Dormire bene è fondamentale per la salute, eppure non sempre è facile individuare le cause di un riposo insufficiente. Si tende spesso ad attribuire un cattivo sonno alle preoccupazioni quotidiane, ai cambiamenti nello stile di vita o all’avanzare dell’età, trascurando un possibile fattore: i medicinali che assumiamo.
A richiamare l’attenzione su questo aspetto è stato anche il New York Times, che di recente ha dedicato un approfondimento ai farmaci in grado di interferire con il sonno. Nell’articolo, alcuni specialisti del sonno e della farmacologia clinica spiegano come medicinali prescritti per condizioni molto diverse, ma anche prodotti acquistabili senza ricetta, possano alterare il normale equilibrio tra veglia e riposo.
«Gli effetti possono manifestarsi in modi differenti», spiega la professoressa Eleonora Tobaldini, medico internista e presidente eletto della Sezione Lombardia della Società Italiana di Medicina Interna. «In alcuni casi compaiono difficoltà ad addormentarsi, risvegli frequenti o un sonno più superficiale e discontinuo. In altri, la necessità di alzarsi durante la notte interrompe il riposo, mentre alcune persone sperimentano ipersonnolenza durante il giorno. La risposta ai farmaci, inoltre, non è uguale per tutti: entrano in gioco vari fattori, tra cui il dosaggio, l’orario di assunzione, la formulazione del medicinale e la sensibilità individuale di ciascun paziente».
Ecco 7 categorie di medicinali che possono compromettere il riposo.
1. Farmaci per l’ADHD: quando l’effetto stimolante è fino a sera
I medicinali utilizzati per trattare il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) possono avere un impatto significativo sul riposo notturno, soprattutto quando appartengono alla categoria degli stimolanti. La loro azione consiste nell’aumentare la disponibilità di neurotrasmettitori come dopamina e noradrenalina, coinvolti nei meccanismi dell’attenzione, della concentrazione e della vigilanza.
È proprio questa azione a renderli efficaci nel trattamento dell’ADHD, ma anche potenzialmente problematici per chi ha già una predisposizione all’insonnia. L’organismo può infatti rimanere in uno stato di attivazione più a lungo del previsto, rendendo difficile rilassarsi e prendere sonno.
Non a caso, alcuni farmaci stimolanti vengono impiegati anche nel trattamento della narcolessia, una patologia caratterizzata da un’eccessiva sonnolenza diurna. Per limitare le interferenze con il riposo, gli specialisti suggeriscono di valutare con il medico l’orario di assunzione, che generalmente dovrebbe essere concentrato nelle prime ore della giornata. Particolare attenzione meritano le formulazioni a rilascio prolungato, i cui effetti possono persistere fino alla sera.
2. Decongestionanti e farmaci per raffreddore e allergie
Un altro gruppo di medicinali spesso sottovalutato è quello dei decongestionanti nasali assunti per contrastare raffreddore, sinusite e congestione delle vie respiratorie. Il principale indiziato è la pseudoefedrina, un principio attivo presente in diversi prodotti, che agisce restringendo i vasi sanguigni della mucosa nasale, contribuendo a ridurre il gonfiore e a liberare il passaggio dell’aria. Tuttavia, il suo effetto non si limita alle vie respiratorie: stimolando il sistema noradrenergico, può provocare una maggiore attivazione dell’organismo.
Il risultato? Sensazione di agitazione, difficoltà ad addormentarsi e, in alcune persone, palpitazioni o aumento temporaneo della pressione arteriosa. Tutti fattori che possono rendere particolarmente difficile il riposo.
Chi nota un peggioramento del sonno durante l’assunzione di questi prodotti dovrebbe parlarne con il farmacista o il medico. In alcuni casi può essere opportuno valutare formulazioni prive di pseudoefedrina oppure trattamenti locali, come determinati spray nasali che possono alleviare la congestione senza produrre gli stessi effetti sistemici. Anche in questo caso, l’orario di assunzione può fare la differenza: quando previsto dalle indicazioni del prodotto e dal parere del professionista sanitario, è preferibile evitare le ore serali.
3. Corticosteroidi e flurochinolonici
Tra i farmaci che possono disturbare il sonno c’è una categoria particolarmente importante e molto utilizzata in ambito clinico, che non trova spazio nell’elenco del New York Times: i corticosteroidi. «Si tratta di farmaci impiegati per trattare numerose condizioni infiammatorie, allergiche, autoimmuni e altre patologie», specifica la professoressa Tobaldini. «In alcune situazioni vengono prescritti anche a dosaggi elevati, per periodi più o meno prolungati. Il loro impatto sul sonno può essere significativo, soprattutto quando vengono utilizzati ad alte dosi».
I glucocorticoidi agiscono anche sul sistema nervoso centrale e possono interferire con i ritmi biologici dell’organismo, compreso il ciclo sonno-veglia. Quando somministrati in terapia, possono inoltre sopprimere la produzione endogena di cortisolo e alterarne la fisiologica secrezione giornaliera. Un’esposizione eccessiva a queste sostanze attraverso i farmaci può determinare uno stato di iperattivazione, con difficoltà ad addormentarsi e sonno frammentato. «Si tratta di un fenomeno che gli internisti conoscono bene anche nella pratica clinica quotidiana», ammette l’esperta. «Nei pazienti internistici, spesso anziani e con più patologie, i disturbi del sonno possono comparire durante una terapia corticosteroidea, soprattutto ad alte dosi, ma anche a dosaggi inferiori. Quando iniziamo un trattamento con questi farmaci, è importante informare il paziente di questa eventualità».
Non vanno dimenticati neppure alcuni antibiotici, in particolare i fluorochinoloni, una classe che comprende farmaci come ciprofloxacina e levofloxacina. «In alcuni pazienti possono comparire insonnia, ansia e agitazione», spiega la professoressa Tobaldini. «Una delle possibili spiegazioni è la loro interferenza con i recettori GABA-A, coinvolti in un sistema che aiuta a frenare l’attività del cervello. Se questo meccanismo viene alterato, il sistema nervoso può diventare più eccitabile, rendendo più difficile rilassarsi e dormire».
4. Prodotti alla nicotina per smettere di fumare
Smettere di fumare è una delle decisioni più importanti per la salute, ma il percorso può essere accompagnato da alcuni disturbi temporanei, tra cui difficoltà a dormire. Durante la fase di astinenza, infatti, l’organismo deve adattarsi alla progressiva assenza di nicotina. E proprio la nicotina, utilizzata anche nei prodotti sostitutivi per facilitare la cessazione del fumo, può influenzare i meccanismi che regolano il sonno.
Cerotti, gomme da masticare e pastiglie contenenti nicotina aiutano a ridurre il desiderio di fumare e i sintomi dell’astinenza, ma possono anche mantenere attiva una parte degli effetti stimolanti della sostanza.
La nicotina favorisce il rilascio di dopamina e noradrenalina, aumentando lo stato di vigilanza e, in alcuni casi, la frequenza cardiaca e la pressione sanguigna. Se assunta in prossimità del momento di coricarsi, può quindi contribuire a rendere più difficile l’addormentamento.
Questo non significa che sia opportuno interrompere autonomamente i trattamenti sostitutivi. Al contrario, chi riscontra problemi di sonno dovrebbe confrontarsi con il medico o con un professionista esperto nella disassuefazione dal tabacco. Potrebbe essere necessario modificare il dosaggio, la frequenza di utilizzo o la tipologia di prodotto, senza compromettere il percorso per smettere di fumare.
5. Betabloccanti: possibili interferenze con la melatonina
Un’altra categoria di farmaci che non viene citata dal New York Times è quella dei betabloccanti, medicinali utilizzati per diverse condizioni, tra cui ipertensione, alcune aritmie e altre patologie cardiache. Alcuni studi suggeriscono che possano influenzare la secrezione di melatonina, l’ormone prodotto principalmente dalla ghiandola pineale, che contribuisce a regolare il ritmo sonno-veglia e a favorire l’addormentamento.
«Non tutti i betabloccanti hanno lo stesso effetto sul sonno e non tutti i pazienti manifestano disturbi», precisa la professoressa Tobaldini. «È quindi importante valutare ogni situazione individualmente e discutere eventuali problemi con il medico, senza interrompere autonomamente una terapia cardiovascolare necessaria e potenzialmente salvavita».
6. Antidepressivi: l’effetto varia a seconda del farmaco e della persona
Anche alcuni antidepressivi possono modificare profondamente la qualità del riposo. È un aspetto importante, perché questi medicinali sono assunti spesso per periodi prolungati e i loro effetti sul sonno possono variare sensibilmente da una persona all’altra.
Tra le categorie più diffuse ci sono gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI), come fluoxetina e sertralina, e gli inibitori della ricaptazione della serotonina e noradrenalina, come duloxetina e venlafaxina. Questi farmaci agiscono sui sistemi neurochimici coinvolti nella regolazione dell’umore, ma possono influenzare anche i meccanismi che governano il ciclo sonno-veglia.
Alcune persone sperimentano una maggiore attivazione, con difficoltà ad addormentarsi o risvegli notturni. Altre, invece, possono avvertire stanchezza e sonnolenza durante il giorno. Non esiste quindi una risposta univoca: molto dipende dalla molecola utilizzata e dalla risposta individuale.
Un’attenzione particolare merita anche il bupropione, un antidepressivo che, per le sue caratteristiche farmacologiche, può avere un effetto attivante e rendere più difficile il riposo in alcuni pazienti.
Quando compaiono disturbi del sonno, il medico può valutare un diverso orario di assunzione, un aggiustamento del dosaggio o, se necessario, un’alternativa terapeutica. È fondamentale, però, non sospendere né modificare autonomamente un antidepressivo: un’interruzione improvvisa può comportare conseguenze importanti.
7. Diuretici: quando la minzione notturna disturba il sonno
I diuretici sono farmaci molto utilizzati per trattare l’ipertensione arteriosa, l’insufficienza cardiaca e alcune patologie renali ed epatiche. A differenza dei medicinali stimolanti, non interferiscono necessariamente con i meccanismi cerebrali che regolano il sonno, ma il loro effetto può essere soprattutto indiretto: favorendo l’eliminazione di acqua e sodio attraverso le urine, aumentano la necessità di urinare.
Se la maggiore frequenza della minzione si presenta durante la notte, il sonno viene interrotto ripetutamente e, anche se ci si riaddormenta rapidamente, la frammentazione del riposo può comprometterne la continuità e la qualità, lasciando una sensazione di stanchezza al risveglio.
Per alcuni pazienti, il medico può valutare la possibilità di concentrare l’assunzione del diuretico nelle prime ore della giornata, compatibilmente con il tipo di farmaco e con le esigenze terapeutiche. Anche la gestione dei liquidi nelle ore serali può essere utile, evitando però restrizioni eccessive, soprattutto in presenza di patologie cardiache o renali.
Perché la risposta varia da persona a persona e cosa fare
Non tutte le persone che assumono lo stesso farmaco sviluppano disturbi del sonno. La risposta, infatti, è estremamente individuale e dipende da diversi fattori, tra cui l’età, il dosaggio, le eventuali patologie concomitanti, le altre terapie assunte e le caratteristiche del sonno prima dell’inizio del trattamento. «Ognuno ha la propria storia clinica, le proprie caratteristiche e le proprie esigenze di riposo: per questo non possiamo generalizzare», sottolinea la professoressa Tobaldini.
Proprio per questa variabilità, quando compaiono difficoltà a dormire è importante innanzitutto verificare se esista davvero una relazione con il farmaco: «La prima cosa è stabilire se c’è un rapporto temporale tra l’inizio della terapia e la comparsa dei disturbi», specifica l’esperta. «Magari il problema era già presente e cominciamo a prestarci maggiore attenzione soltanto quando iniziamo ad assumere un nuovo medicinale».
Una volta individuata una possibile correlazione, il medico può valutare diverse strategie, dalla modifica del dosaggio o dell’orario di assunzione alla scelta di una formulazione con durata d’azione differente, fino all’eventuale sostituzione con un farmaco della stessa categoria che abbia un impatto minore sul riposo. «In ogni caso», conclude l’esperta, «qualsiasi modifica deve avvenire sotto controllo medico, senza interrompere o cambiare autonomamente le terapie. E prima di ricorrere a melatonina, integratori o altri prodotti per favorire il sonno, è importante capire quale sia la causa del disturbo e intervenire, quando possibile, su quella».
Il sonno, infatti, è un indicatore fondamentale del benessere psicofisico: dormire poco o male, soprattutto se il problema persiste nel tempo, può avere conseguenze sulla salute e rappresentare un campanello d’allarme da non sottovalutare. Per questo è importante tenerne conto anche quando si valuta una terapia, considerando non soltanto la sua efficacia nel trattare la malattia, ma anche il suo impatto sulla qualità del riposo e, più in generale, sulla vita del paziente.

