Il colesterolo alto viene spesso associato a cattive abitudini alimentari e mancanza di attività fisica. In realtà per alcune persone il problema ha radici molto più profonde e risale addirittura alla nascita. L’ipercolesterolemia familiare è una malattia genetica che determina livelli di colesterolo estremamente elevati fin dall’infanzia, esponendo chi ne è affetto a un rischio molto alto di infarto e ictus già in giovane età.
Nonostante sia relativamente comune, resta una condizione poco conosciuta e spesso diagnosticata solo quando compaiono le prime complicazioni cardiovascolari.
Cos’è l’ipercolesterolemia familiare
L’ipercolesterolemia familiare è caratterizzata da un aumento marcato del colesterolo nel sangue, in particolare della frazione LDL, comunemente definita “colesterolo cattivo”. A differenza dell’ipercolesterolemia comune, questa condizione non dipende principalmente dall’alimentazione o dallo stile di vita, ma da una mutazione genetica che riduce l’efficienza dei recettori responsabili di rimuovere il colesterolo LDL dal circolo sanguigno. Di conseguenza, il colesterolo si accumula progressivamente nei vasi, favorendo la formazione di placche aterosclerotiche che nel tempo possono ostruire le arterie e provocare gravi problemi cardiovascolari.
«Esistono due forme principali della malattia», spiega il professor Daniele Andreini, responsabile dell’Unità Operativa di Cardiologia Universitaria ed Imaging Cardiaco presso l’IRCCS Ospedale Galeazzi-Sant’Ambrogio di Milano e vice presidente della Fondazione Cesare Bartorelli. «La forma eterozigote è la più comune e si verifica quando una persona eredita il gene alterato da uno solo dei genitori. In questi casi, i livelli di colesterolo sono elevati, ma la malattia può restare silente per molti anni, spesso fino all’età adulta».
Anche in assenza di sintomi evidenti, chi ne è affetto ha un rischio cardiovascolare significativamente più alto rispetto alla popolazione generale, in particolare per le malattie coronariche. «La stima della sua prevalenza varia da una persona su 200 a una su 400, ma molti casi rimangono non diagnosticati, anche se il colesterolo totale può superare i 220-350 mg/dL già in giovane età», sottolinea l’esperto. «La diagnosi precoce, attraverso test genetici mirati, permette di iniziare trattamenti preventivi efficaci e ridurre il rischio di infarto e ictus, migliorando sensibilmente la qualità e l’aspettativa di vita».
La forma omozigote, invece, è estremamente rara e si manifesta quando entrambi i genitori trasmettono il gene difettoso al figlio. «La sua prevalenza nella popolazione è stimata intorno a una persona su un milione, corrispondente in Italia a circa 50-60 casi», indica Andreini. «In questa forma, i livelli di colesterolo possono raggiungere valori eccezionalmente elevati, fino a 1000 mg/dL, e la malattia si manifesta fin dall’infanzia con segni clinici evidenti. La gravità richiede un intervento medico specialistico fin dai primi anni di vita con terapie aggressive per ridurre i livelli di colesterolo e prevenire danni cardiovascolari precoci».
Quali sono le cause dell'ipercolesterolemia familiare
Alla base dell’ipercolesterolemia familiare c’è una mutazione genetica che interessa principalmente il gene responsabile della produzione del recettore delle LDL, una proteina fondamentale presente nel fegato. Questo recettore ha il compito di “catturare” le particelle di colesterolo LDL che circolano nel sangue e di favorirne l’eliminazione dall’organismo.
Quando il recettore non funziona correttamente, il colesterolo LDL rimane nel circolo sanguigno e si accumula progressivamente, depositandosi sulle pareti dei vasi e contribuendo alla formazione di placche aterosclerotiche. In alcuni casi, la malattia può derivare anche da alterazioni di altri geni coinvolti nel metabolismo dei lipidi, ma il meccanismo è lo stesso: un’esposizione continua e precoce a livelli elevati di colesterolo, che comincia fin dall’infanzia e aumenta il rischio di problemi cardiovascolari già in giovane età.
Quali sono i sintomi dell'ipercolesterolemia familiare
Una delle caratteristiche più insidiose dell’ipercolesterolemia familiare è la scarsità di sintomi, soprattutto nella forma eterozigote. Molte persone scoprono di esserne affette solo a seguito di un controllo del sangue o, nei casi peggiori, dopo un evento cardiovascolare come un infarto.
Nelle forme più gravi, come quella omozigote, la malattia si manifesta invece fin dall’infanzia con segni visibili legati all’accumulo di colesterolo nei tessuti. «Tra i più evidenti ci sono gli xantomi, depositi di grasso che si formano soprattutto su tendini, gomiti e ginocchia, e gli xantelasmi, macchie giallastre sotto le palpebre, visibili anche a occhio nudo», specifica Andreini.
Tuttavia, spesso il colesterolo si accumula silenziosamente all’interno delle arterie senza segni evidenti, aumentando comunque il rischio di aterosclerosi precoce e di malattie cardiovascolari. Per questo, la forma grave della malattia richiede l’attenzione di specialisti dedicati allo studio delle patologie congenite del colesterolo per intervenire tempestivamente e ridurre i rischi fin dai primi anni di vita.
Come si arriva alla diagnosi
La valutazione inizia con l’analisi della storia personale e familiare: valori di colesterolo elevati già in giovane età e casi di infarto o ictus precoci tra parenti stretti rappresentano segnali importanti.
«Il primo passo diagnostico è un semplice esame del sangue, che consente di rilevare i livelli di colesterolo LDL», evidenzia Andreini. «Nei bambini e nei giovani adulti, controlli periodici, anche nell’ambito di visite di routine o screening aziendali, possono evidenziare valori anomali e permettere un intervento tempestivo».
Una volta confermata l’anomalia, è importante stratificare il rischio cardiovascolare. «I valori di LDL non si giudicano più rispetto a un unico intervallo “normale” valido per tutti, ma in base al rischio individuale», tiene a precisare l’esperto. «Chi ha un rischio basso può considerare obiettivo un LDL di circa 116 mg/dL, chi ha rischio moderato 100 mg/dL, rischio alto 70 mg/dL, molto alto 55 mg/dL e, in casi estremi, come chi ha già avuto un infarto, il target può scendere fino a 40 mg/dL. La stratificazione tiene conto non solo dei livelli di colesterolo, ma anche della presenza di altri fattori di rischio come fumo di sigaretta, ipertensione, diabete, obesità o sedentarietà e di eventuali danni già presenti ai vasi sanguigni più importanti, come le arterie coronarie o i tronchi sovraortici».
Per valutare questi danni precoci si possono utilizzare esami non invasivi come l’ecografia dei tronchi sovraortici, il doppler delle carotidi o ecocardiografie mirate, che permettono di individuare placche iniziali anche quando la persona non ha sintomi. «Questo approccio consente di intervenire in prevenzione primaria, quando il rischio è ancora gestibile, evitando di aspettare eventi cardiovascolari gravi, che purtroppo rappresentano ancora oggi la modalità più frequente con cui molti pazienti scoprono di avere valori di colesterolo pericolosamente alti», ammette Andreini.
Come si cura l'ipercolesterolemia familiare
Il trattamento dell’ipercolesterolemia familiare ha l’obiettivo di ridurre i livelli di colesterolo LDL e mantenerli costantemente sotto controllo nel tempo. Una dieta equilibrata, povera di grassi saturi, e un’attività fisica regolare, soprattutto aerobica, rappresentano la base della prevenzione. «Tuttavia, questi interventi da soli hanno un effetto limitato», riflette l’esperto. «Possono ridurre i livelli di colesterolo LDL al massimo del 10-15%, mentre il controllo efficace richiede quasi sempre una terapia farmacologica».
Le statine costituiscono il trattamento di prima scelta. «Questi farmaci, soprattutto nelle moderne formulazioni ad alta intensità, riducono in modo significativo la sintesi epatica del colesterolo e contribuiscono a far regredire le placche aterosclerotiche, dimostrando un effetto diretto sulla prevenzione di infarti e altre malattie cardiovascolari», racconta Andreini. «In molti casi si associa l’uso di ezetimibe, che limita l’assorbimento intestinale del colesterolo. La combinazione dei due farmaci permette di ottenere una riduzione maggiore dei livelli di LDL con dosi più basse, riducendo così gli effetti collaterali, che si manifestano soprattutto con dolori muscolari».
Per chi non tollera le statine o per chi non riesce a raggiungere i target desiderati, sono disponibili alternative innovative. «L’acido bempedoico, ad esempio, riduce la sintesi epatica del colesterolo senza interferire con i muscoli, evitando i comuni effetti collaterali delle statine», aggiunge l’esperto. «Tra i farmaci iniettivi, gli inibitori della proteina PCSK9 permettono una riduzione significativa del colesterolo LDL con un’unica somministrazione mensile, mentre l’inclisiran, un farmaco innovativo basato sulla tecnologia siRNA, agisce silenziando il gene della PCSK9 e può essere somministrato solo due volte l’anno, aumentando notevolmente l’aderenza terapeutica».
È fondamentale che la terapia ipolipemizzante sia continua e scrupolosa. Nessuno dei farmaci disponibili è curativo: se la terapia viene interrotta, i livelli di colesterolo tornano rapidamente elevati. Per questo motivo, è essenziale che i pazienti comprendano l’importanza della costanza e della regolarità nell’assunzione dei farmaci, così come nella dieta e nello stile di vita.
«Il colesterolo LDL non è comunque l’unico fattore di rischio cardiovascolare», conclude Andreini. «Controllare anche pressione, glicemia, peso corporeo e abitudini come il fumo aiuta a ridurre ulteriormente il rischio. La combinazione di dieta, attività fisica, farmaci tradizionali e terapie innovative rappresenta oggi l’approccio più efficace per gestire l’ipercolesterolemia familiare e prevenire complicanze gravi, garantendo ai pazienti una migliore qualità e aspettativa di vita».
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