Discalculia: perché se tuo figlio fatica in matematica non è pigrizia
La discalculia è un disturbo del neurosviluppo che rende difficile comprendere e usare i numeri, nonostante intelligenza e impegno adeguati, e si manifesta soprattutto nel calcolo e nella risoluzione dei problemi. La diagnosi è multidisciplinare e il trattamento mira a potenziare le abilità e a usare strategie e strumenti compensativi per facilitare l’apprendimento

Con la consulenza della dottoressa Tiziana Rossetto, presidente della Federazione Logopedisti Italiani
Non è scarsa voglia di studiare, né un generico “non essere portati per la matematica”. La discalculia è un disturbo specifico del neurosviluppo che interferisce con il modo in cui il cervello elabora quantità, numeri e procedure di calcolo. In Italia interessa tra il 3% e il 6% dei bambini e degli adolescenti, pari a circa mezzo milione di studenti.
«Si tratta di un disturbo che ha un impatto concreto sul percorso scolastico, perché coinvolge competenze fondamentali come il calcolo mentale, la comprensione dei numeri e la risoluzione dei problemi», racconta la dottoressa Tiziana Rossetto (nella foto), presidente della Federazione Logopedisti Italiani.
Che cos'è la discalculia
La discalculia evolutiva è un disturbo del neurosviluppo che non è collegato all’intelligenza generale e non riguarda in senso ampio le capacità di apprendimento, ma interessa un’area ben precisa: quella che permette di riconoscere le quantità, lavorare con i numeri e svolgere operazioni matematiche.
«In altre parole, il problema non è “capire o non capire la matematica” in senso generico, ma il modo in cui il cervello organizza e gestisce le informazioni numeriche», sottolinea l’esperta. «Per questo motivo, anche bambini intelligenti e motivati possono incontrare difficoltà importanti e persistenti in questo ambito».
Un punto fondamentale è la distinzione tra discalculia e semplici difficoltà scolastiche. La discalculia non dipende dalla poca esercitazione, dalla distrazione o dalla mancanza di impegno. Anche in presenza di studio costante e ripetuto, le difficoltà tendono a rimanere, perché riguardano il funzionamento dei processi mentali coinvolti nei numeri.
«Questa distinzione è essenziale per evitare fraintendimenti frequenti, come interpretare le difficoltà matematiche come disinteresse o scarsa volontà», tiene a precisare Rossetto. «Comprendere la natura del disturbo permette invece di impostare percorsi educativi più corretti e realistici».
È altrettanto importante distinguerla dalle difficoltà che possono comparire in età adulta a seguito di eventi specifici, come traumi, ictus o malattie neurodegenerative. «In questi casi le difficoltà nel calcolo non rientrano nella discalculia, ma sono disturbi acquisiti e hanno un’origine e una natura clinica diversa», specifica l’esperta.
Quali sono le cause
La discalculia non ha una causa unica e facilmente identificabile. Non nasce da un solo fattore, ma da un insieme di condizioni che riguardano il modo in cui il cervello elabora i numeri e organizza alcune funzioni necessarie all’apprendimento della matematica.
«In alcuni casi la difficoltà riguarda soprattutto la comprensione delle quantità e dei numeri, cioè la capacità di riconoscere “quanto” vale qualcosa senza dover sempre contare», semplifica l’esperta. «È una competenza di base che si sviluppa molto presto e che, quando è fragile, può rendere più complesso tutto il resto del percorso matematico».
Accanto a questo aspetto più specifico, entrano in gioco anche funzioni più generali che servono per imparare e lavorare con i numeri. «Per esempio la memoria di lavoro o working memory», sottolinea Rossetto, «che permette di trattenere informazioni mentre si svolge un’operazione; l’attenzione, che aiuta a non perdersi nei passaggi, e il linguaggio, che è importante per comprendere e usare correttamente i simboli e le parole legate alla matematica».
Possono risultare compromesse anche le funzioni esecutive, cioè l’insieme di processi che aiutano a pianificare e gestire le informazioni durante lo svolgimento di un compito, a cui si aggiunge spesso una scarsa automatizzazione dei procedimenti: operazioni che normalmente diventano rapide e immediate restano invece lente e faticose, perché richiedono ogni volta un controllo attivo di ogni passaggio.
Proprio perché queste funzioni sono diverse tra loro e si intrecciano, la discalculia può presentarsi in modi molto vari da una persona all’altra. Non esiste un unico profilo tipico, ma diverse combinazioni di difficoltà che rendono il quadro molto eterogeneo. «Non è raro, inoltre, che la discalculia compaia insieme ad altri disturbi dell’apprendimento, come quelli legati alla lettura o alla scrittura», aggiunge Rossetto. «Questo accade perché alcune aree del funzionamento cognitivo possono essere coinvolte in più ambiti scolastici contemporaneamente».
Come si manifesta la discalculia
La discalculia può presentarsi in modi diversi a seconda dell’età e del livello scolastico, ma alcune difficoltà tendono a ripetersi con una certa frequenza. Nei primi anni di scuola possono emergere problemi nel riconoscere le quantità, anche quando sono poche e facilmente confrontabili. Il bambino può avere difficoltà nel contare in modo corretto, nel mantenere l’ordine dei numeri o nel collegare un numero scritto alla quantità che rappresenta. In questa fase iniziale, le difficoltà possono sembrare poco evidenti, ma diventano più chiare quando le richieste aumentano.
«Con l’ingresso nella scuola primaria e il progressivo aumento delle attività matematiche, le difficoltà si manifestano soprattutto nelle operazioni», indica Rossetto. «Il calcolo scritto e mentale può risultare lento e faticoso, così come la risoluzione dei problemi può diventare complessa perché richiede di tenere insieme più informazioni nello stesso momento. Un aspetto centrale è la difficoltà a rendere automatici i procedimenti: ciò che per altri diventa rapido e immediato, per chi ha discalculia richiede ogni volta un’attenzione costante e uno sforzo attivo».
In molti casi si osservano anche errori nella lettura e nella scrittura dei numeri, come inversioni o confusione nella posizione delle cifre. Può risultare difficile passare con facilità da un numero scritto alla sua pronuncia o viceversa, così come mantenere in mente più passaggi durante un’operazione lunga. Questo può portare a perdere il filo del calcolo o a commettere errori anche in attività che, sulla carta, sarebbero semplici.
Come si diagnostica
La discalculia viene generalmente riconosciuta alla fine della seconda o, più spesso, durante la terza classe della scuola primaria. Questo momento non è casuale: è necessario che il bambino abbia già avuto un’esposizione adeguata all’apprendimento dei numeri e delle operazioni di base, così da poter distinguere una semplice difficoltà iniziale da un problema persistente e strutturato.
«La diagnosi non si basa su una singola prova, ma su un insieme di osservazioni e test condotti da più professionisti», evidenzia Rossetto. «Si tratta infatti di un processo che richiede di valutare sia le abilità legate direttamente alla matematica, sia il funzionamento generale delle capacità cognitive.
Da un lato vengono proposte attività specifiche sui numeri: il riconoscimento delle quantità, la lettura e scrittura dei numeri, il calcolo e la risoluzione dei problemi. Dall’altro si osservano aspetti più generali come la memoria, l’attenzione, la comprensione del linguaggio e la capacità di organizzare e gestire informazioni».
Un passaggio particolarmente importante è l’analisi degli errori. Non conta solo quante risposte sono sbagliate, ma che tipo di errori vengono commessi e in quali situazioni compaiono. Questo permette di capire meglio il funzionamento del bambino e di individuare con maggiore precisione le aree in cui è più in difficoltà.
Come si cura
La discalculia non può essere “eliminata”, perché non è una difficoltà temporanea o legata allo studio, ma una modalità diversa di funzionamento dell’apprendimento matematico. L’obiettivo dell’intervento non è quindi quello di cancellare il disturbo, ma di migliorare le abilità e aiutare la persona a trovare strategie più efficaci per affrontare i compiti.
«Il trattamento si basa su attività di potenziamento mirate, costruite in base al tipo di difficoltà riscontrate», riferisce Rossetto. «Si lavora sulle diverse componenti legate ai numeri e al calcolo, partendo da quelle più semplici fino ad arrivare a quelle più complesse. In alcuni casi si parte dal riconoscimento delle quantità e dei numeri, in altri si interviene soprattutto sul calcolo mentale o sulla comprensione dei problemi».
Le attività vengono proposte in modo graduale, ripetuto e personalizzato, con l’obiettivo di rafforzare i passaggi che non si sono automatizzati spontaneamente. Questo tipo di lavoro aiuta a rendere più stabili e sicuri i procedimenti, riducendo lo sforzo necessario per svolgerli.
«Accanto al potenziamento, un ruolo importante è svolto dagli strumenti compensativi, come calcolatrice, tavola pitagorica, formulari, mappe concettuali e software specifici», conclude l’esperta. «Si tratta di supporti che non sostituiscono l’apprendimento, ma lo rendono più accessibile, riducendo la fatica e aiutando a gestire meglio i compiti. In questo modo è possibile lavorare sulle competenze senza che la difficoltà blocchi completamente il processo di apprendimento».

