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Interventi al cuore sotto ipnosi: in Italia è realtà

Affiancata all’anestesia locale, oggi l’ipnosi permette di ridurre le dosi di analgesici e aiuta a tenere l’ansia sotto controllo nelle operazioni mininvasive

Foto: iStock



Pensava di passeggiare in montagna con il cane. Invece lo stavano operando al cuore. È successo a un uomo di 76 anni, che nei giorni scorsi si è sottoposto a un intervento di ablazione della fibrillazione atriale presso l’Ospedale di Rivoli (Torino): l’équipe medica, diretta dal dottor Ferdinando Varbella, ha utilizzato l’ipnosi per spostare l’attenzione del paziente verso pensieri piacevoli e confortanti, semplicemente parlando con lui. La notizia ha fatto il giro del web, ma non si tratta di un esempio isolato. Questo nuovo protocollo di cura è stato appena presentato a Milano a oltre 150 cardiologi interventisti italiani nel corso dell’evento “Ipnosi e cardiologia interventistica”, organizzato dall’Istituto Franco Granone, Centro italiano ipnosi clinico sperimentale (ciics.it) e dall’Azienda sanitaria locale di Asti, che ospita i promotori della tecnica con oltre 300 procedure effettuate.


Ci si separa dall’esperienza fisica
Premessa importante: dimentica la frase “A me gli occhi”. «L’ipnosi medica non ha nulla a che fare con pendolini, schiocchi di dita e sguardi magnetici», precisa il dottor Marco Scaglione, direttore della Struttura operativa complessa di cardiologia dell’Ospedale Cardinal Massaia di Asti.

«Si tratta di una particolare forma di comunicazione verbale, dove il paziente viene guidato dall’operatore a distaccarsi dall’esperienza fisica per spostarsi idealmente in una dimensione piacevole». Qualcosa di molto simile accade quando leggiamo un libro, guardiamo un film o siamo assorti in un ricordo: in qualche modo, attiviamo il “pilota automatico” e dirigiamo l’attenzione verso un mondo immaginario, pur mantenendo un contatto con il presente.

«Il paziente rimane vigile, sveglio, ma viene proiettato in uno spazio psicologico gradevole: vive una sorta di sogno ad occhi aperti, che gli consente di attivare delle aree cerebrali capaci di fargli gestire meglio il dolore, ridurre l’ansia e rimanere immobile». Ovviamente, si tratta di un’operazione che non sostituisce la normale terapia farmacologica analgesica praticata a livello locale, ma riduce notevolmente l’uso di questi anestetici.


In quali casi si può utilizzare
Già utilizzata con successo in molte branche mediche, questa tecnica rappresenta una novità in cardiologia. Certo, non accompagna gli interventi a cuore aperto, ma tutte quelle procedure chirurgiche mininvasive che consentono di curare le aritmie “bruciando” una piccola parte di tessuto cardiaco (ablazione), introdurre pacemaker e defibrillatori, allargare l’apertura ristretta di una valvola cardiaca (valvuloplastica), effettuare uno studio elettrofisiologico (angiografia, coronarografia), sostituire la valvola aortica (impianto valvolare aortico transcatetere) e così via. «Tutti interventi dove i pazienti possono restare svegli ma devono rimanere fermi, spesso fino a tre ore», racconta Scaglione.


Si visualizza ciò che ci rilassa
Concretamente, al paziente viene chiesto di concentrare l’attenzione su un aspetto interiore, come il respiro, o un punto esterno, come il soffitto: poco per volta, l’operatore impartisce alcune istruzioni che consentono di immaginare un luogo o una situazione piacevole. Così, anziché avvertire punture, tagli e bruciature, c’è chi con la mente va al mare o in montagna; qualcuno riesce a visualizzare la conversazione con un familiare che non c’è più; altri prendono il sole in piscina, vanno in cerca di funghi e qualcuno pensa addirittura di fare il giro del mondo.

«Ognuno di noi ha un luogo o un ricordo che fa stare bene», assicura Scaglione. E i risultati parlano chiaro: «In base a uno studio iniziato nel 2018, condotto sui pazienti sottoposti ad ablazione cardiaca, l’ipnosi rende la procedura indolore per il 78% dei soggetti, riduce l’ansia dell’83% e regala addirittura la percezione che l’intervento duri circa il 30% meno rispetto al tempo effettivo». In genere bastano quattro minuti per essere “teletrasportati” nel proprio mondo di fantasia. I vantaggi, inoltre, non si limitano al momento dell’operazione: «Il paziente viene istruito sulla capacità di auto-indurre lo stato di ipnosi, in modo da trarre beneficio da questa tecnica in diverse situazioni della vita, come quando si va dal dentista o si è sotto stress».


I limiti e le prospettive future
Purtroppo la tecnica non funziona per tutti: «Solo il 60% delle persone è ipnotizzabile, perché alcuni stentano a lasciarsi andare. Inoltre, poiché durante l’ipnosi bisogna mantenere alta l’attenzione a lungo, è impossibile applicarla ai pazienti che si fanno prendere dall’agitazione, ai soggetti con deficit cognitivi o malattie degenerative del sistema nervoso centrale», precisa l’esperto.

«Seppur con questi limiti, oggi l’obiettivo è diffondere sempre di più l’utilizzo dell’ipnosi in cardiologia, procedura priva di effetti collaterali e in grado di migliorare il decorso post operatorio. Proprio per questo è in partenza uno studio nazionale, coordinato dall’Associazione italiana di aritmologia e cardiostimolazione, che intende dimostrare la replicabilità dei risultati ottenuti dalla cardiologia di Asti anche in altri centri italiani», conclude Scaglione.


Noi italiani numeri uno al mondo

La Divisione di cardiologia dell’Ospedale Cardinal Massaia di Asti è la prima nel mondo ad aver utilizzato l’ipnosi come coadiuvante alla terapia analgesica nelle procedure di cardiologia interventistica. Questa esperienza si è tradotta in due recenti articoli apparsi su International Journal
of Cardiology Heart and Vasculature e Heart Rhythm: il primo racconta l’esperienza dell’ipnosi nelle ablazioni per le aritmie atriali, mentre il secondo descrive la procedura nell’impianto dei defibrillatori. Un terzo articolo, pubblicato sul Journal of Cardiovascular Medicine, mostra un’altra eccellenza dell’équipe astigiana: una particolare tecnica di ablazione cardiaca che non prevede l’uso di raggi X per posizionare e visualizzare gli elettrocateteri all’interno delle cavità cardiache. Questa novità consente un abbattimento importante dell’esposizione radiologica per i pazienti.


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Articolo pubblicato sul n. 8 di Starbene in edicola dal 4 febbraio 2020

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