Money dismorfia: perché i social ci rendono poveri
I content creator esibiscono sui social una vita di lussi che tutti desiderano ma pochi possono permettersi. Il confronto impietoso genera ansia finanziaria e alimenta gli acquisti impulsivi. Mettendo a rischio autostima, risparmi e futuro

La T-shirt Supreme per Louis Vuitton, la collezione di Labubu, l’Apple Watch Ultra 2 Titanio, la Moschino TrashBag, le Jordan Retro Pantone e chissà cos’altro ancora: la lista degli oggetti del desiderio, esibiti dagli influencer su TikTok e Instagram, è infinita. E se a questa si aggiungono le vacanze lampo della serie “See ya Barcellona” (ci vediamo a Barcellona) o il GigTripping, cioè il viaggiare per concerti, è facile capire come tra la vita reale e quella social c’è di mezzo un bel conto in banca. Conto in banca che, però, per il target di questo bombardamento mediatico luxury (cioè la fascia di giovani tra i 17 e i 30 anni), non è sempre così in linea con i desideri. Proprio da qui nasce un tipo particolare di ansia finanziaria, la Money dismorfia, la miccia che porta al “doom spending”.
«La money dismorfia una distorsione percettiva che ci fa vedere in modo alterato la nostra situazione economica, un po’ come accade nella dismorfia corporea per l’immagine fisica», spiega il dottor Marco Lazzeri, psicologo esperto in digitale. «Chi ne è colpito sviluppa un rapporto emotivo e disfunzionale con il denaro, interpretando le proprie finanze non in base a dati reali, ma attraverso emozioni come insicurezza o bisogno di approvazione sociale».
Le conseguenze non si misurano solo in termini di acquisti impulsivi che azzerano il saldo dell’home banking. Ne vanno di mezzo la formazione dell’autostima e la capacità di gestire il denaro per cose davvero importanti, come la costruzione del proprio futuro.
Poche speranze nel futuro, niente risparmi
La spinta impulsiva a consumare e ostentare prodotti, spesso di lusso, per sentirsi “al livello” dei propri modelli è il tipico comportamento di chi sperimenta la dismorfia monetaria a causa del confronto costante con gli esempi irrealistici sui social.
In termini tecnici si chiama “doom spending”, ovvero tendenza a spendere, letteralmente, “come se non ci fosse un domani”, indipendentemente dal fatto di poterselo permettere o meno. E in effetti, un domani sembra non ci sia. Perché il doom spending si innesta nella sfiducia di molti giovani verso il futuro.
Il 55% della fascia 18-34 anni (dati Istituto Toniolo 2025) sa già che non potrà permettersi una casa o la pensione, tanto vale allora spendere per una vita di piccoli lussi adesso anziché risparmiare per dopo. Lo spiega bene proprio su Tik Tok la financial content creator Maria Melchor: «Come fanno i ragazzi a permettersi tutte quelle cose belle? Semplice: perché non possono permettersi altro».
Money dismorfia, l'ansia scaturita dai social
Le vite piene di cose belle che scrolliamo sui social non sono di per sé una causa diretta del doom spending. «Il confronto “verso l’alto” è un meccanismo universale: tutti, in modo più o meno consapevole, tendiamo a misurare noi stessi in rapporto a chi percepiamo come “migliore”. È un processo naturale, che in origine aveva una funzione evolutiva, ci aiutava a orientarci, a migliorare, a capire dove potevamo crescere», spiega l’esperto.
«Oggi però, nell’era dei social, questo confronto è diventato continuo e spesso distorto. È proprio la pervasività a scatenare l’ansia. Scorriamo immagini di vite apparentemente perfette, di corpi, viaggi e successi mostrati come normalità. Così, quel meccanismo che un tempo serviva a motivarci è diventato una fonte di frustrazione, alimentando la sensazione di essere sempre un passo indietro e la pulsione ad acquistare prodotti di tendenza per recuperare il terreno perso».
Nel confronto (social) nasce l’insicurezza
Non tutti sono colpiti allo stesso modo dalla dismorfia monetaria e non tutti reagiscono strisciando la carta di credito. I più esposti sono i giovani perché, in una fase ancora di definizione della propria identità adulta, attribuiscono grande valore all’immagine e sono ipersensibili allo sguardo altrui.
«Per loro, il paragone con gli influencer diventa terreno fertile per l’insicurezza», continua Lazzeri. «La spesa impulsiva serve a scaricare ansia o frustrazione. Il gesto economico perde quindi la sua funzione reale e diventa una strategia di regolazione emotiva».
Senso di colpa, irritabilità, sfiducia nelle proprie capacità sono le prime conseguenze; l’autostima si indebolisce, perché il valore personale viene misurato in base a quanto si possiede o si riesce a mostrare; le finanze sono messe a rischio, perché si perde la capacità di risparmiare.
I segnali della money dismorfia
Quali sono i segnali da captare per capire che, a forza di scrollare, si sta perdendo il controllo dell’impulso a spendere? «Si passano ore ad analizzare vite, vacanze o acquisti degli altri e si passa all’e-shop non per necessità, ma per alleggerire una tensione interiore», avverte l’esperto. «Per spezzare questo loop è utile tenere traccia delle spese e dedicare un budget preciso alla vita sociale, non con rigidità, ma con curiosità e consapevolezza. Così si riduce l’ansia e si riconquista la percezione di poter scegliere».
Poi, bisogna introdurre una pausa di consapevolezza prima di cliccare sul carrello: “Perché lo sto facendo? Cosa sto cercando davvero?”. «Questa riflessione aiuta a distinguere il desiderio autentico dal bisogno compensatorio. Non vuol dire rinunciare al piacere, ma imparare a riconoscerne la motivazione: il vero benessere nasce quando le nostre scelte economiche rispecchiano ciò che proviamo, non quello che temiamo».
A scuola per imparare a non affondare nei debiti
La dismorfia monetaria e il doom spending trovano terreno fertile nell’analfabetismo finanziario, perché quando non si possiedono gli strumenti per comprendere come funziona l’economia ci si affida alle percezioni e alle emozioni. Secondo un’indagine della Banca d’Italia, solo il 35% dei ragazzi italiani conosce nozioni come “tassi di interesse” o “inflazione” e, sullo stesso tema, i nostri neolaureati si posizionano al 33° posto su 39 Paesi, in coda a economie meno sviluppate come Thailandia e Ungheria.
Per recuperare il gap, dal 2024 l’educazione finanziaria è entrata per legge nelle scuole, ma solo la metà degli istituti superiori ha avviato percorsi specifici e soltanto un insegnante su 10 ha ricevuto una formazione adeguata per spiegare agli studenti come funzionano risparmi e investimenti.
