Ricina: cos’è il veleno del caso di Pietracatella, perché è così letale
È una delle tossine naturali più potenti e difficili da gestire, al centro di rare ma complesse indagini tossicologiche come quella di Pietracatella. Le diverse modalità di esposizione e l’assenza di un antidoto ne fanno una sostanza insidiosa, che richiede di comprenderne a fondo il funzionamento per interpretare correttamente sintomi, diagnosi e rischi per l’organismo umano

Con la consulenza del dottor Fabio Firenzuoli, direttore del Centro di Eccellenza in Fitoterapia e Medicina Integrativa dell’Istituto Fanfani di Firenze
A più di tre mesi dalla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia quindicenne Sara Di Vita, il caso di Pietracatella (Campobasso) continua a restare senza un colpevole e senza una verità definitiva. Eppure, nelle ultime ore, l’attenzione è tornata a salire: gli investigatori hanno effettuato nuovi sopralluoghi, sono ripresi gli interrogatori e si attendono a giorni gli esiti decisivi del Centro antiveleni di Pavia.
Secondo gli inquirenti, a uccidere madre e figlia sarebbe stata la ricina, una delle tossine naturali più letali. Una sostanza che, fino a poche settimane fa, sembrava confinata ai manuali di tossicologia e alle serie tv come Breaking Bad, ma che ora diventa la chiave di un possibile duplice omicidio. Il padre, Gianni Di Vita, sopravvissuto con sintomi più lievi, resta una figura cruciale nelle ricostruzioni, mentre la procura continua a indagare contro ignoti e a verificare ogni dettaglio.
Che cos'è la ricina
La ricina è una delle tossine più letali che siano mai state scoperte ed è contenuta nei semi della pianta di ricino (Ricinus communis), la stessa da cui si ricava il famoso olio, storicamente usato come rimedio purgante. «Dietro questa origine apparentemente innocua si nasconde però una sostanza molto pericolosa, capace di provocare danni gravissimi anche in quantità minime», spiega il dottor Fabio Firenzuoli (nella foto a lato), direttore del Centro di Eccellenza in Fitoterapia e Medicina Integrativa dell’Istituto Fanfani di Firenze.
Quando si parla di ricina, è importante chiarire un punto fondamentale: il suo riscontro nel sangue indica la presenza e quindi un contatto con la tossina, ma non racconta automaticamente in che modo sia avvenuto. «Non è affatto scontato che sia stata ingerita nella sua forma pura, perché si tratta di una sostanza difficile da reperire: la ricina non è un veleno che si compra con facilità e, storicamente, è comparsa solo in contesti di guerra chimica o traffici illegali», ammette l’esperto.
Proprio per questo, accanto all’ipotesi più diretta, esiste una via molto più plausibile e spesso sottovalutata: quella dei semi di ricino. Diffusi e facilmente reperibili, contengono ricina insieme ad altre sostanze tossiche, come la ricinina, e possono rappresentare una fonte indiretta di esposizione.
Al contrario, il comune olio di ricino non è pericoloso: durante il processo di estrazione, la ricina – che si trova nella parte esterna del seme – viene eliminata, lasciando un prodotto privo di effetti tossici. «Distinguere tra semi, tossina e derivati è quindi fondamentale per comprendere davvero i rischi e evitare allarmismi inutili», evidenzia Firenzuoli.
Come agisce la ricina sull'organismo
Il meccanismo della ricina è tanto semplice quanto devastante: una volta entrata nell’organismo, questa proteina tossica passa nel circolo sanguigno e blocca la capacità delle cellule di produrre le proteine necessarie alla loro sopravvivenza. In altre parole, spegne progressivamente la loro attività vitale, impedendo loro di funzionare e portandole alla morte.
«È come se venisse annullata la vitalità delle cellule», spiega Firenzuoli. «Il danno, però, non resta circoscritto: si estende rapidamente a tutto l’organismo. I primi organi a essere colpiti sono quelli con cui la tossina entra in contatto diretto, in particolare l’apparato digerente nel caso più comune di ingestione, ma nel giro di poco tempo il coinvolgimento diventa sistemico. Fegato, pancreas e altri organi vitali vengono progressivamente compromessi, con effetti che possono diventare irreversibili».

Come può avvenire l’avvelenamento
Sebbene la ricina sia la componente più tossica della pianta, la maggior parte dei casi registrati di avvelenamento non dipende dalla sostanza pura, ma dall’ingestione dei semi di ricino. «Quando vengono masticati o frantumati, rilasciano più facilmente le molecole tossiche che contengono», ammette Firenzuoli.
Si tratta generalmente di episodi accidentali. I semi di ricino hanno un aspetto lucido e marmorizzato che può renderli attraenti, soprattutto per i bambini, che possono ingerirli senza conoscerne il pericolo. «Tra l’altro, la pianta di ricino è piuttosto diffusa, cresce spontaneamente in diverse zone d’Italia, in particolare al sud e nelle zone costiere, ed è anche utilizzata a scopo ornamentale, rendendo i semi relativamente accessibili. Questo significa che l’esposizione può avvenire in modo inconsapevole, semplicemente entrando in contatto con una pianta presente in giardino o in natura».
Perché si verifichi un avvelenamento è necessaria l'ingestione. Toccare la pianta non è sufficiente, anche se è sempre consigliabile lavarsi le mani dopo aver manipolato i semi. «L’assorbimento della tossina varia molto», descrive Firenzuoli. «Dipende dal numero dei semi, da come vengono ingeriti e da quanto la loro buccia viene rotta durante la masticazione e poi la digestione. Anche interi possono risultare tossici, ma se schiacciati o ridotti in polvere la liberazione della ricina è più rapida e il rischio aumenta».
Quali sono i sintomi dell'avvelenamento da ricina
I sintomi dell’avvelenamento da ricina possono essere inizialmente ingannevoli, perché nelle prime fasi somigliano a quelli di una comune intossicazione alimentare. «Di solito compaiono nausea, vomito e diarrea, talvolta accompagnati da sanguinamenti gastrointestinali», indica Firenzuoli.
Con il passare delle ore, però, il quadro tende a peggiorare e diventa più complesso. Ai disturbi iniziali si aggiungono segni di sofferenza generale dell’organismo: non solo sintomi percepiti dal paziente, ma veri e propri indicatori clinici rilevabili dagli esami clinici, come il coinvolgimento di più organi. È qui che emerge la natura sistemica della tossina, che può portare a un’insufficienza multiorgano progressiva.
Perché è così difficile da individuare
Uno degli aspetti più insidiosi della ricina è la difficoltà nel riconoscerla. Non si tratta di una sostanza che emerge dagli esami di routine e, soprattutto, non dà segnali clinici immediatamente distintivi. «Il sospetto nasce quasi sempre per esclusione», spiega l’esperto. «In altre parole, si arriva a considerare la ricina solo dopo aver scartato le ipotesi più probabili oppure quando emergono elementi esterni che fanno pensare a un’esposizione specifica, come la presenza di una pianta di ricino nell’ambiente o comportamenti a rischio».
La diagnosi richiede analisi mirate e altamente specializzate, che non fanno parte degli accertamenti standard ma vengono eseguite solo quando c’è un sospetto concreto. «È un percorso complesso, che parte da un lavoro più ampio di ricostruzione e approfondimento, rendendo ogni conferma un passaggio delicato e cruciale», aggiunge Firenzuoli.

Non esiste un antidoto
Ad oggi non esiste un antidoto specifico approvato per l’uomo contro la ricina. Come accade anche per altre tossine molto potenti, le cure non possono neutralizzare direttamente la sostanza, ma si concentrano sul sostenere l’organismo mentre affronta gli effetti dell’intossicazione.
«L’intervento medico punta a mantenere stabili le funzioni vitali e a gestire le complicazioni: idratazione intensiva, supporto cardiocircolatorio per evitare lo shock, fino a terapie più complesse come la dialisi in caso di insufficienza renale o interventi mirati se vengono coinvolti fegato e altri organi», esemplifica Firenzuoli.
La tempestività è decisiva. Se l’esposizione è limitata e si interviene in tempo, l’organismo può riuscire a superare l’intossicazione e non tutti i casi sono necessariamente fatali. Molto dipende dalla quantità assorbita, dalle modalità di esposizione e dalle condizioni di partenza del paziente. Bambini, persone fragili o con patologie pregresse – come malattie cardiache, epatiche o renali – risultano più vulnerabili e a maggior rischio di complicazioni.
Come agire in prevenzione
La prevenzione passa soprattutto dalla consapevolezza dell’ambiente in cui si vive e dalla capacità di riconoscere ciò che può rappresentare un rischio. «Il primo passo è il buon senso: evitare di raccogliere o maneggiare semi e piante sconosciute», ricorda Firenzuoli.
Un’attenzione particolare riguarda la possibile presenza della pianta di ricino negli spazi verdi, pubblici o privati. Quando è riconosciuta o anche solo sospettata nel proprio giardino, è importante intervenire senza esitazioni e richiederne la rimozione, soprattutto se nell’ambiente domestico sono presenti bambini o animali, più esposti al rischio di ingestione accidentale. Anche la semplice caduta naturale dei semi, infatti, può trasformarsi in una fonte di pericolo difficile da individuare.
«Sapere riconoscere una pianta potenzialmente pericolosa diventa quindi un passaggio fondamentale per ridurre il rischio di incidenti, in particolare durante attività all’aperto o il contatto con la vegetazione spontanea», conclude l’esperto. «La prevenzione non richiede gesti complessi, ma attenzione e informazione: una consapevolezza che, nella vita quotidiana, può fare la differenza tra un incontro innocuo con la natura e una situazione potenzialmente grave».

