Vitamina D, come assumerla al meglio ed evitare la sua carenza

Il dottor Francesco Martelli è stato il primo studioso italiano a scoprire che la sua integrazione ci difendeva dal Covid. Oggi ci racconta come assumerla al meglio e non farcela mancare mai. Perché la luce del sole e la dieta possono non bastare: dipende dal funzionamento degli organi destinati a trasformarla



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Scopri le braccia e mangia più pesce, frutta e verdura. Già i nostri nonni avevano colto l’importanza della vitamina D, e avevano dato le loro soluzioni semplici e, spesso, ancora valide. Nel caso di questa preziosa vitamina, fondamentale per il metabolismo delle ossa (ma fa molto di più, come scopriremo), l’esposizione alla luce è certo strategica, però non basta. Il problema è che non riusciamo sempre a compensarne la carenza.

Anzi, molti di noi soffrono di una mancanza cronica: come mai? E quali le conseguenze? Ce lo spiega Francesco Martelli, esperto in malattie metaboliche dell’osso e genetica clinica.


Prendere il sole non basta?

È importantissimo. Il consiglio dei vecchi medici che dicevano alle mamme di portarci al mare soprattutto in caso di malattie delle alte vie respiratorie era giusto, e aveva ottimi effetti salutari perché metteva la cute in condizione di produrre molta più vitamina D. Purtroppo non funziona così per tutti i bambini e soprattutto per la maggioranza degli adulti, perché la cute, con l’invecchiamento, ne fornisce sempre meno. Aggiungo che la produce in forma inattiva, inutile quindi se non elaborata da altri organi. E qui inizia una corsa a ostacoli metabolica, fatta di tutta una serie di passaggi biochimici che possono essere piuttosto critici in individui geneticamente predisposti.


Una corsa a ostacoli?

Sì perché la vitamina D deve passare dal nostro organo di superficie al fegato, e già il suo trasporto nel sangue può
essere critico. Questa è la prima fase di attivazione, ma è solo parziale. Elaborata dal fegato, deve poi passare ai reni, che la trasformano dalla forma semi-attiva in un ormone vero e proprio. Pertanto, l’idea che basti prendere il sole correttamente, con le tempistiche e modalità adeguate a soddisfare il fabbisogno personale, è molto semplicistica. Il tutto funziona solo se la vitamina D completa la sua “corsa a ostacoli” fino a riuscire a diventare ormone.


La vitamina Derve per le ossa e...

Molto altro! Lo scheletro si “accontenta” di una dose contenuta di vitamina D, ma ce ne può volere molta di più per fare altre mille cose. Questo ormone, che noi scienziati definiamo multiruolo, controlla perlomeno un migliaio di geni ed è in assoluto la molecola che può spegnere o accendere la maggior parte di quelli più essenziali per noi. Quindi, oltre a essere il principale difensore del nostro apparato muscolo-scheletrico, è fondamentale per evitare di ammalarsi, e persino per il tono dell’umore. È inoltre basilare per prevenire le malattie cardiovascolari, quelle neurodegenerative, le autoimmuni e le oncologiche: molti malati di tumore hanno, infatti, livelli di vitamina D bassissimi. Quindi, quando questa sostanza diventa ormone, entra direttamente in contatto con i geni ed esplica la sua attività.


Quali i segnali di carenza? E cosa si rischia se manca?

Quelli più significativi sono le malattie da raffreddamento frequenti e ripetute nel tempo. Una carenza importante e prolungata nei più piccoli può dare problemi alle ossa (scoliosi compresa), difetti di crescita, malattie alla bocca e ai denti legate al loro sviluppo incompleto e scorretto. Se parliamo di malattie infettive, soprattutto di origine virale, sono stato il primo a pubblicare dei video sostenendo che il Covid andava combattuto anche con la vitamina D.


Come si misura?

I parametri minimi di vitamina D nel sangue sono 30 ng/ml. Viene poi indicato un massimo di 100 ng/ml che è, a mio parere, solo orientativo: ci sono infatti delle persone particolarmente resistenti all’effetto dell’ormone, per le quali questo limite può e deve essere superato sotto stretto controllo medico. Ciò si verifica per esempio in patologie come la sclerosi multipla, il morbo di Crohn e la rettocolite ulcerosa. In generale il mio consiglio, in un adulto senza una storia pregressa di calcoli ai reni, è di non tenere mai la vitamina D al di sotto dei 60/70 ng/ml.


L'alimentazione è importante?

Aiuta a proteggerci se mangiamo i cibi giusti. Gli alimenti che contengono più “D” sono nell’ordine aringhe, alici, trota, salmone e tuorlo d’uovo. Ma poi deve essere trasformata in ormone, e quindi in teoria la dieta potrebbe essere sufficiente nei giovani e in chi non ha problemi di fegato e reni; però è sempre consigliabile stabilire lo “status ideale individuale” per questo nutriente attraverso una valutazione genetica. Poi, per sfruttare al massimo gli effetti benefici della vitamina D è importante assumerla assieme agli altri 4 nutrienti “liposolubili” che lavorano con lei in sinergia: vitamine A, E, K2 e coenzima Q10.


Troppa vitamina D fa male?

No, se la supplementazione viene fatta sotto controllo medico e misurando i livelli plasmatici almeno una volta l’anno. Bisogna porre inoltre grande attenzione alla storia personale o familiare di calcolosi renale, che impone, per evitare tale rischio, sempre un’assunzione contestuale e bilanciata di vitamine D e K2.


Test genetico e terapia

Nel Centro del professor Martelli è stato messo a punto un test genetico (100 €) che dà, insieme all’anamnesi, al dosaggio nel sangue della vitamina D e dei biomarker del sistema che la controlla (il paratormone e il calcio) la situazione del paziente. «Accertiamo se c’è una resistenza a trasformare questa vitamina in ormone, e poi formuliamo l’esatta dose di questa sostanza necessaria, che potrà essere dai 70 ng/ml in su», spiega Martelli. «Quindi si interviene con un’integrazione classica o farmaci che forniscono la sostanza già in forma ormonale parziale oppure piena. La durata della cura è individuale».


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