Running, Linus: «La corsa è la mia musica preferita»

Il celebre conduttore radiofonico ci parla della sua dimensione di runner appassionato. E di come ha portato a correre decine di migliaia di persone nella sua gara del cuore



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Una passione che... non ha mai smesso di correre. Vent'anni fa tra Linus (per l’anagrafe Pasquale Di Molfetta) è, direttore artistico di Radio Deejay, e il running c’è stato prima un colpo di fulmine a sorpresa, poi un amore tenace che ha portato il conduttore radiofonico a macinare migliaia di chilometri a piedi, a gareggiare in tantissime maratone e a inventare nel 2005 Deejay Ten, una delle corse non agonistiche più famose d’Italia, aperta a tutti, di ogni età e capacità atletica.
Starbene ha incontrato Linus… di corsa e sulla corsa.


Una curiosità: perché hai intitolato il tuo libro “Parli sempre di corsa”?

Che associazione c’è tra il parlare veloce e il running? È un titolo autoironico, per prendermi in giro. Perché è vero che qualche anno fa non facevo altro che parlare di corsa, e qualsiasi pretesto, come mi facevano notare familiari, amici e radioascoltatori, era buono per farlo. Ma è altrettanto vero che parlare di corsa, una parola dietro l’altra, è stata la mia prima dimensione radiofonica. Uno “stile” degli esordi, dovuto all’apprensione, che ho superato ma che mi ha fatto un po’ soffrire!


Che ritmo fisico e mentale ti dà la corsa?

Ho iniziato a correre a 45 anni, e all’inizio andavo pianissimo: dovevo adattare il mio corpo a qualcosa di completamente nuovo, per me. Ho sempre fatto sport, tennis, sci ma soprattutto calcio. Questa, però, è una disciplina di scatti, l’esatto contrario della corsa, dove devi trovare una velocità che ti permetta di durare, chilometro dopo chilometro. Ci ho messo, quindi, tempo (e tanto impegno) per trovare il mio equilibrio da maratoneta.


Anche qui hai seguito una scaletta musicale?

Non ho il Dna del maratoneta, mio padre mi ha lasciato in eredità cosce e polpacci muscolosi e potenti. Ma ero molto quadrato di testa, e questo mi ha reso possibile durante allenamenti o gare di tenere la stessa cadenza di velocità (con un’oscillazione di 1-2 secondi al chilometro) per 40 chilometri. Un grande sforzo di cui ero molto fiero. Nella corsa entro certi limiti c’è una connessione precisa tra dare e avere. I traguardi che mi ero prefisso, nel mio piccolo, li ho raggiunti tutti. Adesso il ritmo si è ammorbidito, gli anni passano e corro un po’ meno ma con ancora più soddisfazione.


Quale?

Quando corro è come se, nello stesso tempo, tutto si spegnesse e si riaccendesse nella mia vita. Posso partire con tutto il nervosismo del mondo addosso ma poi finisco l’allenamento che ho completamente un’altra testa. È una pausa, rigenerante, che mi permette di astrarmi dalla realtà. A livello fisico, invece, ho rallentato, per l’età e i segni che le maratone hanno lasciato sul mio corpo. Prima correvo 4 volte alla settimana, adesso 2 e altre 2 faccio ciclismo. La bicicletta è parente della corsa ma molto meno traumatica, in quanto non si ha l’impatto sul terreno che fa male a ginocchia, caviglie e schiena.


Per te, la corsa è sfida personale o adattamento a te stesso?

Una volta avrei risposto: raggiungere e superare i miei limiti, l’obiettivo era toccare record personali che avrei ritenuto impossibili a mente fredda. Per arrivarci, ovviamente, ci vuole determinazione e disciplina dura. Adesso, invece, vivo la corsa con più flessibilità. In molte occasioni, per colpa degli infortuni, ho dovuto fermarmi e riprendere a correre, però “diverso” da prima. Succede anche nella vita. Ma perché non accettarlo? Tutti noi siamo programmati per ripartire sempre, anche di fronte alle peggiori situazioni, ma ogni volta dobbiamo ripararci e capire che siamo entrati in una fase diversa della nostra esistenza.


Pesa ricominciare “diversi”?

Al contrario, per me è bellissimo, e l’ho provato sulla mia pelle. Mi ricordo quando sono stato operato al tendine: stop per 3 mesi, quando ho ripreso a correre lo facevo per pochi minuti, poi pian piano ho aumentato fino a 20 minuti di fila e così via in crescendo. Ecco, a tratti, provo invidia per chi inizia a correre ora perché ha davanti a sé un percorso tutto da esplorare che io, invece, ho quasi finito. Sì, mi piace molto ricominciare, ricostruire. A qualsiasi livello. Anche se, oggi, ho ancora la prospettiva di fare un viaggio nella corsa, seppure più breve e tranquillo.


Che sensazioni ti dà correre da solo e in gruppo?

Ho sempre amato correre in compagnia essenzialmente perché non ho la muscolatura da corridore e, quindi, ho bisogno di qualche chilometro per sciogliere le gambe. Questo fastidio dura un quarto d’ora, però avere accanto qualcuno mi ha sempre aiutato a non pensare a questo dolore e ad andare avanti. Quando sei nella fase di crescita sportiva, il consiglio che do sempre a tutti è quello di trovarsi un amico di corsa: serve per avere la giusta disciplina, e alla base di tutto, c’è la costanza. Di questi tempi, in cui ho bisogno di libertà e non vivo la corsa come un’oppressione, apprezzo il fatto di farla in solitudine. Di andare a correre soltanto quando ho voglia, di essere solo con i miei pensieri.


Correre è la cifra stilistica dei nostri tempi. Non credi che andiamo tutti a un passo troppo sostenuto?

Eh sì, corriamo tanto. E poi per cosa? Per qualcosa che forse non ci appartiene. L’ho toccato con mano osservando la crescita di Deejay Ten: è passata dagli iniziali 5mila partecipanti agli attuali 40mila nel momento in cui l’abbiamo promossa più come un momento di condivisione e divertimento da vivere insieme che una gara. Dove i risultati contano poco o niente. Questo per dire che forse è meglio rallentare la corsa collettiva verso chimere di cui non abbiamo fondamentalmente così bisogno e inseguire di più le relazioni umane. L’uomo è un animale sociale, e il contatto con gli altri è la cosa che cerca maggiormente e di cui si nutre dal profondo.


Correre, e ancora correre nel prossimo futuro?

Sto cercando un mio equilibrio tra interessi personali e impegni professionali. Solo che a un certo punto pensare di fare solo quello che ci pare mi sembra difficile. Faccio i conti con la scoperta, drammatica, che la vita è una torta che non si fa mangiare una fetta per volta. Per traslato, siamo nati per correre. Certo, con gli anni si può rallentare. Ma non smettere del tutto.


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