Stanca e irritabile: e se fosse la tiroide? Come scoprirlo e cosa fare

Sensibile alle variazioni ormonali e alle disfunzioni del sistema immunitario, la tiroide può funzionare troppo o troppo poco. I suoi squilibri sono molto diffusi ma con segnali spesso sottovalutati. Fondamentali quindi prevenzione e terapie mirate



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Con la consulenza della dottoressa Elisa Verrua, specialista in endocrinologia e malattie del metabolismo

Tanto piccola quanto decisiva: posizionata alla base del collo, davanti alla trachea, la tiroide pesa tra i 10 e i 20 g. Ha la forma di una farfalla, con le ali che misurano circa 3-5 cm in altezza e 2 di spessore. Questa ghiandola endocrina, che potrebbe stare nel palmo di una mano, influenza l’intero organismo. Dal battito del cuore all’integrità delle ossa, dalla temperatura corporea alla velocità con cui bruciamo le calorie, fino alla qualità del sonno e alla stabilità emotiva: la tiroide, attraverso i suoi potenti ormoni, svolge un ruolo chiave nel preservare il nostro benessere.

«Secondo i dati ufficiali, 6 milioni di italiani hanno problemi legati a un malfunzionamento tiroideo, ma la cifra reale è sicuramente più alta: molti presentano sintomi così lievi da passare quasi inosservati», spiega la dottoressa Elisa Verrua, specialista in endocrinologia e malattie del metabolismo.


Le donne hanno più spesso disturbi tiroidei?

«Sì, in modo netto: fino a 10 volte più degli uomini. Le cause sono diverse e probabilmente concomitanti. Innanzitutto, molte condizioni della tiroide sono associate a meccanismi di autoimmunità, cioè a un funzionamento non corretto del sistema immunitario, il quale produce anticorpi che, anziché difenderci, ci aggrediscono, e le malattie autoimmuni, in generale, sono più frequenti tra le donne.

Un altro elemento da considerare è l’influenza degli estrogeni: le variazioni ormonali tipicamente femminili, legate per esempio al ciclo mestruale e alla gravidanza, possono incidere sull’equilibrio tiroideo. Infine, le donne tendono a sottoporsi con maggiore regolarità ai controlli medici, un’abitudine che fa emergere più facilmente anche queste condizioni».


In cosa consistono gli esami di controllo?

«Alcune alterazioni della tiroide possono manifestarsi con disturbi come stanchezza e irritabilità, quindi con segnali comuni che è facile sottovalutare o imputare ad altre cause. Per questo, periodicamente, insieme alle abituali analisi del sangue, è importante controllare il funzionamento tiroideo attraverso il dosaggio del TSH e, in alcuni casi, completando il pannello con FT3 (triiodotironina) e FT4 (tiroxina libera).

Si possono poi aggiungere il dosaggio degli anticorpi tiroidei ed eventualmente anche un’ecografia, per valutare la forma e lo stato della ghiandola. In questo percorso, il ruolo del medico di base è centrale: è lui a interpretare i risultati nel loro insieme e, se necessario, a indirizzare il paziente verso una visita endocrinologica».


Quali sono i sintomi classici di un’alterazione della tiroide?

«Nel caso dell’ipotiroidismo, cioè quando la tiroide rallenta la sua produzione ormonale, insieme ad affaticamento e sonnolenza, possono comparire stitichezza, pelle secca, caduta dei capelli e pallore. In alcuni casi, si associa anche anemia e aumento del peso corporeo, più per la ritenzione di liquidi che per un accumulo di grasso.

Con l’ipertiroidismo, invece, l’organismo va incontro a un’accelerazione generale. I sintomi più tipici sono tachicardia e palpitazioni, sudorazione aumentata, intolleranza al caldo, tremori e una sensazione di agitazione, spesso accompagnata da insonnia. È frequente anche una perdita di peso rapida e non intenzionale, dovuta soprattutto a una riduzione della massa muscolare».


I suoi squilibri influenzano ciclo mestruale e fertilità?

«Sì, quando questa ghiandola non funziona bene, le mestruazioni possono diventare irregolari e la fase ovulatoria difficile da prevedere. Accade anche perché un’alterazione a livello della tiroide può interferire con la prolattina, ormone secreto dall’ipofisi che contribuisce alla regolazione del ciclo. Inoltre, gli ormoni tiroidei intervengono già nelle fasi iniziali del processo riproduttivo, influenzando la maturazione dei follicoli ovarici: quando vengono prodotti in modo anomalo, la probabilità di concepimento tende a ridursi».


Che ruolo ha durante la gravidanza?

«È fondamentale. Fino a circa l’undicesima settimana dall’inizio della gestazione, il feto non ha ancora una tiroide funzionante e dipende completamente dagli ormoni tiroidei della mamma, che sono indispensabili per lo sviluppo di processi cruciali, come la crescita scheletrica e la formazione del sistema nervoso centrale».


Come si procede in presenza di una disfunzione?

«Programmando la gravidanza nelle condizioni migliori. Un ipotiroidismo non trattato o trattato in modo sbagliato può avere un impatto significativo sull’andamento della gestazione, aumentando i rischi di ipertensione e aborto spontaneo. Mentre in presenza di ipertiroidismo, si consiglia di attendere che la funzione tiroidea venga adeguatamente controllata prima di provare a fare un bambino. Oggi, per fortuna, disponiamo di terapie farmacologiche efficaci che consentono di vivere i nove mesi in modo sicuro anche alla maggior parte delle donne con problemi tiroidei. Ogni caso, però, va affrontato in maniera personalizzata».


Quanto conta la familiarità nei disturbi della tiroide?

«Esiste una predisposizione genetica, per cui chi ha familiari stretti con problemi tiroidei presenta un rischio più alto di svilupparli. Questo vale soprattutto per le forme più comuni, spesso legate anche a meccanismi autoimmuni, che tendono a ricorrere all’interno dello stesso nucleo».


Cosa si può fare per proteggerne la salute?

«Insieme al normale uso di sale iodato, utile per fornire all’organismo un adeguato apporto di iodio (l’elemento essenziale per la produzione degli ormoni tiroidei), contano le regole base di uno stile di vita sano: alimentazione equilibrata, niente fumo (che può avere effetti negativi sulla ghiandola, soprattutto nelle donne) e controlli mirati nelle persone più a rischio. In presenza di carenze, come quella di selenio o vitamina D, un’integrazione può essere di supporto, in particolare nelle condizioni legate a patologie autoimmuni, tipo la tiroidite di Hashimoto».


Parliamo di noduli tiroidei: quanto sono comuni?

«Parecchio: sono presenti nel 40-50 per cento della popolazione, spesso asintomatici e nella stragrande maggioranza dei casi benigni. Sono piuttosto frequenti anche in gravidanza».


In genere come vengono scoperti?

«Spesso in modo casuale, ad esempio durante esami eseguiti per altri motivi, come i controlli alle carotidi. Nella maggior parte dei casi sono asintomatici e, non di rado, le analisi del sangue relative ai dosaggi degli ormoni tiroidei restano nella norma».


Individuato un nodulo, come si procede?

«La valutazione parte dall’ecografia, che fornisce informazioni fondamentali su dimensioni, aspetto e caratteristiche. In base a questi elementi, si decide se è sufficiente un monitoraggio nel tempo o se servono altri accertamenti. In presenza di elementi sospetti o di una crescita significativa può essere indicato un agoaspirato, che permette di chiarire la natura del nodulo.

L’intervento chirurgico viene preso in considerazione quando risulta maligno, se il rischio non può essere escluso con certezza e si ritiene che il follow-up non basti, oppure quando le dimensioni provocano fastidi, come difficoltà a deglutire. A seconda dei casi, può essere rimossa una parte della tiroide o l’intera ghiandola. Anche quando è necessario asportarla completamente, con una terapia sostitutiva adeguata è possibile condurre una vita normale, senza limitazioni significative».


Ipotiroidismo: perché la tiroide rallenta

Tiroidite di Hashimoto: questa malattia autoimmune cronica è la causa di ipotiroidismo più frequente. Il sistema immunitario altera progressivamente la funzione della ghiandola.

Post-terapie: interventi chirurgici alla tiroide o trattamenti con iodio radioattivo possono provocarlo.

Forme congenite o strutturali (rare): fin dalla nascita, la ghiandola è poco sviluppata o funziona male.

Problemi all’ipofisi o condizioni transitorie, soprattutto legate a gravidanza e post-parto.


Come si cura l'ipotiroidismo. La terapia è sostitutiva e consiste nell’assunzione di levotiroxina, l’equivalente sintetico dell’ormone tiroideo che manca. Il dosaggio viene personalizzato in base a età, peso, valori ormonali e condizioni specifiche (come gravidanza). Nelle forme lievi o legate a momenti particolari della vita, il trattamento può essere temporaneo; nella maggior parte dei casi è continuativo. Con una terapia ben impostata e controlli regolari, la funzione ormonale viene riequilibrata e la qualità di vita resta sovrapponibile a quella di chi non ha problemi tiroidei.


Ipertiroidismo: perché la tiroide accelera

Malattia di Basedow-Graves: la causa più comune di ipertiroidismo autoimmune. Il sistema immunitario produce autoanticorpi che iperstimolano la tiroide. Talvolta interessa anche gli occhi, causando oftalmopatia (occhi sporgenti).

Noduli “autonomi”: aree della ghiandola che producono ormoni in modo indipendente dai normali meccanismi di controllo.

Tiroiditi: infiammazioni della tiroide (anche post-partum o post-virali) che possono provocare un temporaneo rilascio di ormoni nel sangue.

Eccesso di iodio o farmaci: integratori, prodotti dimagranti o cosmetici con alto contenuto di iodio possono interferire con la funzione tiroidea.

Come si cura l'ipertiroidismo. Il trattamento dipende dalla causa e dalle condizioni generali del paziente. Nella maggior parte dei casi si inizia con farmaci antitiroidei, che riducono la produzione di ormoni e riportano l’equilibrio. In alcune situazioni si ricorre alla terapia radiometabolica o, più raramente, alla chirurgia, soprattutto se c’è un nodulo ed è necessario ottenere un controllo rapido e definitivo, ad esempio perché si sta cercando una gravidanza in età già avanzata. L’ipertiroidismo richiede controlli nel tempo perché può andare incontro a recidive anche a distanza di anni o, viceversa, virare verso tale condizione.


Più controlli più diagnosi

Negli ultimi anni le diagnosi di disturbi tiroidei sono in crescita, ma non sempre perché la tiroide “si ammala di più”. «Contano i controlli più frequenti e gli strumenti diagnostici sempre più precisi, che intercettano anche forme lievi o praticamente asintomatiche, ma non solo», spiega la dottoressa Verrua. «Anche il sistema immunitario gioca un ruolo chiave: l’esposizione a numerose infezioni virali, com’è successo con il Covid, può agire da fattore scatenante, portando alla comparsa di tiroiditi».

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