Kenofobia: cos’è la paura silenziosa degli spazi vuoti
È una paura meno conosciuta rispetto ad altre, ma non per questo meno invalidante. Il timore non nasce dal vuoto in sé, bensì dalla difficoltà del cervello di gestire l’assenza di riferimenti e di mantenere una sensazione di controllo

Quando il nostro cervello osserva un ambiente, cerca automaticamente dei punti di riferimento: oggetti, confini, presenze che permettano di orientarsi e di valutare la sicurezza dello spazio. È un processo rapido, continuo e in larga parte inconscio, fondamentale per il senso di stabilità e controllo. Nella kenofobia questo meccanismo si inceppa.
Di fronte a uno spazio vuoto – una stanza spoglia, un ambiente privo di elementi visivi, un luogo senza persone o oggetti – l’assenza di riferimenti viene elaborata come un segnale di allarme.
Il vuoto non è percepito come neutro, ma come una potenziale minaccia, capace di attivare il sistema nervoso e generare ansia intensa. Non perché lo spazio sia oggettivamente pericoloso, ma perché viene meno ciò che normalmente permette alla mente di orientarsi, ancorarsi e mantenere una sensazione di controllo.
Cos'è la kenofobia
«La kenofobia è caratterizzata da una paura marcata e persistente degli spazi vuoti», spiega il dottor Guido Di Sciascio, direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell’ASL di Bari e presidente della Società Italiana di Psichiatria.
«Il termine deriva dal greco kenós, che significa “vuoto”, e phóbos, “paura”. Non va confusa con altre forme di fobia più note, come l’agorafobia o la paura delle altezze. Nella kenofobia l’elemento centrale non è l’ampiezza dello spazio, né la sua apertura verso l’esterno, ma l’assenza di contenuti visivi e punti di riferimento».
Anche un ambiente piccolo può risultare altamente ansiogeno se percepito come troppo spoglio o privo di elementi che aiutino l’orientamento. «La persona è consapevole che il vuoto non rappresenta un pericolo reale, ma questa consapevolezza razionale non è sufficiente a bloccare la risposta di paura, che si attiva in modo automatico», descrive l’esperto.
Quali sono le cause della kenofobia
Dal punto di vista psicologico e neurofisiologico, il cervello umano ha bisogno di riferimenti spaziali per orientarsi e mantenere una sensazione di stabilità. Oggetti, pareti, arredi e presenze umane forniscono informazioni che permettono di costruire una rappresentazione coerente dell’ambiente e di valutarne rapidamente la sicurezza.
Questo processo avviene in modo automatico e continuo, contribuendo a farci sentire “ancorati” allo spazio che ci circonda. «Se questi riferimenti vengono meno, il sistema di orientamento può andare in difficoltà», evidenzia il dottor Di Sciascio. «In alcune persone, questa difficoltà si manifesta come una semplice sensazione di spaesamento; in altre, più sensibili, può trasformarsi in una risposta ansiosa intensa».
Nella kenofobia, lo spazio vuoto viene percepito come una perdita di struttura e di prevedibilità, perché l’assenza di elementi visivi rende più difficile per il cervello organizzare l’esperienza e anticipare ciò che accadrà. «L’insicurezza generata dall’assenza di appigli favorisce l’attivazione dei circuiti della paura, con una risposta fisica e mentale sproporzionata rispetto alla situazione reale», evidenzia l’esperto.
Come accade per molte fobie, la kenofobia non ha un’unica causa identificabile. Spesso è il risultato dell’interazione tra una predisposizione individuale e specifiche esperienze di vita. «Alcune persone presentano una maggiore vulnerabilità all’ansia, tratti di personalità orientati al controllo o una difficoltà più marcata nel tollerare l’incertezza», descrive il dottor Di Sciascio. «In questi casi, l’incontro con uno spazio vuoto può rappresentare un fattore scatenante. In altri casi, la fobia può svilupparsi dopo un episodio di forte ansia o dipanicovissuto proprio in un ambiente privo di riferimenti, che viene successivamente associato alla paura».
La kenofobia può anche inserirsi in un quadro più ampio di ansia generalizzata o coesistere con altre fobie. Ciò che accomuna queste situazioni è una particolare sensibilità alla perdita di controllo e alla difficoltà di gestire contesti percepiti come privi di supporti esterni.
Quali sono i sintomi della kenofobia
I sintomi della kenofobia sono simili a quelli osservabili in altre fobie e nei disturbi d’ansia. L’esposizione allo spazio vuoto può provocare accelerazione del battito cardiaco, respiro corto, sudorazione, tremori, senso di vertigine e nausea.
«A questi segnali fisici si accompagna spesso una forte attivazione mentale, caratterizzata da paura intensa e dalla sensazione di perdere il controllo», aggiunge il dottor Di Sciascio. «Il corpo reagisce come se fosse in pericolo, anche in assenza di una minaccia reale. Questa reazione, proprio perché improvvisa e difficile da controllare, contribuisce a rafforzare la paura stessa, creando un circolo vizioso tra percezione del vuoto e risposta ansiosa».
Nel tempo la kenofobia può influenzare in modo significativo le abitudini quotidiane. Chi ne soffre tende a evitare ambienti spogli, stanze vuote, edifici poco arredati o luoghi isolati. «Questo comportamento di evitamento rappresenta un tentativo di protezione dall’ansia, ma finisce per consolidare la fobia», ammette l’esperto.
«Più si evita il contatto con lo spazio vuoto, più il vuoto viene percepito come minaccioso. In alcuni casi, l’evitamento può limitare la libertà di movimento, il lavoro o la vita sociale, soprattutto quando l’esposizione avviene in modo improvviso e non programmato. La fobia smette così di essere un disagio occasionale e diventa un fattore che condiziona le scelte quotidiane».
Come si cura la kenofobia
Il trattamento della kenofobia può seguire diverse strade, spesso integrate tra loro. L’intervento farmacologico può essere utile per ridurre l’intensità dei sintomi ansiosi, soprattutto nelle fasi più acute. Farmaci ansiolitici o antidepressivi di nuova generazione agiscono sul sistema nervoso, permettendo una maggiore stabilità emotiva. «Tuttavia, questi strumenti non modificano le cause profonde della fobia», tiene a precisare il dottor Di Sciascio.
Per questo motivo il trattamento psicologico rappresenta l’approccio più efficace nel lungo periodo. La terapia cognitivo-comportamentale aiuta la persona a riconoscere e ristrutturare i pensieri legati al vuoto, mentre le tecniche di esposizione graduale permettono di affrontare progressivamente gli spazi temuti, riducendo la risposta di ansia attraverso un processo di desensibilizzazione.
Negli ultimi anni, alcune terapie di esposizione hanno iniziato a utilizzare la realtà virtuale. «Grazie a visori immersivi, è possibile simulare ambienti vuoti in modo controllato e sicuro, consentendo alla persona di confrontarsi con la paura senza essere fisicamente esposta», descrive il dottor Di Sciascio. «Questo approccio permette di lavorare sulla risposta emotiva in modo graduale, monitorando le reazioni e adattando l’intensità dell’esperienza. La realtà virtuale non sostituisce la terapia tradizionale, ma rappresenta uno strumento aggiuntivo che può facilitare il percorso di trattamento, soprattutto per chi trova difficile l’esposizione diretta».
Quando la kenofobia si manifesta in forma lieve o nelle fasi iniziali, può essere sufficiente un supporto psicologico mirato. Tecniche di respirazione, esercizi di consapevolezza corporea e piccoli passi di esposizione controllata aiutano a ridurre l’ansia e a migliorare la tolleranza del vuoto. L’obiettivo non è forzare la persona a confrontarsi immediatamente con ciò che teme, ma costruire gradualmente una maggiore sicurezza interna. «Anche in questi casi, è importante non sottovalutare il problema e non affidarsi a strategie improvvisate, ma seguire un percorso guidato e consapevole», conclude l’esperto.
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