Ogni anno, il 4 febbraio, la Giornata Mondiale contro il Cancro invita a riflettere non solo su cure e prevenzione, ma anche sul bisogno profondo di informazione corretta che accompagna chi affronta una diagnosi oncologica. Quando entra in gioco la parola “tumore”, il desiderio di trovare soluzioni meno aggressive, più “naturali”, è del tutto comprensibile. È proprio in questo spazio fragile, fatto di speranza e paura, che emerge con forza il tema delle cosiddette erbe anti-cancro, alimentando domande legittime, ma anche pericolosi equivoci.
Negli ultimi anni, complice il web, il confine tra informazione e disinformazione si è fatto sempre più sottile. Rimedi vegetali e terapie naturali vengono spesso raccontati come soluzioni miracolose, capaci di sostituire le cure oncologiche. Ma davvero esistono delle erbe anti-cancro?
Cosa si intende per “erbe anti-cancro”
Quando si parla di erbe anti-cancro, il rischio di equivoci è altissimo. «Non esistono piante che, assunte sotto forma di tisane, succhi o integratori, siano in grado di curare un tumore», chiarisce il professor Fabio Firenzuoli, medico, fitoterapeuta e autore del volume Le erbe anti-cancro. Per prevenirlo, alleviare i sintomi e gli effetti collaterali dei farmaci (Edizioni LSWR). «Esistono però piante dalle quali sono state ricavate sostanze che, dopo un lungo percorso di ricerca, sono diventate veri e propri farmaci oncologici. È questa distinzione, fondamentale, che viene spesso ignorata o confusa».
La storia della chemioterapia è infatti profondamente intrecciata con il mondo vegetale. Molti dei farmaci utilizzati oggi in oncologia hanno origine da piante studiate per decenni nei laboratori di ricerca. È il caso del taxolo, individuato nel Tasso e successivamente trasformato nel paclitaxel, oggi impiegato nel trattamento di numerose neoplasie. Dalla Vinca, una pianta ornamentale apparentemente innocua, sono stati isolati alcaloidi come vincristina, vinblastina e vinorelbina, che hanno cambiato la storia della terapia oncologica. Allo stesso modo, dal Podofillo sono stati sviluppati farmaci come etoposide e teniposide, mentre dalla Camptoteca è stato ottenuto l’irinotecan.
«In tutti questi esempi, però, la pianta non viene utilizzata così com’è», precisa Firenzuoli. «Le molecole attive vengono isolate, purificate e spesso modificate chimicamente, per renderle efficaci, dosabili e soprattutto sicure. Solo dopo anni di sperimentazione preclinica e clinica queste sostanze entrano nei protocolli ufficiali di cura. Parlare di erbe anti-cancro, quindi, non significa credere a rimedi naturali miracolosi, ma riconoscere il ruolo della ricerca scientifica nel trasformare la natura in medicina».
Il limite delle piante “promettenti”
Accanto ai farmaci oncologici già validati e inseriti nei protocolli di cura, esiste un ampio numero di piante che attirano l’interesse della ricerca per una possibile attività antitumorale. Artemisia, aloe, graviola e alcuni funghi medicinali vengono spesso citati come esempi di rimedi naturali “contro il cancro”, ma è importante chiarire in quale ambito si collocano queste evidenze. «Nella maggior parte dei casi si tratta di studi condotti in laboratorio o su modelli animali», precisa Firenzuoli. «Dati utili per la ricerca, ma ancora del tutto insufficienti per dimostrare un’efficacia clinica nell’uomo».
Il nodo critico emerge quando risultati preliminari, ancora lontani da un’applicazione terapeutica, vengono divulgati in modo semplicistico o distorto. «Un effetto osservato su cellule isolate può trasformarsi rapidamente, soprattutto online, in una presunta “cura naturale”, priva di basi scientifiche ma ricca di promesse», avverte l’esperto. «È in questo passaggio che nascono le false speranze, spesso accompagnate da spese inutili e, nei casi più gravi, dalla decisione di rimandare o abbandonare terapie oncologiche efficaci».
Quando le erbe aiutano a curare il paziente
Dando per scontato il ruolo importante di un’alimentazione ricca delle sostanze vegetali presenti in frutta e verdura nell’ambito della prevenzione oncologica, il contributo più autentico della fitoterapia non consiste tanto nel “combattere” il tumore, quanto nel prendersi cura della persona che lo affronta. «Le erbe medicinali trovano il loro spazio soprattutto nella gestione dei sintomi legati alla malattia e agli effetti collaterali delle terapie», spiega l’esperto, «offrendo un supporto concreto per migliorare la qualità della vita del paziente».
Stanchezza persistente, disturbi gastrointestinali, alterazioni dell’umore, insonnia, dolore e una diffusa fragilità emotiva accompagnano spesso il percorso oncologico, rendendolo ancora più complesso. In questi contesti, l’impiego di rimedi naturali, scelti con competenza e utilizzati sotto controllo medico, può aiutare a rendere più tollerabili le cure, favorire il recupero delle energie e restituire al paziente una maggiore sensazione di equilibrio e benessere.
Non si tratta di alternative alle terapie oncologiche, ma di strumenti di supporto che, integrati in modo corretto, possono fare la differenza nella quotidianità di chi vive la malattia.
Ansia, depressione e disturbi dell’umore
I disturbi dell’umore sono frequenti nei pazienti oncologici e incidono profondamente sul benessere complessivo. «L’iperico è una delle piante più studiate per la depressione, ma la sua capacità di interferire con il metabolismo di numerosi farmaci ne rende l’uso problematico durante le terapie oncologiche attive», indica Firenzuoli. «Per questo motivo, è sconsigliato in questa fase e va usato solo quando prescritto dal medico».
Più promettente è lo zafferano, che mostra un buon profilo di sicurezza e un’efficacia documentata nel migliorare il tono dell’umore. Gli estratti standardizzati possono essere utilizzati anche nei pazienti oncologici, sempre sotto controllo medico, e possono contribuire a ridurre il senso di tristezza, irritabilità e affaticamento emotivo.
Indicazione pratica: preferire estratti titolati e standardizzati ed evitare l’autoprescrizione, soprattutto in presenza di terapie farmacologiche in corso.
Apparato gastrointestinale: nausea, diarrea e mucositi
Chemioterapia e radioterapia colpiscono frequentemente l’apparato digerente, causando nausea, diarrea, infiammazioni della mucosa orale e gastrica. In questi casi alcune piante medicinali possono offrire un sollievo significativo.
«La camomilla esercita un’azione antinfiammatoria e lenitiva sulle mucose, mentre l’aloe, sotto forma di gel depurato e standardizzato, favorisce la cicatrizzazione e la riduzione delle mucositi», assicura Firenzuoli. «Questi rimedi non sostituiscono i farmaci, ma possono attenuare i sintomi e migliorare la tolleranza alle cure».
Indicazione pratica: utilizzare solo prodotti controllati e privi di sostanze irritanti, evitando preparazioni fai-da-te.
Stanchezza, anemia e perdita di energia
La fatigue oncologica, quel senso di spossatezza profonda e persistente che non migliora con il riposo, è uno dei sintomi più frequenti e invalidanti per chi affronta o ha appena concluso le terapie contro il cancro. Spesso si associa ad anemia, alterazioni metaboliche e a una ridotta capacità dell’organismo di reagire allo stress fisico e psicologico. «In questi casi alcune erbe medicinali possono offrire un supporto mirato, non come stimolanti “a breve termine”, ma come veri e propri adattogeni, capaci di aiutare il corpo a recuperare gradualmente energia e resistenza», commenta Firenzuoli.
Tra le piante più studiate rientrano quelle comunemente note come i ginseng, in realtà un gruppo eterogeneo che comprende specie diverse, ma accomunate dalla capacità di migliorare la risposta allo stress e ridurre la sensazione di affaticamento. «L’eleuterococco, noto anche come ginseng siberiano, è utilizzato da tempo per aumentare la resistenza psicofisica e favorire il recupero dopo periodi di intensa debilitazione», descrive l’esperto. «Il ginseng coreano, invece, è quello con la documentazione clinica più solida: studi controllati hanno dimostrato che può ridurre la stanchezza nei pazienti oncologici dopo la chemioterapia, migliorando anche appetito, qualità del sonno e percezione del benessere generale. Anche altre varietà, come il ginseng americano o cinese, mostrano caratteristiche simili».
Un ruolo interessante è svolto anche dall’Ashwagandha, o ginseng indiano, una pianta adattogena utilizzata da secoli nella medicina ayurvedica. Le evidenze più recenti indicano che può contribuire a ridurre la fatigue anche nei pazienti sottoposti a chemioterapia, con un effetto positivo non solo sull’energia fisica ma anche su concentrazione, memoria e capacità di far fronte allo stress prolungato. Così come l’Astragalo, pianta tipica della medicina tradizionale cinese che, insieme all’Uncaria tomentosa, proveniente dalle foreste amazzoniche, contribuiscono a ridurre e prevenire il frequente abbassamento dei globuli bianchi e delle difese immunitarie.
Questi rimedi, però, non sono privi di limiti. «Proprio perché agiscono su sistemi complessi come quello neuroendocrino e immunitario, devono essere utilizzati con cautela, a dosaggi adeguati e mai in modo autonomo», raccomanda Firenzuoli. «In alcuni casi possono interagire con farmaci antidiabetici, anticoagulanti o chemioterapici oppure risultare eccessivamente stimolanti».
Indicazione pratica: la gestione della stanchezza oncologica richiede sempre una valutazione personalizzata. È fondamentale monitorare i parametri ematici, in particolare l’anemia, e concordare l’uso di piante adattogene o integratori con il medico curante, per inserirli in modo sicuro e coerente nel percorso terapeutico.
Caduta dei capelli e cura della cute
La perdita dei capelli rappresenta uno degli effetti collaterali più visibili e psicologicamente impattanti. Sebbene non esistano rimedi in grado di prevenirla completamente, alcune sostanze naturali possono aiutare a prendersi cura del cuoio capelluto.
In particolare, durante le terapie, la cute può andare incontro a infiammazione, prurito, desquamazione e maggiore sensibilità. «In questo contesto, il gel di aloe rappresenta uno dei rimedi più utilizzati e meglio tollerati», riferisce Firenzuoli. «Grazie alle sue proprietà lenitive, antinfiammatorie e cicatrizzanti, può aiutare a calmare le irritazioni del cuoio capelluto e a mantenere un adeguato livello di idratazione. L’aloe è impiegata da tempo anche per la cura delle mucositi e delle alterazioni cutanee indotte da chemioterapia e radioterapia, proprio per la sua capacità di favorire i processi di riparazione dei tessuti».
Accanto all’aloe, l’uso di oli vegetali delicati può contribuire a proteggere la barriera cutanea e a ridurre la sensazione di secchezza e tensione. L’obiettivo non è stimolare forzatamente la ricrescita, che avverrà spontaneamente al termine delle terapie, ma creare un ambiente cutaneo più sano e meno infiammato, favorendo una ripresa graduale e fisiologica.
Indicazione pratica: evitare prodotti aggressivi o non certificati e privilegiare preparazioni semplici e ben tollerate.
Dolore, crampi ed edemi
Dolore neuropatico e muscolare, crampi e gonfiori possono comparire durante o dopo le terapie oncologiche, come conseguenza dell’infiammazione dei tessuti, di alterazioni della circolazione o di una ridotta mobilità. In questi casi, alcune piante medicinali possono essere utilizzate come supporto sintomatico, soprattutto per alleviare il disagio locale e migliorare la qualità della vita quotidiana.
Tra queste ci sono la Cannabis, utilizzabile per alleviare dolori di vario tipo, utile poi a risolvere anche nausea, ansia e insonnia, ovviamente prescritta come medicinale da oltre dieci anni, e la più innovativa Acmella oleracea, efficace anche nelle lesioni cutanee e mucose ad esempio da radioterapia. Anche la camomilla, nota contro ansia e disturbi gastrointestinali, può essere efficace invece contro le radiodermiti, in creme, gel o altre preparazioni locali grazie alla sua azione antinfiammatoria».
«Tra le piante più utilizzate a scopo lenitivo rientra l’arnica, impiegata esclusivamente per uso esterno», ricorda Firenzuoli. «Le sue proprietà antinfiammatorie e decontratturanti la rendono utile in presenza di dolori muscolari e articolari, purché applicata su cute integra e sotto forma di preparazioni controllate. Anche la camomilla, già citata per i disturbi gastrointestinali, può essere utilizzata sotto forma di impacchi o preparazioni locali grazie alla sua azione antinfiammatoria e rilassante sulla muscolatura, risultando utile nei crampi e nelle tensioni diffuse».
In caso di edemi e gonfiori, soprattutto agli arti inferiori, il supporto fitoterapico si orienta verso piante che favoriscono il microcircolo e il drenaggio dei liquidi. In questi contesti, l’uso deve essere particolarmente cauto e sempre valutato caso per caso, perché la presenza di terapie oncologiche, anticoagulanti o corticosteroidi può modificare la risposta dell’organismo e aumentare il rischio di interazioni.
Indicazione pratica: anche per le applicazioni locali è sempre bene confrontarsi con il medico esperto, in particolare se il paziente sta assumendo altri farmaci.
Insonnia e disturbi della memoria
Difficoltà ad addormentarsi, sonno frammentato, risvegli notturni e ridotta capacità di concentrazione sono disturbi molto comuni durante e dopo le terapie oncologiche. Spesso sono il risultato di una combinazione di fattori: stress emotivo, ansia, affaticamento persistente e alterazioni neurochimiche indotte dai trattamenti. Anche in questo ambito, alcune piante medicinali possono offrire un aiuto delicato ma significativo.
Melissa e passiflora sono tradizionalmente utilizzate per favorire il rilassamento e migliorare la qualità del sonno, senza indurre sedazione eccessiva. «Il loro effetto si rivela particolarmente utile nei pazienti che vivono uno stato di iperattivazione mentale o tensione emotiva», specifica l’esperto. «Accanto a queste, emerge un interesse crescente per piante nootrope come la Bacopa monnieri, nota in particolare nella medicina ayurvedica non solo per la sua azione contro la stanchezza, ma anche per il supporto alle funzioni cognitive. I suoi principi attivi agiscono sui sistemi coinvolti nella memoria e nell’attenzione, favorendo una migliore risposta allo stress e contrastando quella “nebbia mentale” che molti pazienti riferiscono».
Anche lo zafferano può avere un effetto indiretto positivo sul sonno e sulle funzioni cognitive, contribuendo a ridurre l’ansia e migliorare il benessere generale.
Indicazione pratica: questi rimedi vanno assunti preferibilmente nelle ore serali e a dosaggi moderati. È importante evitare l’autoprescrizione e inserirli sempre all’interno di un percorso condiviso con il medico, soprattutto in presenza di terapie farmacologiche concomitanti.
Le false promesse da cui difendersi
Accanto a un uso consapevole e competente delle erbe medicinali, è fondamentale sviluppare anche una capacità critica che permetta di riconoscere le pratiche prive di fondamento scientifico. Il web e i social network amplificano spesso messaggi rassicuranti ma ingannevoli, che promettono guarigioni semplici e indolori. «Clisteri di caffè, succhi “disintossicanti”, tisane presentate come miracolose, mandorle amare di albicocca o applicazioni locali di vegetali non hanno alcuna efficacia nel curare il cancro e, in alcuni casi, possono risultare persino pericolosi», sottolinea Firenzuoli. Non solo per la loro possibile tossicità, ma anche perché possono indurre a ritardare o abbandonare terapie efficaci, compromettendo seriamente il percorso di cura.
Il richiamo al “naturale” esercita un fascino potente, soprattutto in momenti di fragilità, ma rischia di semplificare una realtà molto più complessa. «Naturale non significa sicuro e curativo di per sé», ricorda l’esperto. Le erbe, come i farmaci, agiscono sull’organismo e devono essere utilizzate con competenza, criterio e responsabilità.
La vera integrazione non nasce dal rifiuto della medicina convenzionale, ma dal dialogo tra saperi diversi. «È quella che mette al centro il paziente, non le promesse, e che utilizza la fitoterapia scientifica come strumento di supporto, capace di alleviare i sintomi, migliorare la qualità della vita e accompagnare le cure oncologiche senza sostituirle. In oncologia, più che scorciatoie, servono alleati affidabili», conclude l’esperto.
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