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Lo sbiancamento rovina i denti? Tutta la verità del dentista

Per sfoggiare denti smaglianti devi rinunciare al “fai da te” e affidarti a un professionista: otterrai grandi risultati e non rischierai di danneggiare lo smalto



Sei tra le fortunate che hanno un sorriso bianchissimo? Se la risposta è “no”, non ti scoraggiare, perché puoi migliorarlo notevolmente dedicandoti con impegno alla “smile care”. Ma oltre a un’accurata igiene quotidiana (dentifricio e spazzolino 3 volte al giorno, dopo ogni pasto), servono anche attenzioni extra che solo il dentista può assicurarti. Anche perché oggi il bleaching, lo sbiancamento dentale professionale, se eseguito a regola d’arte è diventato un trattamento sicuro, in grado di restituire al sorriso tutto il suo fascino, senza far correre rischi allo smalto.

Per vincere il timore infondato che sbiancare i denti significhi danneggiarli, abbiamo intervistato il dottor Neri Pinzuti, dentista esperto in odontoiatria estetica a Milano.


È vero che lo sbiancamento è diventato meno aggressivo?

«Sicuramente. Le tecniche in voga 30 anni fa non solo usavano agenti chimici sbiancanti molto aggressivi, ma non potevano puntare sull’ausilio fondamentale della luce-laser che, facendo penetrare molto prima il prodotto, riduce sensibilmente i tempi di esposizione alle sostanze acide. Attualmente esistono diversi protocolli di sbiancamento e ogni studio dentistico tende a proporre il suo. In linea generale, si utilizza un gel sbiancante a base di perossido di idrogeno al 40% (acqua ossigenata) o di perossido di carbammide al 16%, in grado poi di scomporsi in perossido di idrogeno e urea. Personalmente preferisco usare il primo, che garantisce risultati migliori, è importante, però, ribadire che non è solo il prodotto che si usa a fare la differenza, ma il tipo di luce utilizzata per attivarlo e farlo penetrare all’interno dello smalto.

Molti dentisti usano la lampada Led, che emette una luce blu fredda, e che impiega diverso tempo per attivare il gel sbiancante, dai 20 ai 30 minuti. Questo perché la luce Led è per sua natura incoerente, con onde luminose non tutte uguali. Diversa è la luce laser che, non solo è più potente, ma viene definita coerente e puntiforme, perché emette una lunghezza d’onda ben precisa e stabile. Si tratta di una differenza sostanziale: con le lampade a Led, infatti, si determina un surriscaldamento del dente per ben 20-30 minuti, fatto che può danneggiare lo smalto ed esporre al rischio di ipersensibilità dentale. Grazie al laser a diodi, invece, il tempo di esposizione si riduce a soli 5 secondi, sufficienti ad attivare il gel. La sua energia apre istantaneamente i tubuli dentali e consente una maggiore penetrazione del gel all’interno dei tessuti, con un danno termico pari a zero.

L’importante è agire solo dove serve, salvaguardando le gengive con la preventiva applicazione di un composto protettivo. Inoltre, sia il dentista sia il paziente devono indossare degli occhiali che proteggano gli occhi, durante il trattamento laser, seppur sia brevissimo. Per mantenere i risultati, a fine trattamento consegno due mascherine dentali da usare a casa, confezionate su misura per ogni paziente prendendo l’impronta delle arcate dentali. Vanno indossate un’ora al giorno per 8 giorni consecutivi, spalmando al loro interno una piccola quantità di gel al perossido di carbammide (16%)».


Ci sono casi in cui lo sbiancamento è controindicato?

«Sì. Può essere sconsigliato alle persone molto anziane, che presentano lo smalto assottigliato e la dentina ingiallita. Oppure a chi si sottopone a cure oncologiche o ha ricorrenti gengiviti a causa del diabete. Così come a chi ha un’accentuata sensibilità dentale e avverte fitte dolorose ogni volta che consuma cibi e bevande calde o fredde oppure soffre di bulimia (per l’azione erosiva degli acidi del vomito). Queste categorie un po’ fragili dovrebbero fare un’attenta valutazione medica dei “pro e contro” prima di sottoporsi al bleaching, che in molti casi è controindicato, per non erodere ulteriormente uno smalto già indebolito.

Inoltre, molti pazienti pensano di poter sbiancare anche le parti del dente ricostruite, per esempio in seguito a fratture, scheggiature o grandi otturazioni. Ma ciò non è fattibile: le ricostruzioni in resina o in materiale composito, che con il passare del tempo si ingialliscono, non sono sensibili allo sbiancamento dentale, perché si tratta di “inserzioni” artificiali, estranee all’originale natura del dente. L’alternativa, in questo caso, è puntare sulle faccette dentali, sottili rivestimenti in ceramica realizzati su misura e applicati sulla superficie esterna del dente.

Infine, va ricordato che lo sbiancamento è sconsigliato se prima non si esegue un’accurata seduta di igiene dentale, volta a rimuovere la placca e il tartaro (principali responsabili di carie e gengiviti). Un’ultima osservazione: alcuni pazienti con denti molto grigi o ingialliti chiedono di raggiungere un bianco abbagliante. Occorre ricordare, però, che nella scala colori odontoiatrica è possibile ottenere fino a quattro gradi di sbiancamento dalla tonalità di partenza. Non di più, ed è già molto per riuscire a sfoggiare uno splendido sorriso».


Quali sono i nemici dello smalto?

«Nemico numero uno è la nicotina delle sigarette, che fa virare il colore dello smalto verso un antiestetico marroncino-giallo. Sotto accusa sono anche alcuni antibiotici, come le tetracicline e i derivati della penicillina, soprattutto se presi per lungo periodo in età pediatrica o giovanile. Poi vi è una lunga lista di cibi e bevande, ricche di pigmenti, a cui prestare attenzione: il caffé, il té nero, la liquirizia, il vino rosso, le barbabietole, il carciofo, i frutti rossi, la salsa di soia, la cioccolata calda. Nei giorni seguenti il bleaching questi cibi vanno evitati, per non inficiare i risultati, mentre nella quotidianità è difficile rinunciare a un buon caffè.

Un trucco potrebbe essere quello di sciacquare bene la bocca con acqua, subito dopo il caffè, mentre il succo di mirtilli può essere bevuto con una cannuccia, per limitare la superficie dentale a diretto contatto con i pigmenti naturali. Inoltre, va ricordato che l’uso abituale di collutori a base di clorexidina (un antinfiammatorio utile per contrastare le gengiviti), a lungo andare macchia i denti, formando striature marroni difficili da cancellare».


Che cosa ne pensa dello sbiancamento “fai da te”?

«Quello domiciliare, cioè da fare a casa con il kit di “mascherine” e gel consegnato dal dentista, non dà gli stessi risultati dello sbiancamento realizzato sulla poltrona dello studio. Perché viene a mancare un elemento fondamentale: la luce laser che attiva il gel. Circa la miriade di prodotti antimacchia venduti in farmacia, al supermercato e nelle catene di negozi per la bellezza e l’igiene personale, non solo non offrono garanzie di risultato ma, se usati quotidianamente e in modo scorretto, possono esporre al rischio di gengiviti e retrazione gengivale, intaccare lo smalto e causare ipersensibilità dentale.

I vari dentifrici che promettono denti bianchissimi dalla prima volta in cui si usano, contengono sostanze abrasive (come il baking soda, cioè il bicarbonato di sodio, la silice idrata, cioè la polvere di silicio, o le microparticelle di salvia) che risultano essere aggressive, specie se usate più volte al giorno, magari con uno spazzolino dalle setole dure. Un po’ più delicati sono i prodotti a base di argilla, di ossigeno attivo e di lichene islandico, che però hanno un effetto sbiancante limitato. Alcuni vengono attivati da una debole luce led tascabile, molto meno potente di quella usata dal dentista.

Cautela anche per le “striscette sbiancanti” a base di carbossimeticellulosa (CMC), un polimero usato in cosmetica per la sua azione stabilizzante e filmogena. Vanno usate una tantum, facendo attenzione a non applicarle sulle gengive per evitare irritazioni. Anche in questo caso, oltre a produrre uno sbiancamento molto blando (non paragonabile a quello professionale) il loro uso frequente rende i denti sensibili».


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