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Eco ansia: cos’è, perché viene e cosa fare

È la reazione psicologica alla gravità della crisi ambientale che sta attraversando la nostra epoca. L’eco-ansia si manifesta soprattutto nei più giovani e va affrontata affinché non sfoci in attacchi di panico, depressione e pensieri ossessivi

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I cambiamenti climatici preoccupano tutti, certo. Ma alcune persone ne sono talmente ossessionate da sviluppare un vero e proprio disturbo psicologico, una paura cronica della rovina ambientale. Pur non essendo ancora stata inserita nel Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, il manuale di riferimento per i professionisti della salute mentale, la cosiddetta eco-ansia può essere considerata una patologia della psiche a tutti gli effetti, perché è in grado di scuotere i nervi di chi ne è afflitto, impedendogli di immaginare un futuro e portandolo a manifestare tristezza, rabbia, paura, stress, depressione, attacchi di panico e addirittura comportamenti suicidari.

«Tutti i disordini psicologici vanno di pari passo con le trasformazioni culturali, ambientali e sociali, per cui l’eco-ansia rappresenta un fenomeno relativamente nuovo, visto che gli effetti dei cambiamenti climatici sono diventati evidenti e importanti solo negli ultimi anni», riflette la dottoressa Michela Francia, psicologa e psicoterapeuta presso GVM - Città di Lecce Hospital. «Tra l’altro, soprattutto all’inizio, l’impatto di questi cambiamenti è stato studiato solamente dal punto di vista fisico, per esempio in termini di malattie respiratorie o cardiovascolari, trascurando invece i riflessi sulla salute mentale».


Che cos’è l’eco-ansia

Il surriscaldamento globale, l’innalzamento del livello dei mari, i disastri naturali e gli eventi meteorologici estremi sono le principali fonti di preoccupazione per chi soffre di eco-ansia, che non è ancora stata definita in maniera scientifica, ma – come tutti i disturbi d’ansia – può essere associata a reazioni fisiche intense, che includono attacchi di panico, insonnia e pensieri ossessivi. Trattandosi di una problematica psicologica, anche in questo caso esistono alcuni fattori di vulnerabilità, cioè tratti caratteristici che rendono più inclini a manifestare il problema: predisposizione congenita, disfunzioni cerebrali preesistenti, squilibri biochimici e così via. «Inoltre, l’eco-ansia sembra colpire soprattutto la generazione Z, ovvero i nati tra il 1995 e il 2010, oppure le popolazioni più esposte alle problematiche ambientali perché residenti in zone dove si verificano spesso eventi climatici estremi quali uragani, alluvioni, incendi e siccità prolungate».


Chi colpisce

Come tutte le forme di ansia, anche quella ecologica può colpire indistintamente i due sessi, ma le donne sembrano più vulnerabili. «Gli studi hanno mostrato una maggiore “fragilità” anche degli attivisti ambientali o delle persone che lavorano nell’ambito della sostenibilità, nonostante abbiano risorse speciali che aumentano la loro resilienza, come il senso di autoefficacia che li fa sentire capaci di intervenire, di poter fare qualcosa», riferisce l’esperta. Logicamente, l’eco-ansia è più frequente nelle comunità dove temperature ed eventi meteorologici estremi hanno effetto su agricoltura o allevamento, che magari costituiscono la stragrande maggioranza del reddito: «Pensiamo a paesi come l’India oppure la Svezia, dove il tasso di suicidi è notevolmente aumentato». Uno studio realizzato dall’American Psychological Association e pubblicato nel 2019 sul The Guardian ha dimostrato che i sopravvissuti a disastri naturali, dove magari hanno perso casa, famigliari, beni o attività commerciali, presentano un enorme aumento di depressione, disturbo da stress post-traumatico, ansia e suicidi.


Come riconoscerla

«L’eco-ansia può manifestarsi con attacchi di panico e paura improvvisa, episodi quotidiani di angoscia e disperazione o magari attraverso la percezione di non poter avere figli, perché l’idea di mettere al mondo nuove vite non appare etica a causa della futura qualità della vita», racconta la dottoressa Francia. «Trattandosi di un fenomeno psicologico emergente, però, non esiste un quadro clinico chiaro e ben delineato, per cui ogni paziente può mostrare sintomi diversi e personali».


Come affrontare l'eco-ansia

Come tutte le emozioni negative, l’eco-ansia va affrontata e vissuta non solo come un problema ma anche come una risorsa produttiva, da gestire in maniera costruttiva. «Ciò significa che la forza della nostra paura va “investita” in attività che aiutino a gestire i cambiamenti climatici, per esempio aiutando le associazioni di volontariato ambientale a raccogliere i rifiuti sulle spiagge oppure evitando gli sprechi di acqua ed energia elettrica nella quotidianità», suggerisce la dottoressa Francia. «Questo impegno sociale consente di canalizzare il proprio disagio e renderlo meno impattante a livello psicofisico».

Inoltre, siccome ad alimentare l’angoscia-climatica può essere la sovraesposizione a notizie inquietanti sulla crisi ecologica, meglio evitare l’eccesso di informazioni su giornali o in tv, che rischiano di avere un impatto traumatico su chi è predisposto all’ansia. «Non bisogna temere neppure di confrontarsi ed esprimere il proprio disagio con le persone care, perché condividere le preoccupazioni aiuta a renderle meno ingombranti», conclude l’esperta. «Se poi ci si accorge di non riuscire comunque a gestire il disagio, che arriva al punto da limitare o rendere depressi, meglio rivolgersi a uno specialista in psicoterapia per trovare una via d’uscita».


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