Tragedia dei sub alle Maldive: cos’è l’iperossia, quando l’ossigeno uccide
L’ossigeno può trasformarsi in un veleno letale sotto pressione. Un suo eccesso nei tessuti e nel sangue, sott’acqua, può esporre l’organismo a tossicità. Ecco i sintomi e cosa può essere successo ai cinque italiani tragicamente morti

La tragedia avvenuta recentemente alle Maldive, dove cinque subacquei italiani hanno perso la vita durante un'immersione, riaccende i riflettori su un paradosso biologico: l'elemento che rende possibile la vita, l'ossigeno, può trasformarsi in un veleno letale sotto pressione.
In ambito subacqueo, la gestione dei gas non è solo una questione di "scorta", ma di chimica e fisiologia applicata. Quando scendiamo in profondità, la pressione idrostatica aumenta e, con essa, la pressione parziale dei gas che respiriamo. È qui che entra in gioco l’iperossia.
Cos'è l'iperossia
L'iperossia è una condizione caratterizzata da un eccesso di ossigeno nei tessuti e nel sangue, derivante dalla respirazione di una miscela gassosa in cui la pressione parziale dell'ossigeno è superiore a quella fisiologica dell'aria a livello del mare.
Mentre sulla terraferma l'ossigeno è indispensabile, per un subacqueo il limite di sicurezza è generalmente fissato a 1,4 bar (o 1,6 bar in condizioni di estrema decompressione a riposo). Superare queste soglie significa esporre l'organismo a una tossicità che può colpire in due modi. O con l'effetto Paul Bert: la tossicità acuta colpisce il sistema nervoso centrale (SNC). O con l'effetto Lorrain Smith: una tossicità cronica che colpisce l'apparato polmonare (solitamente legata a esposizioni molto lunghe, tipiche della medicina iperbarica).
Perché troppo ossigeno può uccidere
L'ossigeno diventa pericoloso perché, ad alte pressioni, satura l'emoglobina e si scioglie direttamente nel plasma, alterando i delicati equilibri biochimici cellulari.
Il corpo umano utilizza l'ossigeno per produrre energia, ma questo processo genera naturalmente dei sottoprodotti chiamati radicali liberi. In condizioni normali, i nostri sistemi antiossidanti li neutralizzano senza problemi. In caso di iperossia, la produzione di radicali liberi diventa un'alluvione. Questi reagiscono con i lipidi delle membrane cellulari, le proteine e gli enzimi, distruggendoli.
L'attacco al cervello. Nel sistema nervoso centrale, l'eccesso di ossigeno interferisce con i neurotrasmettitori. Questo provoca una scarica elettrica incontrollata e simultanea dei neuroni, simile a un violento attacco epilettico.
Le convulsioni in acqua. Di per sé, la crisi iperossica non è necessariamente mortale. Tuttavia, se avviene sott'acqua, il subacqueo perde il controllo del respiratore (l'erogatore cade dalla bocca) e la fase convulsiva è seguita da un'inspirazione involontaria. Il risultato è l'annegamento immediato.
I sintomi dell'iperossia
Un subacqueo esperto riconosce i segnali premonitori dell’iperossia, che sono visione a tunnel o annebbiamento, ronzii o fischi (acufeni), senso di vomito improvviso, contrazioni muscolari, specialmente alle labbra o alle palpebre. E poi cambiamenti di personalità o ansia, vertigini e disorientamento.
Spesso, però, questi sintomi sono quasi impercettibili o durano pochi istanti prima della convulsione fulminante, rendendo l'iperossia un "killer silenzioso”.
Errore umano o tecnico?
In incidenti come quello delle Maldive, le cause possono essere molteplici:
• Errore nella miscela. Aver caricato una bombola con troppo ossigeno (es. Nitrox 36) e aver superato la "Profondità Massima Operativa" .
• Scambio di bombola. Nelle immersioni tecniche, dove si usano più bombole con miscele diverse, respirare dalla bombola sbagliata alla profondità errata porta a iperossia istantanea.
• Sforzo fisico. L'anidride carbonica alta nel sangue (ipercapnia) potenzia drasticamente gli effetti tossici dell'ossigeno, abbassando la soglia di tolleranza del subacqueo.
L'ossigeno è dunque un farmaco: vitale nel giusto dosaggio, letale se la pressione ne distorce la natura. La sicurezza subacquea non risiede nel gas stesso, ma nella consapevolezza matematica e fisiologica di chi lo respira.
L’analisi degli esperti
«È una delle condizioni più drammatiche che possano verificarsi durante un’immersione, una fine orribile», ha detto Claudio Micheletto, past president dell’Associazione italiana pneumologi ospedalieri (Aipo) e direttore di Pneumologia all’azienda ospedaliera universitaria di Verona.
«Poiché tutti e cinque i subacquei hanno avuto problemi nella stessa immersione, è probabile che la causa non sia stata la profondità, ma problematiche legate a ciò che hanno respirato ed è quindi probabile che qualcosa non abbia funzionato nelle bombole».
Anche Alfonso Bolognini, presidente della Simsi (Società italiana di Medicina subacquea ed iperbarica), parla della possibilità che i sub abbiano usato una «miscela respiratoria inadeguata» che ha quindi causato una «crisi iperossica». E ricorda casi di «intossicazione per contaminazione di idrocarburi quando le bombole non vengono caricate a regola d’arte».
Non è escluso però l’incidente di percorso, cioè un problema nella grotta che ha bloccato o fatto perdere la via d’uscita ai cinque sub e che quindi l’ossigeno sia finito.

