di Lucrezia Candelori
I pensieri si offuscano, la testa diventa improvvisamente ovattata e non riusciamo a ricordare cosa avevamo in mente fino a pochi secondi prima. Non siamo di fronte a un blackout inspiegabile, ma a una condizione sempre più diffusa chiamata brain fog, letteralmente “nebbia mentale”. Una sensazione frustrante e spesso sottovalutata che rende difficile concentrarsi, prendere decisioni e sentirsi lucidi: il cervello sembra rallentare, come se avesse bisogno di una pausa per tornare a funzionare al meglio. Spesso compare nei periodi di stress intenso o di stanchezza prolungata, ma può essere legata anche a fattori medici o psicologici. Riconoscere i segnali e capirne l'origine è il primo passo per ritrovare gradualmente chiarezza ed energia.
Brain fog o stanchezza momentanea?
«La stanchezza mentale momentanea è uno stato transitorio di ridotta efficienza cognitiva, di solito causato da attività mentale continuativa, stress o privazione di sonno», spiega Miryam Cannizzaro, neurologa presso l'ospedale San Raffaele di Milano. Concentrarsi diventa faticoso, ma, a differenza della nebbia mentale prolungata, il problema tende a risolversi spontaneamente con il riposo o la riduzione dello stimolo stressante.
«Il brain fog persistente, invece, perdura nel tempo ed è spesso associato a patologie croniche come l'ipotiroidismo o le malattie autoimmuni. Si manifesta in maniera eterogenea: mancanza di attenzione, rallentamento del pensiero, problemi nel seguire le conversazioni e irritabilità», spiega l'esperta.
Il sintomo che accomuna quasi tutti i pazienti è proprio la sensazione di avere la mente annebbiata, che interferisce con le semplici attività quotidiane. Pur trattandosi spesso di un fenomeno temporaneo, è importante non sottovalutarlo: «Il brain fog può rappresentare un campanello d'allarme se persiste per settimane o addirittura mesi, ma soprattutto quando si associa a sintomi neurologici evidenziabili, tra cui disorientamento spazio-temporale e deficit della memoria, oppure a problemi di salute generale come perdita di peso, disturbi gastrointestinali o endocrinologici».
Le cause della nebbia mentale
Alla base del brain fog possono esserci cause diverse e spesso interconnesse, che vanno individuate con precisione. In molti casi entrano in gioco fattori legati allo stile di vita – mancanza di sonno, stress cronico o alimentazione sbilanciata – che mettono sotto pressione il cervello e ne rallentano le funzioni.
Altre volte, però, la nebbia mentale può essere il segnale di condizioni mediche specifiche: carenze vitaminiche, anemia o diabete, fino ad arrivare a disturbi della tiroide, alterazioni ormonali come la menopausa, e, più raramente, problemi neurologici. Anche il benessere psicologico può giocare un ruolo chiave: ansia, depressione e burnout possono incidere in maniera significativa sulle funzioni cognitive.
«La valutazione del brain fog è multidimensionale», chiarisce la dottoressa Cannizzaro. «Si parte dalla storia clinica del paziente, esaminando stile di vita, fattori di rischio e impatto dei disturbi nella vita quotidiana. A supporto ci sono dei questionari specifici che permettono di analizzare in modo completo tutti i sintomi per definire la presenza di brain fog. Si passa poi a indagare, tramite esami di laboratorio, eventuali patologie o carenze, riservando a casi selezionati l'esecuzione di una risonanza magnetica dell'encefalo». Un metodo che, sulla base di quanto emerso dai questionari, permette di risalire alla causa e intervenire in maniera mirata.
Brain fog: come intervenire sullo stile di vita
«La gestione ottimale del brain fog prevede interventi ad hoc in base alle situazioni specifiche», precisa Cannizzaro. Quando la fonte del problema risiede nelle abitudini quotidiane, il primo passo è riprogrammare la routine giornaliera: «Ai pazienti viene raccomandato di regolarizzare il ciclo del sonno, anche attraverso eventuali terapie per l'insonnia, e di seguire una dieta bilanciata per ridurre il rischio di carenze di nutrienti, squilibri intestinali e infiammazione cronica».
È importante privilegiare alimenti ricchi di vitamine del gruppo B, ferro e omega-3, che favoriscono il funzionamento del sistema nervoso, limitando al tempo stesso zuccheri raffinati e cibi ultra processati, colpevoli di accentuare stanchezza e difficoltà di concentrazione.
«Anche l'attività fisica regolare, con programmi personalizzati a seconda delle esigenze, favorisce una migliore ossigenazione, così come l'astensione dal fumo di sigaretta e la riduzione del consumo di alcolici».
Un approccio mirato
Quando l'annebbiamento non dipende da fattori legati allo stile di vita, l'approccio diventa necessariamente più mirato. «Gli interventi vengono modulati sul singolo paziente», spiega la dottoressa, «e possono prevedere la correzione di alterazioni endocrinologiche, come disturbi della tiroide, delle ovaie o delle ghiandole surrenali».
In presenza di anemia o stanchezza cronica si interviene con una supplementazione mirata di ferro, vitamine e altri micronutrienti, mentre eventuali disturbi legati al metabolismo, come diabete o sindrome metabolica, richiedono terapie specifiche.
Anche la sfera psicologica va considerata attentamente: se ansia, depressione o segnali di burnout prolungato coesistono con il brain fog, è fondamentale impostare un percorso terapeutico dedicato, farmacologico e non, in grado di migliorare il benessere mentale e, di riflesso, la chiarezza cognitiva.
Quando rivolgersi a un professionista
«Il brain fog è generalmente un fenomeno reversibile, soprattutto quando è legato a cause mediche trattabili o a fattori dello stile di vita che si possono correggere», rassicura Cannizzaro.
Tuttavia, ci sono casi in cui è consigliabile chiedere un parere professionale per una valutazione più approfondita. «Sarebbe necessario rivolgersi a un medico quando la nebbia mentale persiste per settimane, peggiora nel tempo o compromette significativamente la vita quotidiana e le performance lavorative. Allo stesso modo, se i sintomi si associano a problemi neurologici, psichiatrici o alla presenza di patologie croniche già note, è bene consultare un professionista. La valutazione medica è fondamentale per fare una diagnosi differenziale e impostare una gestione personalizzata del percorso di cura», conclude l'esperta.
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