo dalla circolazione.
Il farmaco viene somministrato mediante iniezione sottocutanea: dopo la prima dose, una seconda viene generalmente effettuata a tre mesi, quindi le somministrazioni successive avvengono ogni sei mesi. Può ridurre l’LDL in misura importante, ma la scelta dipende dalle indicazioni autorizzate, dalla situazione clinica e dalla valutazione specialistica.
L’inclisiran non è un vaccino in senso stretto e non va presentato come una cura definitiva capace di eliminare per sempre il problema. È una terapia farmacologica che agisce su un meccanismo specifico del metabolismo del colesterolo.
Sono, inoltre, allo studio vaccini sperimentali che mirano a stimolare il sistema immunitario del paziente a produrre autonomamente anticorpi a lungo termine per neutralizzare la proteina PCSK9, deputata alla distruzione dei recettori epatici del colesterolo LDL. Il loro obiettivo è ottenere una risposta prolungata con meno somministrazioni, ma efficacia, sicurezza e durata dell’effetto devono essere dimostrate attraverso studi clinici adeguati.
Anche le terapie sperimentali dirette contro la lipoproteina(a) sono oggetto di ricerca. Alcune molecole sono in grado di ridurne notevolmente i livelli, ma dimostrare che un farmaco abbassa un valore di laboratorio non equivale automaticamente a dimostrare che prevenga infarti e ictus. Per questo occorrono studi sugli esiti clinici e una valutazione delle autorizzazioni effettivamente disponibili.
Le alternative naturali
Quando il colesterolo è alto, molte persone cercano una soluzione naturale per evitare i farmaci. La strategia naturale più affidabile è un cambiamento complessivo dello stile di vita: ridurre i grassi saturi, sostituirli con grassi insaturi, aumentare le fibre solubili, consumare regolarmente legumi, cereali integrali, frutta e verdura, praticare attività fisica e mantenere un peso adeguato.
Alcuni alimenti possono contribuire concretamente alla riduzione dell’LDL. Le fibre solubili dell’avena, dell’orzo e dei legumi ne sono un esempio. Anche i fitosteroli, presenti naturalmente in alcuni alimenti vegetali e aggiunti a determinati prodotti fortificati, possono ridurre l’assorbimento intestinale del colesterolo. Il beneficio dipende dalla quantità assunta e dalla regolarità del consumo, ma non sostituisce le terapie quando sono necessarie.
Il riso rosso fermentato richiede invece particolare prudenza. «Contiene monacolina K, una sostanza farmacologicamente simile alla lovastatina, una sostanza con attività simile a quella di una statina, che può provocare effetti indesiderati muscolari ed epatici e interagire con altri farmaci», avverte il cardiologo.
Anche bergamotto, aglio, resveratrolo, lecitina di soia e altri ingredienti sono proposti per migliorare il profilo lipidico, ma le prove sull’efficacia e soprattutto sulla prevenzione degli eventi cardiovascolari sono variabili e spesso insufficienti.
Un altro punto fondamentale è che i rimedi naturali non devono ritardare una terapia necessaria. In una persona che ha già avuto un infarto, presenta un LDL molto elevato o ha un rischio cardiovascolare alto, una riduzione modesta ottenuta con l’alimentazione potrebbe non essere sufficiente. Il medico può indicare come integrare le misure non farmacologiche con i trattamenti più efficaci.
FAQ: le domande più frequenti sul colesterolo
1. Quando i valori del colesterolo sono preoccupanti?
Non esiste un solo valore valido per tutti. Un LDL superiore a 116 mg/dL può essere oltre l’obiettivo desiderabile per una persona a basso rischio, mentre chi ha già avuto un infarto o un ictus deve generalmente puntare a valori molto più bassi, spesso inferiori a 55 mg/dL.
Un LDL pari o superiore a 190 mg/dL richiede una valutazione medica approfondita, anche per escludere una forma ereditaria. È importante considerare anche diabete, pressione alta, fumo, malattie renali, familiarità e lipoproteina(a). Il risultato delle analisi va quindi interpretato insieme al medico, che può stabilire se siano sufficienti modifiche dello stile di vita oppure se sia indicato un trattamento farmacologico.
2. Che cosa non si deve mangiare se si ha il colesterolo alto?
Non esiste una lista universale di alimenti proibiti. È però consigliabile limitare il consumo frequente di burro, panna, lardo, carni grasse, salumi e prodotti industriali ricchi di grassi saturi. Anche gli alimenti molto calorici, i dolci e le bevande zuccherate meritano attenzione, soprattutto quando favoriscono l’aumento di peso e dei trigliceridi.
È utile sostituire parte dei grassi saturi con olio extravergine di oliva, frutta secca e altri alimenti ricchi di grassi insaturi. Non è necessario eliminare automaticamente uova e formaggi, ma occorre valutare le porzioni, la frequenza e l’equilibrio complessivo della dieta.
3. Ci sono cibi che possono abbassare il colesterolo?
Sì, alcuni alimenti possono contribuire a ridurre l’LDL, soprattutto se inseriti con regolarità in un’alimentazione equilibrata. Tra i più utili ci sono avena, orzo, legumi, frutta, verdura e alcuni prodotti contenenti fitosteroli. Le fibre solubili aiutano a ridurre l’assorbimento del colesterolo e a favorirne l’eliminazione.
4. È possibile abbassare il colesterolo senza farmaci?
In alcuni casi sì, soprattutto quando l’aumento è lieve e il rischio cardiovascolare complessivo è basso. Un’alimentazione equilibrata, l’attività fisica regolare, la riduzione del peso in eccesso e l’abolizione del fumo possono migliorare il profilo lipidico.
Quando il LDL è molto elevato, esiste una forma familiare di ipercolesterolemia o il rischio cardiovascolare è alto, le sole modifiche dello stile di vita potrebbero non bastare. In queste situazioni i farmaci possono essere essenziali e devono essere valutati senza pregiudizi.
5. Il colesterolo alto provoca stanchezza o mal di testa?
No. L’ipercolesterolemia è asintomatica e non può essere riconosciuta sulla base di stanchezza, mal di testa o altri disturbi generici. Per conoscere i valori è necessario effettuare un esame del sangue.
6. Ogni quanto bisogna controllare il colesterolo?
La frequenza dipende dall’età, dai risultati precedenti, dalla presenza di fattori di rischio e dall’eventuale terapia. Chi ha valori elevati o assume farmaci può aver bisogno di controlli più ravvicinati, mentre per le persone a basso rischio gli intervalli possono essere maggiori. È il medico a stabilire il calendario più appropriato.
7. Se il colesterolo torna normale, si possono sospendere le statine?
No, non senza averne discusso con il medico. I valori possono essere normali proprio grazie alla terapia e sospenderla può far risalire l’LDL. L’eventuale modifica del trattamento deve considerare il rischio cardiovascolare e i benefici ottenuti nel tempo.
8. Le statine fanno male ai muscoli?
Possono provocare disturbi muscolari in alcune persone, ma non tutti i dolori che compaiono durante la terapia sono necessariamente causati dal farmaco. Se si verificano dolore persistente, debolezza o altri sintomi, il medico può valutare gli esami necessari, modificare la dose o scegliere un trattamento alternativo. Le complicanze muscolari gravi sono rare.
9. Esiste davvero un vaccino contro il colesterolo?
Non esiste un vaccino tradizionale approvato che elimini definitivamente il colesterolo alto. Esistono farmaci innovativi, come l’inclisiran, che riducono la produzione di una proteina coinvolta nel metabolismo delle LDL e vengono somministrati a intervalli prolungati. Altre strategie, comprese quelle descritte come vaccini sperimentali, sono ancora oggetto di ricerca e non devono essere confuse con cure già disponibili.
10. Il colesterolo alto è sempre ereditario?
No. Può dipendere da alimentazione, peso, sedentarietà, alcune malattie o farmaci, ma la genetica può avere un ruolo importante. Quando i valori sono molto elevati, compaiono in giovane età o si associano a una storia familiare di eventi cardiovascolari precoci, è opportuno valutare la possibilità di un’ipercolesterolemia familiare.
11. Il colesterolo alto è più pericoloso per le donne dopo la menopausa?
La menopausa può peggiorare il profilo lipidico e modificare il rischio cardiovascolare, ma le malattie cardiovascolari possono colpire anche le donne più giovani. Il rischio dipende dall’insieme dei fattori individuali, non soltanto dall’età o dagli ormoni. Controllare periodicamente i valori e intervenire sui fattori modificabili resta importante in tutte le fasi della vita.
12. Quali sono i miti da sfatare sul colesterolo?
Uno dei miti più diffusi è che il colesterolo alto riguardi soltanto le persone anziane. In realtà, l’aterosclerosi è un processo che può iniziare molti anni prima della comparsa dei sintomi e alcune forme ereditarie di ipercolesterolemia sono presenti fin dall’infanzia.
È falso anche pensare che una persona magra, sportiva e attenta all’alimentazione non possa avere il colesterolo alto. La genetica, alcune malattie e determinati farmaci possono influenzare i valori indipendentemente dal peso corporeo e dalle abitudini.
Un altro equivoco riguarda il colesterolo buono: un HDL elevato non neutralizza automaticamente il rischio associato a un LDL troppo alto. Allo stesso modo, un colesterolo totale inferiore a 190 mg/dL non garantisce che tutte le frazioni siano nei valori desiderabili.
Infine, naturale non significa necessariamente innocuo. Alcuni integratori contengono sostanze con attività farmacologica e possono causare effetti indesiderati o interazioni. Per questo è importante non sostituire una terapia efficace con rimedi di cui non sono dimostrate la sicurezza e la capacità di prevenire eventi cardiovascolari.

