Stitichezza cronica: bastano 2 kiwi al giorno? Ecco le nuove linee guida
Arrivano le nuove linee guida made in England contro la stitichezza cronica. Le abbiamo analizzate con un esperto di fama internazionale

Dici stitichezza e tutti, dagli amici ai parenti più stretti, hanno il loro consiglio da elargire per sbloccare la situazione. Il risultato: tanti falsi miti che si rincorrono da secoli e tanta disinformazione. In Gran Bretagna, però, hanno deciso che bisognava fare chiarezza, così la British Dietetic Association ha approvato le prime linee guida per la gestione dietetica della stitichezza cronica negli adulti, promosse da un gruppo di ricerca del prestigioso King’s College di Londra.
Abbiamo sottoposto lo studio, riga per riga, al professor Silvio Danese, ordinario di gastroenterologia all’Università Vita- Salute San Raffaele di Milano. Che ha risposto alle nostre domande.
Professor Danese, la ricerca consiglia alimenti specifici?
«Le linee guida britanniche citano soprattutto kiwi, prugne e pane di segale. Il consumo di due o tre kiwi al giorno per almeno un mese può aiutare a migliorare la regolarità intestinale. Le prugne hanno una lunga tradizione e sono parte delle raccomandazioni scientifiche, ma i risultati sono più sfumati e non rappresentano una “soluzione” per tutti. Rimangono comunque un’opzione semplice, naturale e facile da inserire nella dieta di tutti i giorni. C’è anche il pane di segale, ma merita un discorso a parte».
Perché?
«Nei trial clinici ha determinato un lieve aumento della frequenza rispetto a quello bianco, ma è risultato associato a un peggioramento dei sintomi, come gonfiore e meteorismo. Inoltre, le quantità previste negli studi, 6-8 fette al giorno per 3 settimane, sono poco applicabili nella vita quotidiana.
Per questo motivo è ragionevole assumerlo con moderazione e valutare il beneficio e la tolleranza individuali. Il punto chiave è questo: gli alimenti funzionano se scelti in modo mirato e consumati con costanza per alcune settimane. L’effetto osservato negli studi è spesso modesto, ma può essere rilevante se si trova l’opzione adatta a ogni individuo».
Quanto conta l’idratazione?
«È fondamentale, ma lo studio chiarisce che non basta consigliare di “bere di più”. L’aumento di liquidi è utile soprattutto per chi ne assume abitualmente pochi, ma andare oltre il fabbisogno non migliora ulteriormente la stipsi. La fibra, soprattutto quella solubile, lega acqua e sostiene la flora intestinale, ammorbidendo le feci e stimolando il transito.
Le acque minerali, più ricche di solfati o magnesio, possono esercitare un lieve effetto osmotico e risultare maggiormente utili rispetto a quelle a basso contenuto minerale, nella gestione della stipsi cronica. Infatti, le linee guida britanniche ne raccomandano il consumo e, nella pratica clinica, il loro impiego trova spazio soprattutto all’interno di una strategia dietetica strutturata».
Un tempo si consigliava di “mangiare più fibre e bere tanta acqua”. Basta ancora come suggerimento?
«Lo studio dimostra che questo approccio è troppo vago per essere efficace: non tutte le fibre si comportano allo stesso modo e non tutti i pazienti rispondono alla stessa strategia. Le indicazioni diventano più chiare quando si traducono in interventi specifici, come singoli alimenti, integratori oppure tipi di acqua, assunti con criteri e tempi definiti. Questo permette di valutarne l’efficacia nel tempo mediante parametri concreti, come frequenza delle evacuazioni, sforzo e consistenza. Così l’intervento dietetico si trasforma in una terapia, personalizzabile in base alla risposta individuale».
Lo studio cita anche gli integratori: quali vengono considerati?
«Le evidenze più solide riguardano la fibra di psillio, che migliora la frequenza evacuativa, la consistenza e riduce lo sforzo o il dolore evacuativo (rispetto al placebo o a fibre meno fermentabili): è la fibra di riferimento quando l’apporto dietetico non basta. Per i probiotici, invece, non esiste una raccomandazione valida per tutti: alcune formulazioni di Bifidobacterium lactis e multiceppo inducono un modesto aumento della frequenza evacuativa ma l’effetto non è costante, tanto che le linee guida britanniche non li considerano un trattamento di prima linea per la stipsi cronica.
L’ossido di magnesio rappresenta un’opzione valida grazie al suo effetto osmotico, da utilizzare però con cautela, soprattutto da parte degli anziani o dei soggetti con ridotta funzionalità renale. Anche la correzione della carenza di vitamina D, piuttosto comune, può essere parte dell’approccio globale, poiché associata ad un rischio aumentato di stipsi cronica».
Quanto è importante rispettare dosi e tempi di assunzione?
«È fondamentale, quanto la scelta dell’integratore. Nel caso della fibra di psillio è consigliabile iniziare con circa 10 g al giorno in due somministrazioni per circa un mese e, se necessario, aumentare gradualmente le dosi, senza superare 25-30 g totali di fibre quotidiane e sempre associando un adeguato apporto di liquidi.
Per quanto riguarda l’ossido di magnesio, invece, è bene iniziare ad assumerlo a un basso dosaggio (circa 0,5 g al giorno) ed eventualmente aumentarne le dosi in modo graduale, poiché può causare crampi addominali e diarrea. La vitamina D, invece, va corretta in base ai livelli nel sangue».
Alcuni rimedi tradizionali, come l’uso di lassativi vegetali (vedi la senna), non sono supportati dallo studio. Come orientarsi?
«Le linee guida britanniche non includono i lassativi vegetali, come la senna, non perché siano inefficaci ma poiché mancano dati robusti che ne supportino un uso regolare e continuo. Questi, infatti, agiscono stimolando la peristalsi e favoriscono l’evacuazione nel breve termine, ma assumerli frequentemente può causare crampi, dolore addominale e diarrea.
In assenza di dati solidi sull’efficacia e sulla sicurezza a lungo termine, non rappresentano una strategia ottimale per la gestione cronica del problema. Possono essere utili occasionalmente, ma non dovrebbero sostituire un approccio strutturato basato sulla valutazione clinica e sull’esclusione di cause organiche».
Ci sono differenze tra Italia e Gran Bretagna nell’applicazione di queste regole?
«In entrambi i Paesi l’approccio è in gran parte condiviso: dieta e stile di vita sono il primo intervento. Poi si procede con strategie progressivamente più strutturate. Le linee guida britanniche propongono un’impostazione nutrizionale fondata su poche regole operative e interventi alimentari o integratori ben definiti, inseriti in percorsi in cui il ruolo del dietista è centrale.
In Italia, il primo step è seguito dall’utilizzo di fibre e lassativi osmotici come il macrogol e la gestione della dieta è affidata prevalentemente al gastroenterologo. Fortunatamente, il contesto alimentare italiano, grazie alla dieta mediterranea e all’ampio consumo di acque minerali, rende comunque facilmente applicabili molte delle indicazioni britanniche».
Quali strategie concrete si possono adottare a tavola, allora?
«Consumare 2-3 kiwi al giorno per almeno 4 settimane, scegliere un’acqua minerale con un adeguato contenuto di sali (leggendo l’etichetta) e mangiare pane di segale, ma con cautela, considerando che potrebbe non essere ben tollerato da tutti e che le quantità studiate nei trial sono difficili da sostenere come abitudine quotidiana. Il consiglio, però, è di introdurre una strategia alla volta, mantenerla per un periodo adeguato e poi valutarne l’effetto».
Lo studio: cosa funziona davvero
La ricerca pubblicata sulla rivista Journal of Human Nutrition and Dietetics, che abbiamo sottoposto all’attenzione del professor Silvio Danese, ha analizzato in modo approfondito quali cibi e integratori aiutano chi soffre di stitichezza cronica. Il lavoro, basato sull’esame di 75 studi clinici, aveva l’obiettivo di capire quali approcci presentano evidenze solide.
Dall’analisi sono emersi alcuni interventi con efficacia dimostrata nei pazienti: l’assunzione di fibre specifiche e ossido di magnesio, il consumo di kiwi, prugne e pane di segale (quest’ultimo, però, con un effetto modesto come osservato nelle ricerche) e l’idratazione regolare con acqua ricca di minerali.
Tutti questi consigli alimentari possono aiutare a migliorare la regolarità intestinale. Per quanto riguarda i probiotici, le linee guida indicano che solo alcuni ceppi specifici possono migliorare determinati sintomi, con benefici variabili e non generalizzabili. Nessuna indicazione, invece, relativa alle diete “complete”, perché al momento mancano evidenze scientifiche solide in merito.

