Scrambler Therapy: la cura che “inganna” il cervello e spegne il dolore
Funziona contro varie problematiche croniche, dal mal di schiena alla cefalea fino alla nevralgia del trigemino. È la più moderna forma di elettrostimolazione che, “ingannando” il cervello, inibisce la trasmissione degli impulsi dolorosi

Un’esperienza negativa che abbiamo provato tutti sulla nostra pelle. È il dolore, un momento di sofferenza che, a volte, può diventare cronico impattando negativamente sulla qualità della nostra vita. Solo quando l’esperienza fisica del dolore da acuta diventa cronica, obbligandoci a convivere con situazioni quotidiane di disagio e malessere, ci rendiamo conto che la vita diventa pesante: lavorare, uscire con gli amici, fare la spesa, pulire casa, praticare sport e viaggiare si trasformano in imprese faticose. Un vero tormento, insomma, se soffri di dolori che talvolta si attenuano un po’ ma, di base, non passano mai.
Lo sanno bene le donne affette da violente fitte al volto scatenate dalla nevralgia del trigemino, quelle che soffrono di lombalgia, di cervicobrachialgia o del famigerato “gomito del tennista”, e quelle che lamentano un dolore pelvico cronico o fastidiose aderenze da esiti cicatriziali.
Rassegnarsi a convivere con il malessere o imbottirsi di analgesici? La terza via d’uscita è puntare sulla Scrambler Therapy, una metodica effettuabile con il SSN, messa a punto alla fine degli anni ’80 dal bioingegnere Giuseppe Marineo per mettere a tacere il dolore, ma diffusasi negli ultimi vent’anni. Ce ne parla la dottoressa Laura Landi, dirigente medico dell’Unità di Anestesia, Rianimazione e Terapia del dolore del Policlinico di Milano.
Come funziona la terapia?
«Innanzitutto, tengo a precisare che è un apparecchio indicato per il trattamento del dolore di tipo cronico, non episodico. Secondo le linee guida dell’OMS, si definisce tale quando persiste da almeno tre mesi, pur con delle variazioni di intensità nell’arco delle giornate. Inoltre, non viene erogata negli ospedali come terapia di prima scelta contro il dolore cronico, ma dopo che tutte le altre forme di trattamento (farmaci, terapie fisiche come ultrasuoni, tecarterapia, magnetoterapia o laser antalgico, infiltrazioni di cortisone o di acido ialuronico, eccetera) non abbiano prodotto i risultati sperati.
Nei casi di “resistenza” alle comuni terapie, con assenza di miglioramenti significativi, si può quindi programmare un ciclo di Scrambler Therapy che, attenzione, non mira a rimuovere la causa del dolore ma a modificare la percezione e l’elaborazione degli impulsi dolorosi a livello del sistema nervoso centrale.
Se, ad esempio, una persona presenta una neuropatia periferica causata dalla riattivazione dell’Herpes zooster (il virus della varicella che, quando le difese immunitarie si abbassano, può risvegliarsi sotto forma di “fuoco di Sant’Antonio”), questa metodica non elimina il virus né le lesioni vescicolari che compaiono sulla cute ma mira a trasformare il sintomo, cioè un dolore urente, in qualcosa che il cervello legge e interpreta come meno doloroso. Così il bruciore si attenua sensibilmente, diventando molto più sopportabile».
Com’è possibile modificare la percezione del dolore?
«Va detto che esistono diverse forme di dolore e che la Scrambler Therapy agisce principalmente su due: quello di tipo neuropatico e quello legato a un’infiammazione cronica di un determinato organo o distretto. Normalmente, le sensazioni dolorose vengono intercettate, a livello periferico, dai cosiddetti nocicettori (recettori specifici per il dolore) e, attraverso una complessa rete di vie recettoriali, arrivano al cervello che elabora questi input. Gli viene, in pratica, inviato il messaggio che, in qualche parte del corpo, c’è qualcosa di doloroso e/o pericoloso.
Puntando a modificare le “vie del dolore”, la Scrambler Therapy invia al sistema nervoso centrale dei frames, cioè delle sequenze di impulsi elettrici a bassa intensità e a frequenza variabile, che vanno a sostituirsi a quelli fisiologici, in modo che al cervello pervenga un’informazione di “non dolore”, anche se il quadro clinico resta invariato.
Modulando la trasmissione del dolore, veicolata da un treno di impulsi elettrici, si riesce così a “ingannare” il cervello e a ottenere un effetto analgesico. Ciò avviene applicando sulla pelle, nella zona dolente, degli elettrodi che vengono messi a coppie: da 1 a 5 coppie, a seconda dell’estensione dell’area da trattare e della risposta soggettiva del paziente. Per curare la nevralgia del trigemino, per esempio, può essere sufficiente una sola coppia di elettrodi sul volto mentre per dare sollievo al tratto lombare ne possono servire di più».
Come avviene la seduta?
«Una volta fatto sdraiare il paziente sul lettino, vengono posizionati gli elettrodi, che sono molto simili a quelli usati nell’elettrocardiogramma: presentano già il gel conduttore al loro interno e non richiedono quindi un’ulteriore applicazione. La frequenza degli impulsi varia molto da persona a persona e, in base alla sensibilità individuale, può essere aumentata o diminuita. Durante la seduta, che dura circa 40 minuti, si avverte una formicolìo, riferito da alcuni pazienti come una specie di pizzicore. Se è fastidioso, si possono spostare gli elettrodi in punti più lontani dalla zona dolente, per evitare gli effetti di una sovrastimolazione.
L’importante è agire in modo tale che il formicolìo o il fastidio riferito sia in grado di sovrastare e coprire il dolore: è la prova che la “macchina” sta funzionando e che il cervello è pronto a subire questa sorta di inganno sensoriale. Per avere dei benefici long lasting è molto importante seguire un ciclo di dieci sedute ravvicinate, una al giorno, in modo da stabilizzare la neuromodulazione delle vie di trasmissione del dolore.
I risultati? Variano da caso a caso. Trattandosi di una forma avanzata di elettroanalgesia, si può arrivare a ridurre il dosaggio dei farmaci normalmente assunti per il controllo del dolore e talvolta si riesce persino a sospenderli per sei mesi o addirittura un anno, prima di programmare un altro ciclo di sedute di Scrambler Therapy. Insomma, in alcuni casi il malessere viene ridotto in maniera importante, in altri azzerato ma occorre sottolineare che una diminuzione di 3 o 4 punti, nella scala soggettiva di valutazione del dolore, è già un grande successo che migliora di molto la qualità della vita».
In quale forme di dolore si registra la risposta migliore?
«Sarebbe meglio chiedere in quali tipi di dolore la Scrambler Therapy ha avuto negli ultimi anni un’applicazione massiva, supportata dalla letteratura scientifica. A parte forme di dolore severo, come quello oncologico o dovuto alla sclerosi multipla, gli utilizzi più comuni riguardano la nevralgia del trigemino, le lesioni erpetiche, molto più diffuse di quanto si creda, la Ped (pelvic inflammatory disease) che colpisce molte donne giovani, che hanno un dolore pelvico cronico dovuto, per esempio, all’endometriosi, a infezioni vaginali ricorrenti o a interventi chirurgici e tale da rendere dolorosi persino i rapporti sessuali.
Simile è la sindrome del nervo pudendo, spesso dovuta a microtraumatismi ripetuti (è tipica delle cicliste e di chi pratica equitazione), che intrappolano il nervo in una “guaina” muscolofibrosa pronta a comprimerlo. Su queste patologie tipicamente femminili la Scrambler Therapy ha un’elevata percentuale di successo, agendo anche in sinergia con i farmaci. Ma buoni risultati si hanno anche nelle cervico-bracalgie, dove il dolore si irradia dalla regione cervicale a tutto il braccio, o nelle lombalgie croniche causate da discopatie, da osteoporosi o da ernie.
Per le cervico-bracalgie, ad esempio, l’elettroanalgesia agisce direttamente sulla componente neuro-muscolare del plesso brachiale, con un buon effetto analgesico. L’importante è tenere a mente che la Scrambler Therapy, questa terapia mininvasiva che non ha controindicazioni, subentra solo quando le altre terapie hanno dato scarsi risultati oppure occorre ridurne la posologia, per la presenza di effetti collaterali. Pensiamo ai farmaci cortisonici o oppiodi, non scevri da effetti secondari importanti».

