La felicità non è fortuna: i 5 pilastri dello psicologo per conquistarla

Non è un fulmine a ciel sereno, ma uno stato d’animo nutrito dalla capacità di volersi bene. Una linfa vitale che si coltiva giorno dopo giorno



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I buoni propositi sono sempre verso quella felicità che tanto rincorriamo ma che, spesso, ci sfugge dalle mani. Con tutte le scuse del caso, spinte al massimo: non mi succede mai niente di bello, il mondo è sempre contro, sono troppo terra terra per provarla e anche l’immancabile “non ho tempo”. Fatto sta, che pensiamo a ogni cosa meno che a meritarci quel benessere psichico rubricato sotto i nomi soddisfazione e gioia.

«La felicità è un’emozione slegata dalla fortuna (o dalla sfortuna) che la vita ci riserva di volta in volta», chiosa Andrea De Simone, psicologo e psicoterapeuta. «Nel mio primo lavoro Ti meriti la felicità (Sperling&Kupfer) lo dico a chiare lettere: un’esistenza che si definisce felice è una conquista personale, che chiunque può attivare e che si costruisce giorno dopo giorno da soli. Basta accettarsi e convincersi di avere valore».

Sicuro di ciò, ha scritto ora Il tuo journal della felicità, sempre edito da Sperling&Kupfer. Ce ne parla in questa intervista, aiutandoci a scoprire quali sono gli esercizi, le riflessioni guidate e le sfide quotidiane che ci permettono di toccare il cielo con un dito.

L’invito qual è, innanzitutto?

«A ridefinire il termine di “felicità”, in primo luogo. Per noi psicologi, questo sentimento è associato all’equilibrio interno, all’essere centrati su se stessi, sulle proprie passioni e aspirazioni. Questo è il centro di gravità per cui, fondamentalmente, siamo nati. Discostarsi troppo da tale focus è a rischio di infelicità, e il seme non è in quello che ci succede o nelle qualità che ci mancano o nel tempo che è avaro di concessioni, ma piuttosto nelle sovrastrutture mentali che ci siamo creati per difenderci, per reagire a qualcosa o nel non avere chiare le nostre aspettative più genuine».


Quindi, la felicità non è affermarsi o essere baciati dalla buona ventura?

«La felicità è priva di oggetti, traguardi e cronometri. Non s’identifica con il conformismo sociale (soldi, successo, prestigio) ma segue solo ed esclusivamente l’autenticità di ciascuno: si realizza quando sentiamo che ciò che stiamo facendo, qualsiasi cosa sia, ci soddisfa e gratifica. Dunque, non è un dono della Dea Bendata, e nemmeno una folgorazione estatica. Semmai, si tratta di una sensazione più sfumata e, al tempo stesso, più solida e durevole, che alimenta l’esistenza, tra i suoi alti e bassi. Una linfa quasi vitale che aiuta a conoscerci meglio, ad accogliere le nostre fragilità e a trasformarle in punti di forza».


In che maniera?

«Guardandoci dentro con coraggio e gentilezza, nel contempo. Aggiungerei anche con costanza e pazienza. Per vivere felicemente la famiglia, l’amore, le relazioni o il lavoro bisogna coltivare le proprie risorse psicologiche, dare alle proprie emozioni il tempo di riallinearsi e fluire, permettere alla parte di se stessi che si è sempre voluta bene di tornare a pulsare e a fare sentire la propria voce.

In un mondo ricco di stimoli tossici come il nostro, è arrivato, insomma, il momento di capire che meritiamo di essere amati, di vivere una vita piena, di appagare i nostri desideri ma anche di fallire senza sentirci falliti perché animati da un sentimento quotidiano, che ricerchiamo e accettiamo».


Cosa evitare, invece?

«Di fronte a un sogno, un progetto ma pure una difficoltà o una preoccupazione, mettiamo da parte le modalità elusive (non so farlo, non sono adatto, non succederà mai che…): sì, qualche volta ci hanno difeso eppure alla lunga tarpano le ali alle nostre reali potenzialità. Sia chiaro, non è che queste catene psicologiche si buttano giù con uno strattone. Ce ne liberiamo prova dopo prova, mettendoci anche nelle condizioni di provare un po’ di disagio per capire in che direzione andare.

Tuttavia la perseveranza e la gradualità alla fine ripagano, sono alla base di una riedificazione del nostro approccio alla quotidianità: da una parte, servono per tirare fuori le risorse, dall’altra spingono a impegnarci per modificare in modo attuabile ciò che non va e trovare nuove abitudini, nuovi atteggiamenti, nuovi modi di avvicinarci alla felicità».


Quali sono i pilastri?

«Sono 5 i pilastri verso la felicità. L’autostima è il primo elemento da prendere in considerazione e riguarda la capacità di credere nel proprio valore in maniera consapevole, definendo i confini tra noi e gli altri. Poi, c’è la motivazione, il carburante di qualsiasi attività, lo strumento attraverso il quale le intenzioni diventano realtà: è frutto di allenamenti quotidiani – basta poco a ispirarla, un brano musicale che ci piace, la lettura di un buon libro – e un antidoto essenziale contro stanchezza, confusione mentale, apatia.

Per sostenerci serve anche l’ottimismo, quella speranza mista a fiducia che genera positività, mette in moto la progettualità e non si fa condizionare dalle esperienze negative del passato. Si accompagna alla resilienza, cioè l’attitudine a riprendersi e diventare, dopo un evento difficile, più forti di prima.

Da ultima, però non meno importante, l’empatia, la sensibilità di mettersi nei panni dell’altro (senza farsi travolgere) e farlo sentire riconosciuto nei suoi sentimenti e nelle sue emozioni: amplifica le possibilità relazionali, e quindi ci avvicina alla piena contentezza. A conti fatti, il segreto della felicità è condividere con gli altri esperienze, opinioni, emozioni».


E se arriviamo in fondo a questo cammino di auto potenziamento che forza abbiamo?

«Tanta, sappiamo affrontare e superare le situazioni che generano ansia, demoralizzazione o preoccupazioni eccessive e, insieme, rintracciamo nella nostra vita molteplici sensazioni positive. Alcune arrivano da fuori, altre dal profondo, in ogni caso abbiamo acquistato una “vista emotiva” da falco: siamo preparati a scorgere il bello e il buono laddove prima non vedevamo niente.

Una parola, una frase, un cenno, una situazione che, accolti nella loro pienezza di significato, sono segni di benevolenza e riconciliazione verso il positivo. Esatto, la felicità è una porta che si apre verso di noi, una porta che si apre verso il mondo».


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