Maschi under 30: la debolezza del sesso forte tra crisi e rabbia

I maschi del nostro tempo stanno vivendo una crisi che si riflette soprattutto sui più giovani, privati di un modello di riferimento aggiornato. Un recente saggio ci aiuta a capire le loro difficoltà e a illuminare le possibilità di riscatto



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C'è il bisogno, impellente, di scrivere una “nuova grammatica del maschile”, capace di spezzare le catene in cui sono imprigionate le nuove generazioni di uomini. «Perché, al momento, sono smarrite, solitarie, aggressive e insicure in nome di un’emotività non controllata. Che a volte sconfina nel disturbo psichiatrico, altre, purtroppo, letalmente pericolosa, come riportano i numerosi casi di femminicidio», sostengono le due psichiatre e psicoterapeute di lungo corso Emi Bondi e Carla Emilia Ramacciotti, che non hanno mezzi termini sulle finalità del loro saggio Il maschio fragile, edito da Mondadori.

Anche al netto delle situazioni più efferate o perlomeno preoccupanti, i più disorientati in un mondo in continuo cambiamento e con mille contraddizioni sono proprio loro, i maschi under 30. Infatti, hanno perso uno specchio d’identità su cui guardarsi. Tuttavia, sostengono le esperte, qualcosa possiamo fare per liberare i ragazzi, i giovani adulti ma anche le femmine e la società intera dal gioco degli stereotipi che frenano una mascolinità emotivamente consapevole e al passo coi tempi.


Dottoressa Bondi, sembra che qualcosa non torni nel maschile contemporaneo...

«La visibile fragilità non è una colpa individuale, bensì l’effetto collaterale di una trasformazione sistemica. Negli ultimi cinquant’anni, la società occidentale ha subito una mutazione profonda: la globalizzazione, l’accelerazione tecnologica, la smaterializzazione del lavoro e la ridefinizione delle relazioni affettive hanno prodotto un terreno modificato, in cui le identità tradizionali non trovano più un appoggio stabile».


Gli uomini fanno fatica ad adattarsi a uno scenario diverso?

«Oggi i parametri in cui si riconoscevano (ruolo, potere, funzione produttiva e protettiva) sono scompensati. Il lavoro è diventato precario o virtuale; la figura del padre si è indebolita; la donna ha conquistato autonomia e parola. Con il ritiro graduale del sistema patriarcale, molti si ritrovano, al momento, senza un modello simbolico di virilità coerente con la contemporaneità.

Non si tratta, comunque, di una fragilità patologica, ma di un segnale evolutivo: il maschile è in una fase di transizione, e deve imparare a integrare vulnerabilità e forza, pensiero e affetto, indipendenza e relazione. Solo che, come indicano la cultura e le neuroscienze affettive, è un processo complesso, che richiede una revisione dei codici interiori, non solo delle norme sociali».


Perché l’uomo ha bisogno di sentirsi potente, dominante per stare bene?

«Secondo le logiche evoluzionistiche, la forza e la dominanza erano strumenti di sopravvivenza; poi, la cultura patriarcale li ha trasformati in criteri di valore. Il maschio, perciò, è stato educato a esistere solo se “funziona”, se riesce, se controlla. Questo assioma ha costruito un modello psichico “rigido”, dove il potere serve a evitare il contatto con la propria vulnerabilità. Lo vediamo dall’esperienza clinica: uomini che reagiscono alla perdita di ruolo – lavorativo, familiare, sociale – con ansia, rabbia o depressione. L’onnipotenza cede e resta il vuoto. Come il riflesso di una fragilità narcisistica, non caratteriale».


Il contraccolpo è...

«La perdita delle storiche mansioni maschili, cioè il padre autoritario, il lavoratore stabile, il capo famiglia, lascia spazio a un deserto di senso, che viene spesso riempito da tentativi di riaffermazione individuale: controllo, violenza, autoaffermazione digitale. Questa parabola viene raccontata bene dal fenomeno degli incel, dei maschi isolati e rancorosi che popolano le comunità online, dove il bisogno di potere è una forma di difesa dalla propria irrilevanza. Invece, sarebbe arrivato il momento di che l’autoritarismo si trasformi in autorevolezza interiore, cioè nella capacità di comprendere se stessi e gli altri, sempre conservando l’empatia».


A grandi linee, cosa c’è di diverso nelle nuove generazioni?

«I ragazzi tra i 15 e i 30 anni vivono in una condizione di sovraccarico psichico e di debolezza strutturale, anche le statistiche lo dimostrano. Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nell’ultimo decennio i disturbi d’ansia e depressione in questa fascia d’età sono cresciuti del 25 %. I numeri non si sbagliano, qualcosa si è incrinato nella trasmissione emblematica del maschile. Difatti, i giovani di oggi hanno avuto genitori più protettivi, ma anche più assenti e distratti in tanti casi; hanno meno occasioni di misurarsi con la frustrazione e il limite, e questo li rende più indifesi e meno organizzati emotivamente. Inoltre, vivono il corpo come strumento estetico, non come esperienza di realtà, mentre le relazioni sono sempre più mediate dallo schermo. Ciò riduce il rischio emotivo ma anche la crescita».


Ecco perché oggi tanti giovani sembrano disorientati, chiusi, arrabbiati o apatici…

«Negli adolescenti maschi il disagio assume spesso la forma della rabbia, della chiusura o dell’indifferenza, tuttavia dietro questi comportamenti si nasconde un dolore identitario. La collettività offre pochi luoghi rappresentativi per diventare adulti: non ci sono più riti di passaggio, non esiste più una comunità che accompagni la trasformazione. Per cui, gli under30 restano sospesi tra infanzia e mondo adulto, senza riconoscimenti. Spesso, si rifugiano nel digitale, dove possono esercitare un potere virtuale, controllare la relazione o evitarla del tutto. È il segno di un maschile che ha perso fiducia negli altri e in sé. Non solo, le emozioni, in assenza di linguaggio e contenimento, diventano agite, ossia esplodono in aggressività o implodono in apatia».


Come si può aiutare un bambino a diventare un adulto equilibrato e consapevole?

«La famiglia e la scuola dovrebbero diventare contesti di alfabetizzazione emotiva, non solo cognitiva. Bisogna educare i maschietti a nominare le emozioni, a tollerare la delusione e l’insoddisfazione, a riconoscere i loro punti “cagionevoli” come parte della forza individuale. E in questo viatico edificante, occorrono figure adulte credibili (padri, insegnanti, educatori) che non trasmettano modelli di durezza o di onnipotenza, ma testimonino la possibilità di essere solidi senza essere prevaricanti. Fondamentale è anche restituire ai ragazzi tante esperienze reali di fatica e di costruzione: sport, arte, impegno civile, contatto con la natura. Il maschile si forma nel fare e nel sentire, non nel guardare o nel competere. Solo così possiamo forgiare uomini capaci di empatia, di cura e di presenza, non solo di efficienza».


C’è speranza di emancipazione?

«Esiste, concretamente. Il fatto stesso che oggi si possa parlare di “maschio fragile” indica che il tema è finalmente uscito dal rimosso collettivo. Un’altra traccia rivoluzionaria è che sempre più uomini chiedono aiuto psicologico: in Italia le richieste di psicoterapia sono aumentate del 35% negli ultimi cinque anni. Sintomo che il sesso forte sta imparando a riconoscere il bisogno come frazione dell’identità, non come sintomo di fallimento. La speranza di riscatto, dunque, non è ingenua ma fondata: la crisi odierna è un passaggio di crescita, però se sapremo accompagnarla con cultura, educazione e ascolto, potremo vedere nascere un maschile capace di integrare forza e tenerezza, autonomia e reciprocità. Un maschile finalmente umano, liberato dal peso del mito».

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