Relazioni familiari: ognuna rottura può essere recuperata. Ecco come

Il sociologo statunitense Karl Pillemer sa tutto di rotture familiari e dintorni. E mette la sua esperienza sul campo in un libro-verità che indica da dove partire per riannodare i legami familiari spezzati da equivoci, tensioni, delusioni. Ecco le sue riflessioni



25659

Dallo stare insieme giorno e notte per anni al non rivolgersi di colpo più la parola. Dal condividere le stesse abitudini, “respirare” la stessa aria di famiglia e custodire la stessa esclusiva intimità allo scivolare in un attimo nel buco dell’anonimato totale. Due estranei che un tempo si chiamavano genitori, figli, fratelli, nipoti, cugini... insomma parenti che più parenti non si può. Quei litigi e quelle rotture che devastano il cuore di chi ne è colpito sono il succo di centinaia di storie raccolte in 10 anni dal sociologo americano Karl Pillemer nel suo libro Famiglie strappate (Urrà Feltrinelli). Un manuale venuto alla luce per andare a fondo di quest’esperienza di alienazione parentale, spesso nascosta ma più comune di quanto sembri.

Nel manoscritto, ci dice l’autore, tante le testimonianze di chi ha tagliato i ponti con un parente o l’intera famiglia, che non sono però solo racconti fini a se stessi ma pillole di saggezza. Perché è solo da qui, dalle storie di vita vera che vengono i consigli migliori per ricostruire i legami e la coesione familiare.

Ecco i consigli di Pillemere, sociologo della famiglia di fama internazionale e professore di Sviluppo umano alla “Cornell University” e al “Weill Cornell Medical College”.


Dottor Pillemer, lei che ha sentito tantissime persone coinvolte in situazioni di fratture familiari, che idea si è fatto del problema?

Ho iniziato a interessarmi di questo tema più di dieci anni fa, e sono rimasto sorpreso di quanto siano diffuse le rotture tra parenti anche prossimi. In base a un sondaggio nazionale che ho condotto per i miei studi, oltre un quarto degli americani – circa 70 milioni – ha riferito di non avere più contatti con un altro familiare. Non abbiamo dati simili da altri Paesi, ma si presume che nelle società occidentali il fenomeno sia altrettanto diffuso.


Quali sono i motivi ricorrenti?

Sulla base del mio campione, ampio e diversificato, ne ho individuati principalmente sei. Alcuni dicono “Adesso basta” sulla scia snervante e prolungata di rapporti difficili fin dall’infanzia (“il braccio lungo del passato”), e rompono la frequentazione quando non sopportano più genitori troppo severi, indifferenti, che hanno sempre fatto favoritismi tra un figlio e l’altro oppure non ce la fanno più a subire i dispetti, le gelosie o le aggressioni dei fratelli/sorelle.

Un altro scenario frequente riguarda gli “effetti a lungo termine del divorzio” nella vita dei figli adulti: la perdita di contatto con un genitore e l’ostilità tra gli ex partner possono indebolire fino ad annullare i legami genitore-figlio. Ma si taglia i ponti, spesso, anche per contrasti intollerabili tra parenti acquisiti (tra suoceri/nuore o generi) e le liti che derivano da testamenti ed eredità. Tanti strappi, poi, sono provocati da aspettative insoddisfatte, quando, a nostro avviso, i familiari non si sono comportati in modo adeguato in una situazione in cui avevamo bisogno di aiuto o appoggio. Il rifiuto totale di un parente può nascere pure da una differenza di stile di vita e valori. Lui disapprova noi (o viceversa), per come pensiamo e viviamo.


Come si arriva al distacco totale?

Molte delle persone intervistate, mi hanno detto che nelle loro storie familiari c’è stato un punto di svolta. Si tratta di quegli eventi, cosiddetti “vulcanici”, che trasformano profondamente una relazione: una telefonata che ha posto fine a tutte le conversazioni future, un litigio improvviso pieno di disprezzo reciproco, una discussione irreversibile su un’azienda di famiglia... Altre volte, ma succede meno, ci sono allontanamenti passivi, tipico di due individui (spesso fratelli) che sono sempre stati “freddi” l’uno con l’altro e con il tempo non si sentono più, come se fosse la cosa più normale da fare.

In ogni caso, le fratture parentali turbano tutti, chi rimane, chi va. Le famiglie sono “sistemi” per una buona ragione: ciò che accade in una singola relazione influisce, inevitabilmente, anche sugli altri. Rimane quel senso di vuoto, di perdita del calore e della sicurezza familiare che pesa su tutti, ora e nelle generazioni a venire. Per esempio, quando due fratelli decidono di non volersi più parlare, i loro figli spesso perdono il rapporto con i cugini. Così come estromettere un genitore può anche significare “negargli” i propri nipoti.


Ma se succede, che fare?

Non considerare il distacco come l’opzione più facile e meno dolorosa per sopportare una situazione che è, a tutti gli effetti, traumatica. Qualunque siano le circostanze in cui si è maturata la crepa, si può sempre trovare il modo per riavvicinarsi. Sia che abbiamo subito l’allontanamento sia che siamo stati noi a separarci, sempre vittime siamo. Perciò, se abbiamo un parente che chiede di riconnettersi, offriamogli una possibilità; se viene a noi la voglia di riaccostarci, agiamo. Quando l’iniziativa ha successo, la ricompensa è la ricompensa della riconciliazione. In caso contrario, avremo la tranquillità di averci provato.


Come si possono rimettere insieme i pezzi rotti?

La migliore medicina è il tempo. Aiuta a curare una relazione compromessa, per il semplice fatto che la persona da cui ci siamo separati con gli anni non sarà più la stessa di prima. Anche noi saremo diversi. Tenendo conto di questa variabile, diventa più facile esplorare la possibilità di una riconciliazione. Perché, magari, nel frattempo la suocera velenosa si è addolcita, il fratello irresponsabile potrebbe essere ora più affidabile o il genitore duro potrebbe provare rimorso. Senza contare che lo stesso allontanamento potrebbe aver prodotto cambiamenti tali da permettere la riappacificazione.


Come s’inizia a riavvicinarsi?

Non c’è una guida “scientifica” a proposito. Sicuramente, possiamo imparare molto dalle persone che hanno fatto pace in famiglia dopo anni di oblio. Ho toccato con mano che quando sono state in grado di stabilire confini chiari con l’altro, esaminare la propria responsabilità in un allontanamento, abbassare le proprie aspettative – le persone ideali non esistono ma vanno accettate come sono – e anche farsi aiutare da uno psicologo, sono state in grado di ritrovare quel parente “perso”.


È perdono o senso di responsabilità?

Né l’uno né l’altro. Chi ha ritrovato un parente quasi sempre lo ha fatto per se stesso, e non per l’altra persona. Sentiva di aver guadagnato così la pace della mente e di avere imparato molto su se stesso. Di aver fatto un salto in avanti nella sua crescita. In fondo, colmare una frattura, pure se il rapporto rimane imperfetto, è fonte di autostima e orgoglio.



Leggi anche

Natale in famiglia: come sopravvivere

Rapporto tra fratelli: perché insegna più cose dei genitori

Che cos'è l'autostima familiare e perché è importante