Covid 19: scoperto un composto per fermare la replicazione del virus

Svolta nelle terapie anti Covid-19: ricercatori del Politecnico di Milano hanno visto che il composto farmacologico Ebselen è in grado di inibire la replicazione del virus Sars-Cov-2



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Reca la firma dal Politecnico di Milano l’importante ricerca, pubblicata sul New Journal of Chemistry, che apre nuovi scenari nella cura del Covid-19. Lo studio al centro dell’attenzione internazionale è stato condotto da due dottorandi, Patrick Scilabra e Andrea Daolio, coordinati dal professor Giuseppe Resnati, ordinario di chimica al Politecnico di Milano, con la collaborazione di un team di ricercatori dell’Università di Jyväskjlä (Finlandia). La bella notizia? Un composto farmacologico di nome Ebselen è in grado di bloccare la replicazione del retrovirus Sars-Cov-2, la cui infezione dà luogo alla malattia genericamente chiamata Covid. Di che cosa si tratta? E quali sono le implicazioni terapeutiche della scoperta?


Che cos'è Ebselen e a cosa serve

«Che l’Ebselen fosse efficace contro diversi retrovirus, come quello dell’epatite C e dell’Hiv, non è una novità», commenta il professor Giuseppe Resnati. «Farmaco di sintesi, ha cominciato a essere utilizzato a metà degli anni ‘80 per la sua spiccata attività contro i radicali liberi. Negli anni, Ebselen si è poi rivelato un composto con un ampio spettro di attività farmacologiche ed è stato studiato per ridurre i danni ischemici e da ictus, il disturbo bipolare, la perdita dell’udito e persino gli acufeni, i fastidiosi ronzii alle orecchie. Inoltre, negli studi sperimentali, Ebselen ha dimostrato di avere anche proprietà antinfiammatorie, antiaterosclerotiche, antibatteriche e antivirali. Un campo di utilizzo ampio e variegato, quindi, sul quale però gravava l’incertezza del meccanismo di azione. Si sapeva che tutto era riconducibile alla sua capacità di inibire la formazione di radicali liberi, attribuita al selenio inserito in un preciso contesto molecolare, ma mancavano dei passaggi».

Quando poi è scoppiata la pandemia, Ebselen ha cominciato a essere studiato per la sua attività anti Covid-19. Già uno studio multicentrico condotto la scorsa primavera, durante la prima ondata, aveva rilevato che il composto risultava essere superiore, nell’inibire la replicazione virale, a oltre 10.000 molecole analizzate. Tant’è che gli Stati Uniti, forti di questi promettenti risultati, avevano iniziato subito la sperimentazione in vitro, su colture cellulari, seguita poi dalla sperimentazione clinica di fase due, tuttora in corso, condotta su malati di Covid-19 più o meno gravi: dal paziente asintomatico fino a quello ricoverato in terapia intensiva».

Il problema cruciale è che fino a ora mancavano importanti tasselli per comporre il puzzle. Si sapeva in maniera empirica che Ebselen funzionasse, perché le molecole di selenio in esso contenute riuscivano a legarsi alle proteine del virus, bloccandone la capacità di replicarsi. Ma non si sapeva esattamente come ciò avvenisse. Ovvero quale fosse, stadio dopo stadio, il meccanismo d’azione che portasse al blocco. Ed è proprio su questi passaggi che ha fatto luce la ricerca del Politecnico, rivelando tutti i contorni di una reazione chimica importantissima, il mezzo da conoscere e padroneggiare per arrivare al fine.


Come funziona Ebselen e che cos'è la proteina Mpro

«Per capire il funzionamento di Ebselen, abbiamo utilizzato una tecnica analitica: la RMN (risonanza magnetica nucleare) del selenio 77. Ovvero una tecnica di indagine spettroscopica, che utilizza un campo magnetico e che ci permette di visualizzare come i singoli atomi di selenio interagiscono con gli atomi di ossigeno e di azoto, presenti nelle proteine-bersaglio. Abbiamo così studiato tutti i passaggi del cosiddetto bonding, cioè il momento in cui il selenio si lega agli atomi di azoto e ossigeno presenti nella catena polimerica degli aminoacidi che formano, come tanti mattoncini, le proteine virali. L’invisibile bonding tra questi atomi dà origine a quel legame calcogeno capace di bloccare la proteina Mpro, fondamentale per la crescita e la replicazione virale».

Insomma, una serie di reazioni a catena, studiate a livello molecolare e atomico per capire come il composto farmacologico possa arrivare ad arrestare l’infezione. In questa partita, quindi, il selenio ha un ruolo-chiave. Ma attenzione a non gettarsi sul primo integratore alimentare a base di questo prezioso oligoelemento. «Sarebbe totalmente inutile fare incetta di selenio perché in Ebselen non si trova da solo ma associato ad atomi di carbonio, di azoto, di idrogeno e di ossigeno», avverte il professor Resnati. «Si tratta cioè di una formula chimica complessa in cui l’azione del singolo viene potenziata dall’interazione con gli altri elementi, in un complesso gioco di sinergie che è impossibile ricreare da soli. Tolto da questo contesto molecolare, molto probabilmente il selenio servirebbe a poco».


Le nuove prospettive di cura contro il Covid-19

Le leggi della chimica, rivelate dal Politecnico, aprono nuove prospettive nella cura della pandemia. Già gli Usa stanno utilizzando Ebselen a titolo sperimentale, anche se è ancora presto per stilare una classifica di successo o valutarne gli eventuali effetti collaterali. Ma una volta scoperti i meccanismi con cui si manda in blocco la proteina Mpro, sarà una sfida per le cause farmaceutiche mettere a punto delle nuove formule medicinali, ancora più attive di Ebselen verso il virus e capaci di coniugare l’efficacia del trattamento con l’assenza di effetti avversi. «Crediamo di aver posto le basi per indirizzare la ricerca verso nuovi ambiti», conclude il professor Giuseppe Resnati. «I risvolti di questa scoperta, infatti, sono potenzialmente enormi, in grado di segnare una svolta nelle terapie anti-Covid, con farmaci sempre più mirati al bersaglio e selettivi. Qui termina il nostro lavoro di ricerca: al Politecnico siamo chimici, non medici. Il guanto della sfida, ora, passa alle case farmaceutiche».


articolo pubblicato il 30 novembre 2020



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