Insonnia e sonno disturbato aumentano il rischio di demenza

A dirlo è uno studio pubblicato su “Jama Neurology”. La perdita di una quantità di sonno profondo pari anche solo all’1% ogni anno sarebbe collegata a un aumento del 27% del rischio di demenza



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Dormire bene non solo è essenziale per affrontare il giorno che segue pieni di energia ma è una sorta di protezione per il cervello. Un sonno disturbato, di scarsa qualità perché frammentato, predispone alla demenza. Sempre più dati mettono in relazione un riposo notturno insufficiente o disturbato con un maggior rischio di declino cognitivo patologico.

Uno studio pubblicato su Jama Neurology di studiosi americani, australiani e canadesi delle Università del Massachusetts e del Texas indica come l’avanzare dell’età comporti una riduzione del sonno profondo e più ristoratore, fondamentale per rimuovere i cataboliti del metabolismo cerebrale e per consolidare la memoria e le funzioni cognitive.

Finora si sapeva che l’insonnia cronica nella mezza età, dai 50 ai 70 anni, si associa in genere a un aumento del 30% del rischio di demenza. Questo studio aggiunge qualcosa di più: la perdita di una quantità di sonno profondo (slow-wave sleep) pari anche solo all’1% ogni anno, sarebbe collegata a un aumento del 27% del rischio di demenza. La perdita di sonno sembra infatti determinare la morte di circa il 25% nelle cellule neuronali provocando al sistema nervoso un danno irreversibile.

Siccome per la demenza ancora non ci sono cure risolutive, si potrebbe invece agire sui fattori di disturbo del sonno, che possono invece essere trattati. Si stima che per il 2050 ci saranno 153 milioni di dementi nel mondo. Le alterazioni del sonno precedono la demenza e non viceversa, è quindi essenziale, secondo gli studiosi, lavorare su trattamenti che assicurino un riposo notturno di buona qualità e quantità può rallentare la disfunzione cognitiva in genere e la stessa malattia di Alzheimer.

Una buona dormita aiuta anche il sistema immunitario, in quanto di notte aumentano le citochine e le immunoglobuline, mentre le cellule immunitarie (linfociti T, B, NK, neutrofili e macrofagi) sono ai livelli più alti nelle prime ore della sera e ai livelli più bassi al mattino. I disturbi del sonno interrompono questo meccanismo creando condizioni favorevoli allo sviluppo delle malattie neurodegenerative dove anche l’infiammazione gioca un ruolo importante.

Liborio Parrino, direttore dell’Unità di Neurologia e del Centro di Medicina del sonno dell’Università di Parma, afferma che «un buon sonno per qualità e durata diventa anche un vaccino efficace contro le malattie infettive. In un altro studio dei ricercatori dell’Università della California si è visto che chi dorme poco e male è molto più soggetto a raffreddori e sinusiti rispetto a chi invece riposa adeguatamente».

Nell’arco di vita le ore di sonno tendono a occupare una porzione considerevole nell’infanzia e nell’adolescenza, a mantenersi stabili nell’età adulta e, infine, a ridursi nell’età anziana. Le modificazioni quantitative e qualitative osservabili nell’età anziana in un normale processo di invecchiamento si manifestano con un ritardo nell’addormentamento, una riduzione della durata del sonno notturno, con un aumento della frammentazione del sonno (numerosi risvegli notturni) e con una maggiore tendenza al sonno durante il giorno.

Nella demenza di Alzheimer l’incidenza dell’alterazione del ciclo sonno-veglia è circa del 66% e si manifesta con frequenti risvegli notturni, massima agitazione nelle ore serali, sonno eccessivo durante il giorno, e difficoltà nell’addormentamento.

febbraio 2024


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