Con la consulenza del dottor Giuseppe Musumeci, direttore di Cardiologia presso l’Azienda Ospedaliera Ordine Mauriziano di Torino e fra gli organizzatori scientifici del recente congresso Change in Cardiology
La cardiomiopatia ipertrofica ostruttiva sta vivendo una stagione nuova, forse la più significativa degli ultimi decenni. Per lungo tempo, la gestione di questa patologia si è basata su farmaci sintomatici per attenuarne i disturbi e, nei casi più complessi, su interventi invasivi. Oggi, invece, il panorama terapeutico si arricchisce di una prospettiva completamente diversa: agire direttamente sul meccanismo che genera la malattia.
Il 2026 segna, anche in Italia, l’ingresso nella pratica clinica degli inibitori della miosina, una classe farmacologica innovativa che ha aperto scenari fino a poco tempo fa impensabili. Tra questi, il mavacamten rappresenta il primo esempio concreto di terapia mirata capace di ridurre l’ostruzione, migliorare i sintomi e incidere sulla qualità della vita, con la possibilità di limitare il ricorso alla chirurgia. È un cambio di paradigma che non elimina la complessità della malattia, ma offre finalmente uno strumento per affrontarla in modo più preciso e personalizzato.
Che cos’è la cardiomiopatia ipertrofica ostruttiva
«La cardiomiopatia ipertrofica ostruttiva è una malattia del muscolo cardiaco caratterizzata da un ispessimento anomalo delle pareti del cuore, in particolare del ventricolo sinistro», spiega il dottor Giuseppe Musumeci (nella foto), direttore di Cardiologia presso l’Azienda Ospedaliera Ordine Mauriziano di Torino e fra gli organizzatori scientifici del recente congresso Change in Cardiology.
«Questo aumento di spessore non è uniforme, ma tende a concentrarsi in zone strategiche, soprattutto in prossimità del tratto di uscita del sangue verso l’aorta. È proprio in questa regione che si crea un restringimento, una vera e propria ostruzione al flusso, che determina un aumento della pressione intracardiaca, noto come gradiente».
Questa condizione non provoca necessariamente sintomi immediati. Al contrario, nella maggior parte dei casi si sviluppa lentamente, nel corso degli anni, modificando progressivamente la dinamica cardiaca. «Il cuore, pur continuando a contrarsi, lo fa in modo meno efficiente e, nel tempo, può andare incontro a un deterioramento funzionale», racconta Musumeci. «La particolarità della malattia sta proprio nella sua natura subdola: molti pazienti ci convivono a lungo senza saperlo, fino a quando un esame eseguito per altri motivi non porta alla diagnosi».
Come evolve la patologia
L’evoluzione della cardiomiopatia ipertrofica ostruttiva è generalmente lenta, ma estremamente variabile. Esistono pazienti che rimangono stabili per anni e altri in cui la malattia progredisce più rapidamente. Questa variabilità dipende da diversi fattori, tra cui l’entità dell’ipertrofia, la presenza di anomalie associate – come quelle della valvola mitrale – e condizioni esterne che possono influenzare il cuore, come infezioni o cambiamenti nello stile di vita.
Nelle fasi iniziali, la malattia può essere completamente asintomatica. Con il tempo, tuttavia, possono comparire segni progressivi di compromissione cardiaca. In alcuni casi, l’evoluzione può portare a complicanze importanti, come lo scompenso cardiaco o aritmie significative. Più raramente, si possono verificare evoluzioni rapide, che rappresentano però l’eccezione e non la regola.
Quali i sintomi della cardiomiopatia ipertrofica ostruttiva
Quando la malattia si manifesta clinicamente, i sintomi possono essere diversi e non sempre specifici. «Uno dei disturbi più comuni sono le palpitazioni, cioè la percezione di battiti cardiaci irregolari o accelerati, spesso legati alla comparsa di aritmie come la fibrillazione atriale», indica Musumeci.
«Un altro sintomo frequente è la difficoltà respiratoria, la cosiddetta dispnea, che inizialmente si presenta solo durante sforzi anche moderati, come salire le scale o camminare velocemente, ma nei casi più avanzati può comparire anche a riposo».
Alcuni pazienti riferiscono dolore toracico, che però si distingue da quello dell’infarto per caratteristiche e modalità di comparsa. È possibile anche che si verifichino episodi di affaticamento marcato o ridotta tolleranza allo sforzo. «In una minoranza di casi, si possono osservare eventi ischemici anche in assenza di malattia coronarica, a testimonianza della complessità della fisiopatologia», aggiunge l’esperto.
«Questi sintomi, soprattutto quando compaiono in soggetti giovani o senza apparenti fattori di rischio, devono indurre a un approfondimento diagnostico».
Quali sono le cause
Nella maggior parte dei casi la cardiomiopatia ipertrofica ostruttiva ha una base genetica. Si tratta di mutazioni che interessano i geni responsabili della produzione delle proteine contrattili del muscolo cardiaco. Queste proteine sono fondamentali per il corretto funzionamento del cuore, perché regolano il meccanismo di contrazione e rilassamento.
«Quando queste proteine sono alterate, il muscolo cardiaco sviluppa una struttura anomala, che porta all’ipertrofia e alle conseguenze funzionali associate», descrive Musumeci. «La trasmissione è spesso familiare e non è raro riscontrare casi di morte improvvisa in giovane età o di cardiopatia avanzata tra i parenti».
Negli ultimi anni, l’analisi genetica ha assunto un ruolo sempre più importante. Oggi è possibile identificare molte delle mutazioni responsabili e utilizzare queste informazioni non solo per confermare la diagnosi, ma anche per stratificare il rischio e orientare le scelte terapeutiche.
Come si diagnostica
La diagnosi di cardiomiopatia ipertrofica ostruttiva può avvenire in modo casuale, durante esami eseguiti per altri motivi, come controlli sportivi, valutazioni preoperatorie o screening in gravidanza. «L’elettrocardiogramma può fornire i primi indizi, ma è l’imaging cardiaco, in particolare l’ecocardiografia, a permettere una valutazione dettagliata dello spessore del muscolo e della presenza di ostruzione», spiega Musumeci.
Il percorso diagnostico, tuttavia, non si limita all’identificazione dell’ipertrofia. «È fondamentale comprendere la causa sottostante e distinguere questa patologia da altre condizioni che possono presentarsi in modo simile», tiene a precisare l’esperto. «In questo contesto, l’analisi genetica rappresenta uno strumento decisivo, perché consente di “certificare” la natura della malattia e di individuare eventuali varianti con implicazioni cliniche diverse».
Nei casi più complessi, il riferimento a centri specializzati è essenziale per una diagnosi accurata e completa.
Come si tratta la cardiomiopatia ipertrofica ostruttiva
Per molti anni il trattamento della cardiomiopatia ipertrofica ostruttiva si è basato su farmaci in grado di ridurre i sintomi e migliorare la funzione cardiaca, come i beta-bloccanti e altri farmaci per lo scompenso. A questi si sono aggiunte nel tempo procedure più invasive, come l’ablazione o la chirurgia, nei casi in cui l’ostruzione fosse particolarmente severa.
Nonostante i progressi, una quota di pazienti continua ancora oggi a necessitare di interventi complessi, fino al trapianto cardiaco nei casi più avanzati. Tuttavia, il vero punto di svolta è rappresentato dall’introduzione degli inibitori della miosina.
«Il mavacamten, capostipite di questa classe, agisce direttamente sul meccanismo molecolare che determina l’ipercontrattilità del cuore», tratteggia Musumeci. «Riducendo l’interazione anomala tra le proteine contrattili, il farmaco diminuisce il gradiente ostruttivo e migliora l’efficienza della pompa cardiaca. I risultati clinici hanno dimostrato un miglioramento significativo dei sintomi, della capacità di esercizio e della qualità della vita, con una riduzione della necessità di ricorrere alla chirurgia».
È importante sottolineare che questa terapia non è universale: è indicata nei pazienti con ostruzione documentata e deve essere valutata caso per caso. Il monitoraggio nel tempo è essenziale per verificarne l’efficacia e adattare il trattamento alle esigenze del paziente.
L’introduzione del mavacamten – di cui l’Agenzia Italiana del Farmaco ha approvato la rimborsabilità alla fine dello scorso anno – ha già trovato applicazione in centri italiani altamente specializzati, come il Mauriziano di Torino (centro regionale per il trattamento delle cardiomiopatie ipertrofiche), l’Ospedale di Rivoli, l’Ospedale Maggiore della Carità di Novara (anch’esso centro regionale per il trattamento delle cardiomiopatie ipertrofiche) e il Policlinico San Martino di Genova (centro regionale per il trattamento delle cardiomiopatie ipertrofiche in Liguria), che stanno creando una rete collaborativa per garantire l’accesso alla terapia ai pazienti eleggibili.
«Questo approccio rappresenta un modello virtuoso, in cui competenze cliniche, diagnostiche e genetiche si integrano per offrire una gestione sempre più personalizzata», conclude Musumeci.

