Ansia da cambiamenti climatici: come affrontarla

Anche la nostra mente risente degli sconvolgimenti meteo di questi ultimi anni. Ma affrontare paura e stress si può. Prendendo esempio dai giovani



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La morsa del caldo, la grandine a luglio, il vento che sradica gli alberi... Tutte conseguenze tangibili dei cambiamenti climatici di cui tanto si parla. A farne le spese, però, non sono solo l’ambiente in cui viviamo e – di conseguenza – la nostra salute. Anche la psiche risente di tali sconquassi meteorologici.

Emozioni, umore, visione del futuro stanno cambiando al ritmo dell’alternarsi di queste strane stagioni, tanto che gli psicologi sono già in grado di individuare nuove forme di ansia, stress e depressione che colpiscono l’uomo all’alba di una nuova era.


Emozioni legate alla Terra

Il fenomeno è talmente nuovo che, per descriverlo in tutte le sue sfaccettature, occorre aggiungere parole al vocabolario. È quello che ha fatto Glenn Albrecht, uno dei più importanti eco-filosofi del nostro tempo. “Nuove parole per un nuovo mondo” è infatti il sottotitolo del suo saggio appena pubblicato dalla Cornell University Press: Earth emotions.

Leggendolo si scoprono neologismi dal suono strano, ma che poi – una volta spiegati – non appaiono più così distanti da quello che proviamo.

Albrecht spiega che le nuove emozioni legate alla Terra e all’ambiente che ci circonda potrebbero condurci a soffrire di “solastalgia”, cioè quel dolore psichico a sfondo nostalgico dovuto ai cambiamenti negativi del clima e alla trasformazione dell’ambiente naturale. E poi ci sono la meteo-ansia, l’angoscia legata agli eventi climatici, e l’ecoagnosia, cioè l’indifferenza nei confronti delle tematiche ecologiche. E infine la psicoterratica, un vero e proprio disturbo psicologico, di cui spesso non siamo consapevoli, che ci coglie quando ci priviamo per troppo tempo del contatto con la natura.


L’ambiente è come una casa

Senso di impotenza, rabbia, mancanza di progettualità, sfiducia nel futuro, paura ed esaurimento possono insinuarsi nelle nostre vite e condizionarle pesantemente, come ha già sottolineato un rapporto del febbraio 2019 dell’università di Yale sui cambiamenti climatici.

«Non c’è da stupirsi», afferma Stefania Durando, psicoterapeuta esperta di ansie e fobie dell’Istituto Watson di Torino. «L’ambiente è la nostra casa, il contenitore che dovrebbe proteggerci e assicurarci la sussistenza. Il senso di sicurezza è alla base della piramide dei bisogni umani, secondo solo dopo il bisogno di respirare e di alimentarsi. Se la natura diventa imprevedibile e minacciosa, la sopravvivenza fisica e la sicurezza ambientale non possono più essere date per scontate. Ecco perché il malessere si sta insinuando nelle nostre vite».

Inutile negare i problemi o i cambiamenti in atto. Tuttavia, la sofferenza psicologica legata all’eco-ansia può essere gestita e contrastata con efficacia attraverso meccanismi di difesa che ci rendono protagonisti e non semplici spettatori o vittime del cambiamento.


Passiamo all’azione

«Il pensiero negativo non è una soluzione», afferma la dottoressa Durando. «Lasciarsi paralizzare dalla paura, pensare che i danni inferti all’ambiente siano irreversibili e che l’umanità stia andando verso il baratro sono atteggiamenti che non hanno alcuna utilità».

Invece, adottare un comportamento proattivo, passare all’azione, anche con piccoli gesti quotidiani è quello che stanno chiedendo gli ambientalisti a gran voce. «E anche da un punto di vista psicologico ha un effetto molto importante», prosegue l’esperta.

«Perché ci consente di recuperare il controllo delle nostre vite. Sprecare meno acqua, fare la raccolta differenziata, usare un po’ meno la macchina, partecipare alle iniziative locali per pulire spiagge e parchi cittadini dai rifiuti, consumare meno: questi sono tutti atti che stimolano la responsabilità individuale e ci fanno capire che se ci impegniamo non tutto è perduto.


Cerchiamo le buone notizie

La paura purtroppo è un sentimento che si autoalimenta. «La nostra mente è attratta dalle catastrofi e i mass media, soprattutto i social, producono moltissime notizie in questo senso», spiega Durando.

«Ma c’è anche altro. C’è chi pianta alberi, chi studia forme alternative di energia, chi pulisce il mare dalla plastica... Rendersi conto che c’è un bilanciamento tra il bene e il male è molto utile per ritrovare fiducia nel futuro e ritrovare la voglia di fare progetti».


Rigeneriamoci nella natura

«Il caldo eccessivo e l’aria inquinata aumentano la vulnerabilità emotiva, sono logoranti, ci rendono più nervosi e soggetti a depressione ad attacchi di panico», afferma la psicoterapeuta.

«Proprio per evitare le conseguenze estreme di questo stress psicofisico è molto importante allontanarsi periodicamente dall’ambiente quotidiano».

Quindi, qualche giorno in montagna, una passeggiata in un parco, una gita nella collina fuoriporta servono a ritrovare il contatto con la natura, a comprenderne la forza nonostante tutto, e soprattutto ci aiutano a staccare la mente dai pensieri ossessivi tipici dell’eco-ansia.



Il lato positivo

Non c’è solo l’eco-ansia.
I cambiamenti climatici stanno incentivando un’emozione molto positiva. È la biofilia, l’amore per la vita. Secondo l’eco-filosofo australiano Glenn Albrecht è un approccio indispensabile per sconfiggere il senso di precarietà e la tristezza legate ai cambiamenti climatici.

La biofilia è tipica di una nuova era, il Simbiocene, caratterizzato dal rapporto uomo-natura basato sulla simbiosi, cioè su un nuovo modo di vivere ecologicamente rispettoso. E si sta già parlando di “Generazione Simbiocene” (Gen S), composta da giovanissimi – come Greta Thunberg – che si attivano per affermare il rispetto del nostro Pianeta.



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Articolo pubblicato nel n. 36 di Starbene in edicola dal 20 agosto 2019



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