“Mangia cibo vero”: ecco la nuova piramide alimentare americana

Le nuove linee guida americane puntano sulla qualità degli alimenti, riducendo l’enfasi sui carboidrati senza demonizzarli e aumentando in modo controllato proteine e grassi. Nessuna rivoluzione nutrizionale, ma una risposta pragmatica a un’emergenza sanitaria fatta di obesità, diabete e abuso di cibi ultra-processati



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““Eat real food", mangia cibo vero. Tre parole, dirette e provocatorie, segnano una svolta nel modo in cui gli Stati Uniti parlano di alimentazione. Con questo slogan, l’amministrazione Trump ha presentato le nuove Dietary Guidelines for Americans 2025–2030, un documento che promette di cambiare il rapporto degli americani con il cibo e che, fin da subito, ha acceso il dibattito.

Non si tratta di un semplice aggiornamento tecnico. Sotto l’impulso del Segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr., il documento prende le distanze da decenni di indicazioni spesso percepite come astratte o difficili da applicare e rimette al centro un principio chiaro: scegliere alimenti semplici, poco trasformati, ricchi di nutrienti e facilmente riconoscibili. Un invito esplicito ad allontanarsi dall’eccesso di prodotti industriali che da anni dominano la dieta americana.

Molti hanno interpretato il testo come un annuncio di svolta storica. Ma dietro il tono deciso e le promesse di cambiamento, quanto c’è di realmente nuovo? Queste raccomandazioni segnano davvero una rottura con il passato o si tratta di un’evoluzione più graduale di quanto sembri?

Cosa cambia nella dieta americana

Nel concreto, il cambiamento più evidente riguarda l’equilibrio tra i macronutrienti. Nella nuova piramide alimentare americana i carboidrati perdono centralità, mentre proteine e grassi acquistano maggiore spazio. Un riequilibrio che non è passato inosservato e che ha immediatamente acceso il dibattito online, soprattutto tra chi da anni critica il ruolo dominante dei carboidrati nella dieta mediterranea.

«La pubblicazione di queste linee guida ha letteralmente infiammato il web», osserva la dottoressa Flavia Bernini, biologa nutrizionista. «Molti le hanno interpretate come un via libera alle diete low carb, ricche di proteine e grassi». In realtà, i numeri raccontano una storia più sfumata. Il cambiamento più netto riguarda le porzioni quotidiane di carboidrati, che passano dalle sei previste in precedenza a un range di due-quattro. Parallelamente si registra un lieve incremento delle quote di grassi e proteine».

Non si tratta, quindi, di una svolta radicale verso un modello a basso contenuto di carboidrati, ma di un aggiustamento mirato. «L’obiettivo», riflette l’esperta, «sembra piuttosto quello di favorire, in modo indiretto, una riduzione dell’apporto calorico complessivo: una strategia pragmatica in un Paese dove sovrappeso e obesità rappresentano una vera emergenza sanitaria».

La questione della piramide rovesciata

La confusione nasce soprattutto dalla rappresentazione grafica. Tradizionalmente, la piramide alimentare è disegnata con una base ampia e una punta stretta: alla base trovano posto gli alimenti da consumare più frequentemente e in quantità maggiori, mentre salendo si collocano quelli da limitare. Un’immagine semplice, intuitiva, che da decenni guida le raccomandazioni nutrizionali.

Nel caso delle nuove linee guida americane, invece, è stata diffusa una infografica che mostra la piramide capovolta, con la punta in basso e la base in alto. È questa scelta visiva ad aver generato confusione e titoli allarmistici. A colpo d’occhio sembra che proteine e grassi occupino lo spazio maggiore, mentre i carboidrati appaiono relegati in fondo, come se fossero diventati marginali o addirittura da evitare.

«In realtà, il ribaltamento è solo grafico, non concettuale», assicura Bernini. «I contenuti del documento ufficiale non parlano di una piramide nutrizionale “al contrario”, ma di una diversa distribuzione delle percentuali. I carboidrati, pur riducendosi dal 55-60% al 40-50%, restano la componente principale della dieta. L’indicazione è semmai quella di migliorarne la qualità, privilegiando cereali integrali e fonti ricche di fibra».

Lo stesso vale per le proteine, la cui presenza visiva in cima alla piramide ha fatto pensare a un via libera senza limiti. In realtà, l’aumento è misurato: la quota passa dal 13–17% al 18–25% dell’apporto calorico totale. «Tradotto in termini pratici, significa che, rispetto alle nostre linee guida basate sul fabbisogno minimo di 0,8–1 g per kg di peso corporeo, negli Stati Uniti si raccomanda ora un range più alto, tra 1,2 e 1,6 g per kg», semplifica l’esperta.

Questo incremento serve a mantenere elevato il senso di sazietà, proteggere la massa muscolare durante eventuali dimagrimenti e rendere i pasti più equilibrati. Anche l’indicazione di inserire una fonte proteica in ogni pasto contribuisce a limitare l’aggiunta di calorie extra, rendendo la dieta più sostenibile nel lungo periodo. «Più che una piramide rovesciata nel significato, dunque, si tratta di una piramide comunicata in modo poco chiaro, che ha finito per alimentare un equivoco più grafico che nutrizionale», evidenzia l’esperta.

La questione dei grassi

E poi ci sono i grassi, forse il capitolo che più di tutti ha acceso fraintendimenti. Sui social molti hanno esultato vedendo formaggi, carni rosse e burro posizionati nella parte alta della piramide, interpretando l’immagine come una sorta di assoluzione definitiva dei grassi, in particolare di quelli saturi. «Un’idea che si inserisce in una narrazione sempre più diffusa, ma scientificamente fragile, che tende a dipingere i grassi saturi come innocui o addirittura protettivi per la salute», commenta Bernini.

Le nuove linee guida, però, raccontano una storia diversa. «È vero che la quota complessiva dei grassi aumenta leggermente, passando dal 30% al 35% dell’apporto calorico totale, ma il tetto per i grassi saturi resta invariato: circa il 10% delle calorie giornaliere, esattamente come nelle raccomandazioni precedenti», riferisce Bernini. «Un limite che di fatto impedisce un consumo libero e abbondante di alimenti come burro, formaggi stagionati e carni rosse».

I cambiamenti vanno contestualizzati

Per capire davvero il senso delle nuove linee guida, è indispensabile guardare al contesto in cui nascono. “Eat real food” non è solo uno slogan efficace, ma la risposta a una vera emergenza sanitaria. «Negli Stati Uniti, il 41% della popolazione è obesa e circa il 43% si trova in una condizione di prediabete», riferisce Bernini. «Questi numeri raccontano le conseguenze di un eccesso calorico cronico, alimentato soprattutto dal consumo massiccio di cibi ultra-processati: prodotti molto calorici, estremamente palatabili e poco sazianti».

È in questo scenario che va letta la scelta di puntare tutto su un messaggio semplice e diretto: mangiare cibo vero. «L’obiettivo è ridurre il consumo quotidiano di snack, biscotti, merendine, patatine, dolci industriali e prodotti pronti, favorendo un ritorno a un’alimentazione costruita su alimenti essenziali e riconoscibili», assicura l’esperta. «Frutta e verdura, legumi, cereali integrali, carne e pesce freschi, latticini, uova e grassi di buona qualità tornano a essere il fulcro della dieta. Un’indicazione quasi scontata per il nostro contesto culturale, ma tutt’altro che ovvia per una popolazione abituata a basare gran parte della propria alimentazione su prodotti industriali».

In definitiva, no: non c’è stato alcun ribaltamento della piramide alimentare. I principi cardine di una dieta equilibrata restano gli stessi e continuano a coincidere con quelli della dieta mediterranea, il modello con le maggiori evidenze scientifiche in termini di salute e prevenzione. «Più che una rivoluzione nutrizionale, le nuove linee guida americane rappresentano un tentativo deciso, forse estremo, di correggere la rotta di una popolazione ampiamente colpita da obesità e malattie metaboliche», conclude Bernini.


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