Alzheimer, la nuova frontiera è la rTMS: che cos’è e come cura il cervello
Non invasiva, ben tollerata e sempre più diffusa, la Stimolazione Magnetica Transcranica ripetitiva rappresenta una nuova frontiera nella cura del cervello, capace di intervenire sui meccanismi della neuroplasticità e di affiancare le terapie tradizionali nel trattamento di disturbi neurologici e psichiatrici

Con la consulenza del dottor Augusto Consoli, neuropsichiatra alla Clinica Santa Caterina da Siena di Torino
L’Alzheimer rimane una delle sfide più complesse della medicina moderna: una malattia progressiva, ancora senza cura definitiva malgrado i molteplici studi e gli avanzamenti della ricerca, che erode identità, memoria e autonomia. Negli ultimi anni, però, una tecnologia non invasiva ha iniziato a catturare l’attenzione della comunità scientifica: la Stimolazione Magnetica Transcranica ripetitiva (rTMS). Basata su impulsi magnetici ad alta precisione, permette di modulare l’attività cerebrale e di migliorare alcune funzioni cognitive nei pazienti con demenza. Ma cosa sappiamo davvero? E come funziona questa tecnica?
Che cos’è la Stimolazione Magnetica Transcranica ripetitiva
«La Stimolazione Magnetica Transcranica ripetitiva è una tecnica che si basa sull’applicazione di impulsi magnetici generati da una bobina posta a contatto con il cuoio capelluto», spiega il dottor Augusto Consoli (nella foto), neuropsichiatra alla Clinica Santa Caterina da Siena di Torino.
«Questi impulsi si pongono su un asse perpendicolare rispetto alla calotta cranica e sono in grado di penetrare nel cervello per alcuni centimetri. Il principio fisico che si applica consiste in un passaggio di energia che parte da una corrente elettrica esterna, si trasforma in campo magnetico e, una volta attraversata la teca cranica, si riconverte in una corrente elettrica di piccola intensità all’interno del tessuto cerebrale».
Questo processo consente di stimolare specifiche aree cerebrali in modo selettivo evitando di provocare il fastidio che deriverebbe dall’applicazione diretta di corrente elettrica sullo scalpo. «È proprio questa trasformazione da energia elettrica a energia magnetica e nuovamente ad elettrica che rende la tecnica ben tollerata e di fatto indolore per il paziente», assicura il dottor Consoli.
Messa a punto nel 1985 da Anthony Barker presso l’Università di Sheffield, la TMS ha inizialmente trovato spazio soprattutto nella ricerca neuroscientifica, ma negli ultimi anni ha visto una crescente diffusione clinica, diventando uno strumento terapeutico sempre più utilizzato per trattare diverse patologie neurologiche e psichiatriche.
Come si svolge una seduta
Il percorso terapeutico con rTMS inizia sempre con una valutazione clinica approfondita. Questo passaggio è fondamentale per definire l’indicazione al trattamento, comprendere le caratteristiche del paziente, valutare la presenza di eventuali controindicazioni o precauzioni da osservare e stabilire quindi un protocollo personalizzato. Durante questa fase vengono raccolti dati clinici, eventualmente integrati con test specifici, e viene spiegata in modo esauriente al paziente la procedura che sarà eseguita.
«La prima seduta ha inoltre una funzione particolare, perché serve a determinare la cosiddetta soglia motoria», descrive l’esperto. «Si tratta del livello minimo di intensità magnetica necessario per indurre una risposta motoria, generalmente osservata come un piccolo movimento involontario del pollice. Questa misura è fondamentale perché consente di calibrare la stimolazione in modo individuale, adattando l’intensità del campo magnetico applicato alla situazione neurobiologica e clinica del paziente in quel preciso momento».
Durante le sedute, il paziente è comodamente seduto su una poltrona. La bobina viene posizionata su specifiche aree del capo, in base all’obiettivo terapeutico. La stimolazione può provocare una lieve sensazione di formicolio sulla cute, ma è generalmente ben tollerata. L’intensità viene aumentata in modo graduale per garantire il massimo comfort.
La durata della seduta varia in base al protocollo utilizzato. Alcuni trattamenti possono durare pochi minuti, mentre altri arrivano a 20-30 minuti o più. Nella maggior parte dei casi, una seduta giornaliera è sufficiente, anche se particolari protocolli prevedono l’effettuazione di più sedute nello stesso giorno.
Quali sono i meccanismi d’azione
Uno degli aspetti più interessanti della rTMS è la sua capacità di attivare la neuroplasticità, che consente al cervello di riadattarsi e riorganizzarsi generando nuove connessioni tra le sue cellule principali, i neuroni. «Anche in cervelli più fragili, come quelli colpiti da malattie o dall’invecchiamento, questa tecnica può stimolare la creazione di nuove connessioni», indica l’esperto. «Non è in grado di riparare i danni già presenti, ma può aiutare i vari circuiti cerebrali a trovare “strade alternative” per recuperare almeno in parte alcune funzioni o frenarne il declino».
In questo senso, la rTMS sostiene le capacità di riadattamento del cervello, contribuendo a rallentare la progressione di alcune patologie e a migliorare la qualità della vita dei pazienti.
Quando si utilizza la rTMS
Le indicazioni della rTMS sono numerose e in continua espansione. Oltre che nella malattia di Alzheimer, trova impiego in ambito neurologico nel declino cognitivo da vasculopatia cerebrale, nella riabilitazione post-ictus, nella sindrome di Tourette e in alcune forme e sintomatologie cliniche della malattia di Parkinson. In questi contesti, la stimolazione può contribuire a migliorare le funzioni motorie e cognitive, contribuendo a sostenere i processi riabilitativi messi in atto con i diversi strumenti e approcci multidisciplinari.
«Nel campo psichiatrico, la rTMS è utilizzata nel trattamento della depressione e dei disturbi d’ansia, spesso con risultati significativi soprattutto nei casi resistenti ai farmaci», precisa il dottor Consoli. «È inoltre impiegata nelle dipendenze, riducendo anche in modo significativo il craving da nicotina, alcol o altre sostanze, e nel DOC, il Disturbo ossessivo-compulsivo».
Esiste poi una zona di sovrapposizione tra neurologia e psichiatria, rappresentata in particolare dai disturbi cognitivi dell’anziano, dove componenti neurologiche e depressive si intrecciano. In questi casi, la rTMS si sta dimostrando particolarmente promettente.
Come si stabiliscono i protocolli terapeutici
Uno degli elementi chiave della rTMS è la possibilità di personalizzare il trattamento. I protocolli variano in base alla patologia, all’area cerebrale da stimolare e alla risposta del paziente.
La stimolazione può essere a frequenza elevata, con effetto eccitatorio, oppure a bassa frequenza, con effetto inibitorio. «Anche la durata e il numero delle sedute sono modulati in base alle esigenze», sottolinea l’esperto. «Ad esempio, nel trattamento della depressione si utilizzano spesso cicli intensivi di alcune settimane seguiti da richiami periodici, mentre nelle dipendenze si adottano protocolli più brevi con sedute di mantenimento».
Nel declino cognitivo, invece, si possono prevedere cicli iniziali intensivi seguiti da una fase di mantenimento settimanale per diversi mesi. Questo approccio ha mostrato la capacità di rallentare significativamente la progressione della malattia.
Quali sono le controindicazioni
La rTMS è generalmente considerata una tecnica sicura, ma esistono alcune controindicazioni importanti. La principale è la presenza nella storia del paziente di episodi di crisi epilettiche, poiché la stimolazione potrebbe riattivarle.
«Altre controindicazioni riguardano la presenza di dispositivi metallici o elettronici impiantati, come pacemaker o stimolatori cerebrali, analogamente a quanto avviene per la risonanza magnetica», specifica il dottor Consoli. «Al di fuori di queste situazioni, la metodica è accessibile a una vasta parte della popolazione interessata».
Quali sono le prospettive future
Le prospettive della rTMS sono molto interessanti, in particolare nel campo delle malattie neurodegenerative come l’Alzheimer. Sebbene non si possa parlare di guarigione, diversi studi suggeriscono che la stimolazione possa rallentare il declino nelle fasi iniziali e moderate.
È importante mantenere un approccio equilibrato: la rTMS non è una terapia miracolosa, ma uno strumento che, se utilizzato in modo appropriato, può integrare efficacemente altri trattamenti. «Pur non sostituendo le terapie tradizionali, la rTMS amplia l’arsenale terapeutico a disposizione dei clinici, offrendo nuove opportunità soprattutto nei casi complessi o resistenti», assicura il dottor Consoli. «Il suo sviluppo futuro dipenderà dalla qualità della ricerca, dalla diffusione delle competenze e dall’integrazione nei sistemi sanitari, ma le basi per un ruolo sempre più centrale sono già solide».
Un aspetto ancora critico riguarda proprio l’accessibilità al trattamento. Attualmente, nella maggior parte dei casi, la Stimolazione Magnetica Transcranica ripetitiva non è resa disponibile dal Servizio Sanitario Nazionale e resta quindi a carico del paziente. Il costo può variare in base alla struttura, alle apparecchiature utilizzate e al livello di specializzazione del personale. Tuttavia, si osservano i primi segnali di apertura da parte di alcune strutture pubbliche, che stanno iniziando a dotarsi di queste tecnologie, lasciando intravedere la possibilità di una maggiore accessibilità a questo interessante approccio di cura in futuro.

