Sifilide, il ritorno del male antico: boom di casi tra i giovani

Insieme ad altre infezioni sessualmente trasmesse, la sifilide è in crescita in Italia e in Europa, con un aumento che coinvolge anche i più giovani. La diffusione è legata soprattutto a una ridotta percezione del rischio. Centrale la prevenzione e la diagnosi precoce



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Con la consulenza della dottoressa Elsa Viora, presidente della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia

Per anni abbiamo pensato che alcune malattie appartenessero al passato, relegate ai libri di storia della medicina. Tra queste c’era anche la sifilide, un’infezione che sembrava definitivamente sconfitta grazie alla penicillina e ai progressi della scienza moderna. Oggi, però, questo scenario sta cambiando. I dati più recenti mostrano un aumento preoccupante dei casi soprattutto tra i più giovani, con un incremento addirittura tra i minorenni, riportando questa infezione al centro dell’attenzione sanitaria.

Le ragioni di questa “rinascita” sono molteplici e profondamente intrecciate: da un lato il minore ricorso al preservativo, dall’altro una ridotta percezione del rischio, spesso accompagnata da una carente educazione sessuale. A questi fattori si aggiungono i cambiamenti nei comportamenti sociali e relazionali, che contribuiscono a creare le condizioni ideali per la diffusione di infezioni che, erroneamente, si pensava appartenessero al passato.

Che cos’è la sifilide

314571La sifilide è un’infezione sessualmente trasmessa causata dal batterio Treponema pallidum, un microrganismo appartenente al gruppo delle spirochete, caratterizzato da una struttura sottile e spiraliforme che gli consente di muoversi con facilità nei tessuti dell’organismo.

«Questa particolare capacità lo rende estremamente invasivo», spiega la dottoressa Elsa Viora (nella foto a lato), presidente della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia. Una volta penetrato attraverso le mucose o piccole lesioni della pelle, non resta confinato nel punto di ingresso, ma si diffonde progressivamente nel sangue e nei vari distretti corporei.

A differenza di molte altre infezioni, la sifilide non segue un decorso lineare e facilmente riconoscibile. Il suo andamento è subdolo e complesso, perché alterna fasi in cui i sintomi sono evidenti ad altre in cui sembrano scomparire del tutto. Proprio questa caratteristica la rende particolarmente pericolosa. La persona può convincersi di essere guarita quando, in realtà, l’infezione continua a progredire silenziosamente.

Come si trasmette

La sifilide si trasmette principalmente attraverso il contatto sessuale, durante rapporti vaginali, anali o orali con una persona infetta. Il batterio Treponema pallidum penetra nell’organismo attraverso le mucose o piccole lesioni della pelle, spesso talmente microscopiche da passare completamente inosservate. È proprio questa facilità di ingresso a rendere l’infezione particolarmente contagiosa.

A differenza di quanto si potrebbe pensare, non è necessario che siano presenti sintomi evidenti perché avvenga il contagio. Il batterio è infatti contenuto nelle lesioni cutanee, nelle ulcere e nelle secrezioni corporee delle persone infette e può essere trasmesso anche quando queste manifestazioni sono poco visibili o localizzate in aree difficili da osservare, come il cavo orale o i genitali interni. Questo contribuisce a una diffusione silenziosa, spesso inconsapevole, che rende difficile interrompere la catena dei contagi.

«Un elemento che distingue la sifilide da altre infezioni sessualmente trasmissibili è la possibilità di trasmissione anche attraverso il semplice contatto tra mucose o pelle non integra, senza necessariamente un rapporto sessuale completo», tiene a precisare la dottoressa Viora. «Questa caratteristica ne aumenta ulteriormente la capacità di diffusione».

Particolarmente rilevante è la trasmissione verticale, ovvero il passaggio dell’infezione dalla madre al feto. «Durante la gravidanza, il Treponema pallidum può attraversare la placenta e infettare il nascituro, provocando quella che viene definita sifilide congenita», aggiunge l’esperta. «Le conseguenze possono essere estremamente gravi: si va da complicazioni della gravidanza, come aborto spontaneo o parto prematuro, fino a danni permanenti nello sviluppo del bambino o, nei casi più severi, alla morte intrauterina. Per questo motivo, lo screening durante la gravidanza rappresenta uno strumento fondamentale di prevenzione».

Quali sono i sintomi della sifilide 

La sifilide è una malattia complessa anche dal punto di vista clinico, perché non si manifesta in modo lineare ma evolve attraverso diverse fasi successive, ciascuna con caratteristiche proprie. Questo andamento “a tappe” contribuisce a renderla difficile da riconoscere, soprattutto nelle fasi iniziali, quando i segnali possono essere lievi o facilmente trascurati.

Inizialmente il primo segno dell’infezione compare dopo un periodo di incubazione che può variare da pochi giorni fino a diverse settimane o mesi. Si tratta del cosiddetto sifiloma, un’ulcera dalla forma tondeggiante, con margini netti e consistenza dura, che ha la particolarità di essere indolore. Può localizzarsi nei genitali, nell’area anale oppure nella bocca, a seconda del tipo di contatto avvenuto. Proprio l’assenza di dolore porta spesso a sottovalutarla o addirittura a non accorgersene, soprattutto quando la lesione si trova in sedi poco visibili. Dopo alcune settimane il sifiloma tende a scomparire spontaneamente, ma questa apparente guarigione è fuorviante, perché l’infezione non è stata eliminata e continua a progredire nell’organismo.

Con il passaggio allo stadio secondario, il batterio Treponema pallidum si è ormai diffuso attraverso il sangue, dando origine a una sintomatologia più ampia e sistemica. Le manifestazioni più tipiche sono le eruzioni cutanee, che possono comparire sotto forma di macchie o chiazze rossastre distribuite sul tronco e sugli arti, ma anche sui palmi delle mani e sulle piante dei piedi, una caratteristica piuttosto distintiva. A queste si associano sintomi generali come febbre, senso di stanchezza, mal di gola, dolori muscolari e ingrossamento dei linfonodi. In alcuni casi possono comparire anche perdita di capelli o lesioni nelle mucose. Anche in questa fase, tuttavia, i sintomi possono attenuarsi e scomparire senza alcun trattamento, rafforzando l’illusione di una risoluzione spontanea.

Segue poi una terza fase latente, silenziosa e priva di manifestazioni evidenti, che può protrarsi anche per anni. In questo periodo la persona non presenta sintomi, ma l’infezione persiste nell’organismo. Si tratta di una fase particolarmente insidiosa, perché da un lato rende difficile la diagnosi, dall’altro può favorire una diffusione inconsapevole della malattia.

Se non trattata, la sifilide può infine evolvere nello stadio tardivo, che può comparire anche a distanza di molti anni dal contagio iniziale. In questa fase l’infezione può colpire organi vitali come il cuore, il cervello e il sistema nervoso centrale. Le conseguenze possono essere estremamente gravi e comprendono disturbi neurologici, perdita della memoria, alterazioni cognitive, problemi motori, fino a paralisi e danni irreversibili. Nei casi più avanzati, la malattia può compromettere in modo significativo la qualità della vita e risultare persino letale.

Come si diagnostica

La diagnosi della sifilide si basa principalmente su esami sierologici, ovvero analisi del sangue in grado di rilevare la presenza di anticorpi prodotti dall’organismo in risposta al batterio Treponema pallidum. Si tratta di un metodo affidabile che consente di identificare l’infezione anche nelle fasi iniziali, spesso prima ancora che i sintomi diventino evidenti.

I test utilizzati si distinguono in due categorie principali. Da un lato ci sono quelli specifici, che individuano direttamente gli anticorpi diretti contro il batterio e permettono di confermare la diagnosi. Dall’altro ci sono i test non specifici, utili per valutare l’attività della malattia e monitorare l’efficacia della terapia nel tempo. L’uso combinato di queste analisi consente di ottenere un quadro preciso della situazione clinica del paziente.

In alcuni casi, soprattutto quando sono presenti lesioni cutanee, può essere effettuato anche un prelievo diretto dal tessuto per analisi di laboratorio, ma nella pratica clinica quotidiana gli esami del sangue restano lo strumento principale.

Proprio perché la sifilide può attraversare fasi completamente asintomatiche, la diagnosi non può basarsi esclusivamente sulla presenza di sintomi. Per questo motivo, il test rappresenta uno strumento fondamentale non solo per individuare precocemente l’infezione, ma anche per prevenirne la diffusione. Sottoporsi a controlli periodici, in particolare in presenza di comportamenti a rischio o dopo rapporti non protetti, è essenziale per interrompere la catena del contagio e intervenire tempestivamente con la terapia adeguata.


Come si cura la sifilide

Nonostante la sua evoluzione potenzialmente grave, la sifilide è oggi una malattia curabile, soprattutto quando viene diagnosticata e affrontata tempestivamente. Il trattamento di riferimento rimane la penicillina, un antibiotico storico che ancora oggi rappresenta la terapia più efficace contro l’infezione causata dal batterio Treponema pallidum. La sua azione permette di eliminare il microrganismo dall’organismo in modo definitivo, interrompendo la progressione della malattia.

«Quando la terapia viene avviata nelle fasi iniziali, la guarigione è generalmente completa e non lascia conseguenze», tiene a precisare la dottoressa Viora. In questa fase, infatti, il danno agli organi non si è ancora instaurato e l’intervento antibiotico è in grado di risolvere l’infezione prima che possa evolvere. Diverso è il caso degli stadi più avanzati: anche se il batterio viene comunque eliminato, le eventuali lesioni già prodotte a carico del sistema nervoso, del cuore o di altri organi possono risultare irreversibili, con conseguenze permanenti sulla salute del paziente.

Un elemento essenziale del trattamento riguarda anche la gestione dei comportamenti durante la terapia. È infatti fondamentale astenersi dai rapporti sessuali fino alla completa guarigione per evitare la trasmissione dell’infezione ad altre persone o il rischio di nuove reinfezioni. Parallelamente, è necessario che anche i partner sessuali vengano sottoposti a controlli e, se necessario, a trattamento, così da interrompere in modo efficace la catena del contagio.

«Un aspetto spesso sottovalutato, ma di grande importanza, è che la guarigione non conferisce immunità», spiega l’esperta. «Anche dopo un trattamento corretto e la completa eliminazione del batterio, è possibile contrarre nuovamente la sifilide in caso di nuova esposizione. Questo rende la prevenzione e il comportamento consapevole elementi fondamentali tanto quanto la terapia stessa».

Come si previene

Di fronte alla ripresa dei casi di sifilide, la prevenzione resta lo strumento più efficace per limitarne la diffusione. Il primo livello di protezione è rappresentato dall’uso corretto del preservativo durante i rapporti sessuali, sia vaginali che anali e orali. Pur non offrendo una protezione assoluta, poiché alcune lesioni possono trovarsi in aree non coperte, il suo utilizzo riduce in modo significativo il rischio di trasmissione dell’infezione causata dal batterio Treponema pallidum.

Accanto alla protezione fisica, assume un ruolo centrale la consapevolezza individuale e collettiva. «Una corretta educazione sessuale permette di riconoscere i comportamenti a rischio, comprendere le modalità di trasmissione delle infezioni e adottare scelte più responsabili», spiega la dottoressa Viora. «In questo contesto, anche la comunicazione tra partner diventa fondamentale, perché parlare apertamente di salute sessuale e di eventuali esposizioni consente di ridurre concretamente le possibilità di contagio».

Un ulteriore elemento di prevenzione è rappresentato dai controlli periodici. Sottoporsi a test regolari, soprattutto in presenza di rapporti non protetti o di nuovi partner, permette di individuare precocemente eventuali infezioni e interromperne la diffusione prima che possano evolvere.

Infine un ruolo decisivo è svolto dall’attenzione ai segnali del proprio corpo. «Non ignorare sintomi anche lievi e rivolgersi tempestivamente a un medico può fare la differenza tra una terapia semplice e la prevenzione di complicazioni anche gravi e permanenti», conclude la dottoressa Viora. «In questo senso, la prevenzione non è soltanto una misura medica, ma anche un atteggiamento di responsabilità verso sé stessi e verso gli altri».

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