Endometrio ispessito: cause, diagnosi e cure

Lo spessore e l’aspetto dell’endometrio variano con l’età e le fasi del ciclo, influenzati da ormoni, metabolismo e condizioni cliniche. Un ispessimento può essere fisiologico o indicare disfunzioni ormonali, polipi o patologie più serie, soprattutto in post-menopausa



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L’endometrio è uno dei grandi protagonisti del ciclo femminile, anche se spesso rimane sullo sfondo: un sottile ma essenziale strato di tessuto che riveste l’interno dell’utero e che cambia forma e funzione nel corso del tempo, seguendo il ritmo degli ormoni. È un tessuto “vivo”, in continua trasformazione, capace di adattarsi, mese dopo mese, alle diverse fasi del ciclo.

Possiamo immaginarlo come un piccolo tappeto accogliente, che si prepara a ospitare una nuova vita. Quando il delicato equilibrio ormonale funziona correttamente, l’endometrio si ispessisce, si arricchisce di vasi sanguigni e di sostanze nutritive, creando l’ambiente ideale per permettere l’impianto di un ovulo fecondato. Quando, invece, la gravidanza non avviene, questo strato non serve più: si sfalda gradualmente e viene eliminato con le mestruazioni, segnando la fine di un ciclo e l’inizio di quello successivo.

Perché l'endometrio non è sempre uguale

Lo spessore dell’endometrio non è mai costante, perché questo tessuto risponde in modo diretto e continuo agli ormoni femminili. «Durante l’età fertile, l’endometrio segue il ritmo del ciclo mestruale», racconta la dottoressa Silvia Sansavini, ginecologa al Primus Forlì Medical Center. «Subito dopo le mestruazioni è molto sottile, intorno ai 2-4 millimetri, perché lo strato superficiale è stato appena eliminato. Nei giorni successivi, sotto l’azione degli estrogeni prodotti dalle ovaie, ricomincia a crescere gradualmente, diventando sempre più spesso e strutturato, fino a raggiungere circa 10-14 millimetri, uno spessore considerato ideale per accogliere un’eventuale gravidanza».

Queste variazioni, in epoca fertile, sono del tutto fisiologiche e rappresentano il normale funzionamento dell’organismo. «Per questo motivo, parlare di “endometrio ispessito” in una donna che ha ancora il ciclo ha senso solamente se lo spessore e l’aspetto dell’endometrio non sono coerenti con la fase del ciclo o se sono presenti sintomi come sanguinamenti anomali», indica l’esperta.

Il quadro cambia completamente dopo la menopausa. Con la fine dell’attività ovarica e la drastica riduzione degli estrogeni, l’endometrio perde la sua funzione ciclica e non è più stimolato a crescere. In questa fase della vita, l’endometrio dovrebbe rimanere sottile e inattivo: uno spessore aumentato, soprattutto se associato a sanguinamenti, assume un significato diverso e richiede un’attenzione maggiore.

L’endometrio in post-menopausa

Dopo la menopausa, l’endometrio cambia profondamente aspetto e funzione. Con la cessazione dell’attività ovarica viene meno la produzione di estrogeni e, di conseguenza, questo tessuto non è più stimolato: non produce muco, le ghiandole si appiattiscono e perdono la loro attività, per cui l’endometrio entra in una fase di inattività funzionale. In condizioni normali, quindi, in post-menopausa l’endometrio dovrebbe presentarsi sottile.

In ambito clinico il concetto di endometrio “sottile” è strettamente legato alla presenza o meno di sintomi. «Nelle donne in post-menopausa che presentano sanguinamento, il valore di riferimento considerato sicuro è uno spessore inferiore ai 4 millimetri», indica Sansavini. «Questo dato, tuttavia, non va interpretato in modo rigido o isolato, perché lo spessore dell’endometrio deve sempre essere valutato nel contesto clinico complessivo».

Se una donna in post-menopausa è asintomatica, non assume terapie ormonali sostitutive e si sottopone a un controllo ecografico di routine, l’endometrio può misurare 4 o 5 millimetri e, in alcuni casi, anche 6 o 7 millimetri, senza che questo indichi necessariamente una patologia, purché non siano presenti sanguinamenti.

La comparsa di perdite di sangue cambia invece il significato clinico del reperto. «In menopausa non dovrebbero verificarsi sanguinamenti, nemmeno minimi», tiene a precisare Sansavini. «Anche uno spotting occasionale o una perdita molto scarsa deve essere segnalata e valutata. In presenza di sanguinamento, uno spessore endometriale superiore ai 4 millimetri richiede un approfondimento diagnostico per individuare la causa».

Se il sanguinamento è un episodio isolato, di breve durata, e l’ecografia mostra un endometrio sottile, inferiore ai 4 millimetri, è possibile rassicurare la paziente e limitarsi a un monitoraggio nel tempo, con l’indicazione a rivalutare la situazione solo in caso di nuova comparsa di sanguinamenti.

Le cause dell’endometrio ispessito in età fertile

In età fertile, più che lo spessore assoluto, deve essere l’aspetto ecografico non coerente con la fase del ciclo a destare sospetto. Un endometrio inspessito, disomogeneo o iperecogeno (cioè che appare luminoso e bianco durante un’ecografia) nella fase immediatamente post-mestruale, quando dovrebbe essere sottile, può indicare una disfunzione ormonale. Questo avviene frequentemente nei cicli anovulatori o nelle condizioni di iperestrogenismo, come nella sindrome dell’ovaio policistico, in cui l’endometrio non si assottiglia adeguatamente e assume un aspetto mammellonato e ondulato.

Tra le cause organiche rientrano anche i polipi endometriali, che possono comparire in età fertile e manifestarsi con sanguinamenti irregolari, così come la presenza di fibromi uterini, in grado di alterare la morfologia della cavità e rendere l’endometrio disomogeneo. «In alcune situazioni particolari, come nel periodo post-parto o dopo un’interruzione di gravidanza, l’ispessimento endometriale può essere legato alla presenza di residui placentari o di materiale abortivo», sottolinea Sansavini. «Per questo motivo, il momento più appropriato per valutare l’endometrio è spesso subito dopo la mestruazione successiva, quando lo sfaldamento dovrebbe essere completo e l’endometrio apparire sottile».

Un’altra causa, seppure meno frequente, è l’endometrite, un’infiammazione o infezione dell’endometrio tipica soprattutto delle donne giovani. Questa condizione determina una proliferazione del tessuto e una marcata ipervascolarizzazione, spesso associata a sanguinamenti lievi ma persistenti, talvolta accompagnati da febbricola. In questi casi, l’inquadramento clinico deve tenere conto dell’età, dei sintomi, della fase del ciclo, dei fattori di rischio e della storia ginecologica e sessuale della paziente.

Le cause dell’endometrio ispessito in post-menopausa

In post-menopausa, l’endometrio dovrebbe presentarsi fisiologicamente sottile, poiché viene meno la stimolazione estrogenica ovarica. «Per questo motivo, uno spessore aumentato assume un significato clinico diverso rispetto all’età fertile, perché potrebbe rappresentare la spia di una patologia endometriale», avverte Sansavini. «Se l’ecografia mostra un ispessimento diffuso e omogeneo, si tende a pensare a un processo proliferativo, che in alcuni casi può essere il precursore di una patologia neoplastica». Al contrario, un ispessimento focale, rotondeggiante e talvolta associato a un peduncolo vascolare è più suggestivo della presenza di un polipo endometriale, una condizione generalmente benigna e solo raramente associata a malignità.

Anche in post-menopausa la presenza di fibromi uterini può determinare un aspetto irregolare dell’endometrio, ma in questo contesto il sintomo sanguinamento riveste un ruolo centrale e non deve mai essere sottovalutato. Esistono tuttavia situazioni in cui il sanguinamento è legato a un endometrio fortemente atrofico, quindi molto sottile e fragile: si tratta in genere di episodi isolati che, nella maggior parte dei casi, non nascondono una patologia significativa.

Un capitolo a parte riguarda le donne in trattamento con tamoxifene, un farmaco utilizzato come terapia adiuvante nelle pazienti operate per tumore della mammella con recettori ormonali positivi. Pur avendo un’azione antiestrogenica a livello mammario, il tamoxifene può indurre sull’endometrio modificazioni caratteristiche, spesso di tipo cistico.

Quali sono gli esami diagnostici

Il primo strumento per valutare l’endometrio è l’ecografia transvaginale, che consente di misurarne lo spessore e di analizzarne l’aspetto e la morfologia. Tuttavia, quando l’ecografia non è sufficiente a chiarire la natura dell’ispessimento, è possibile ricorrere a esami di secondo livello. L’ecocolordoppler pelvico transvaginale può essere utile per distinguere un ispessimento polipoide da un polipo vero e proprio, grazie alla visualizzazione di un eventuale peduncolo vascolare.

Un altro esame molto utile è la sonoisterografia, una procedura che prevede l’introduzione di una soluzione fisiologica all’interno della cavità uterina durante l’ecografia. «La distensione della cavità permette di delinearne meglio il profilo e di mettere in evidenza eventuali ispessimenti focali, sia in epoca fertile sia in post-menopausa», spiega la specialista. «In età fertile, questo esame viene generalmente eseguito subito dopo le mestruazioni, mentre in post-menopausa può essere effettuato in qualsiasi momento».

Quando persiste un dubbio diagnostico, soprattutto in presenza di sanguinamento in post-menopausa o di fattori di rischio, l’esame di riferimento è l’isteroscopia. Si tratta di una procedura endoscopica che consente di osservare direttamente la cavità uterina e la mucosa endometriale e di eseguire biopsie mirate nelle aree più sospette. Grazie a questo approccio, oggi è possibile arrivare a una diagnosi accurata nella maggior parte dei casi, distinguendo le condizioni benigne dalle patologie che richiedono un trattamento più specifico.

Come si cura l'endometrio ispessito

La gestione dell’endometrio ispessito dipende strettamente dalla causa sottostante. In presenza di patologia organica, come polipi, fibromi, adenomi o sospette lesioni proliferative, l’obiettivo è arrivare a una diagnosi precisa tramite esami strumentali e, se necessario, biopsia endometriale. «Quando l’ispessimento è legato invece a disfunzioni ormonali, come nei cicli anovulatori o nelle giovani con sindrome dell’ovaio policistico, il trattamento può comprendere interventi medici, come la terapia ormonale combinata, o modifiche dello stile di vita, inclusi dieta e attività fisica, talvolta supportati da integratori mirati a migliorare la qualità ovulatoria», specifica Sansavini.

L’iter diagnostico e terapeutico prevede una valutazione graduale, evitando interventi invasivi non giustificati, come l’isterectomia, che oggi viene riservata solo a patologie oncologiche accertate o a casi di fibromi molto grandi.

«Esistono inoltre situazioni particolari che complicano l’interpretazione dell’ecografia, come un utero retroverso, fibromatoso o con adenomiosi», conclude l’esperta. «In questi casi, l’isteroscopia rappresenta lo strumento più efficace per ottenere una visualizzazione diretta della cavità uterina e, se necessario, prelevare campioni bioptici mirati. In generale, il percorso deve essere personalizzato, basato sul quadro clinico della paziente, sull’ecostruttura dell’endometrio, sulla presenza di sintomi e sui fattori di rischio, garantendo un approccio sicuro e conservativo quando possibile».


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