Il bambino non dorme? Scopri se è “evitante” o “distratto” e 9 consigli per la nanna
Nel suo nuovo libro “Nati per dormire”, Chiara Baiguini propone di superare l’idea del sonno come qualcosa da insegnare o controllare. Ogni bambino viene letto nelle sue reali esigenze di movimento, stimoli, contatto e prevedibilità. Il sonno diventa così il risultato di una regolazione quotidiana, non di regole rigide uguali per tutti

Con la consulenza di Chiara Baiguini, esperta di sonno infantile e Life & Family coach certificata
Per lungo tempo il sonno dei bambini è stato trattato come un guasto da riparare: tabelle, orari, metodi, promesse di notti perfette. E intanto, dall’altra parte, ci sono genitori sempre più stanchi, confusi, spesso convinti di sbagliare qualcosa. Ma se il punto non fosse far dormire meglio i bambini, bensì capire cosa stanno dicendo quando non dormono?
A ribaltare il copione è Chiara Baiguini, esperta di sonno infantile e Life & Family coach certificata, nel suo libro fresco di stampa Nati per dormire. L’approccio che rivoluziona il sonno dei bambini basato sui 4 profili C.A.R.E® (Vallardi Editore). Il concetto di base? I bambini non devono imparare a dormire: sanno già farlo. Sono i loro corpi, i loro ritmi, il loro modo unico di percepire il mondo a guidare tutto. E proprio lì, tra luce, contatto, movimento e relazione, si nasconde la chiave.
I 4 profili sensoriali: una bussola per orientarsi
Per aiutare i genitori a orientarsi in questa complessità, Chiara Baiguini è partita dal modello di elaborazione sensoriale di Winnie Dunn e ne ha traslato i quattro profili al sonno infantile.
«Il Ricercatore ha bisogno continuo di movimento e stimoli per riuscire poi a calmarsi: è il bambino sempre “in moto”, che scarica energia attraverso il corpo e solo dopo riesce a rallentare», racconta Baiguini. «Il Percettivo invece è estremamente sensibile agli input esterni e ha bisogno di ridurli per non sentirsi sopraffatto: luci, suoni o tessuti possono facilmente disturbare il suo equilibrio».
Il Distratto fatica a percepire i segnali del corpo e necessita di essere aiutato a “sentirsi” di più: spesso sembra tranquillo, ma in realtà è poco connesso e può crollare all’improvviso. L’Evitante, infine, cerca controllo e prevedibilità per sentirsi al sicuro: routine e abitudini diventano per lui un modo per tenere a bada un mondo percepito come troppo intenso.
Partendo da questi profili, ecco 9 punti fondamentali sul sonno dei bambini che probabilmente non sai.
1. L’errore più comune: cercare la regola giusta
La maggior parte dei genitori parte da una direzione sbagliata: invece di osservare il proprio bambino, cerca la soluzione fuori. «Ci affidiamo a tabelle, routine e consigli, invece di fermarci a guardare nostro figlio», commenta Baiguini. «È un meccanismo comprensibile, soprattutto all’inizio, quando ci si sente spaesati. Ma è proprio questo che porta a un cortocircuito: applicare regole standard a bambini che standard non sono».
Il risultato? Frustrazione. Perché se la regola non funziona, il pensiero è sempre lo stesso: c’è qualcosa che non va nel bambino o in noi. Eppure il sonno, per sua natura, non è qualcosa che si può controllare. Addormentarsi significa lasciare andare. Cercare di forzarlo, di incastrarlo in uno schema rigido, spesso complica le cose invece di risolverle.
2. I segnali del sonno: imparare a leggerli
Prima ancora di parlare, i bambini comunicano continuamente attraverso il corpo. Il problema non è l’assenza di segnali, ma la capacità di riconoscerli. «Alcuni sono evidenti: sbadigli, occhi stropicciati, piccoli gesti ripetitivi», elenca Baiguini.
«Altri lo sono molto meno. Ci sono bambini che diventano improvvisamente goffi, che fissano il vuoto, che cercano più contatto o si agitano senza un motivo apparente. Sono tutti segnali di stanchezza, ma non sempre arrivano in modo chiaro o con anticipo».
Anche qui entrano in gioco i profili sensoriali: ogni bambino percepisce e manifesta il sonno in modo diverso. «Per esempio, un Ricercatore può sembrare “ancora carico” anche quando è stanco: in questi casi una breve attività intensa e guidata prima della nanna può aiutarlo a scaricare», suggerisce l’esperta. «Un Distratto, invece, può non mostrare chiaramente la stanchezza ed è utile aiutarlo a “sentire il corpo” con pressioni lente e ripetute, invece di aspettare segnali evidenti».
3. Se non dorme, guarda la giornata
Quando l’addormentamento diventa difficile, l’istinto è intervenire la sera. In realtà, il lavoro vero si fa durante il giorno. «Il sonno si costruisce nelle ore di veglia: nei ritmi, nei pisolini, nella qualità degli stimoli», precisa l’esperta. «Un bambino troppo stanco o poco regolato difficilmente riuscirà ad addormentarsi serenamente. Il sonno chiama sonno: significa che rispettare i tempi di riposo durante il giorno aiuta anche la notte».
Un Percettivo arriva alla sera già sovraccarico se la giornata è stata troppo intensa: in questi casi aiutano momenti di riduzione degli stimoli, con ambienti più semplici e prevedibili. Un Ricercatore, al contrario, se non ha avuto abbastanza movimento può faticare a “scalare di marcia”: brevi scarichi fisici durante il pomeriggio possono fare la differenza.
4. Routine sì, ma non per forza uguale
Sulle routine serali si è detto tutto e il contrario di tutto. La verità, anche qui, sta nel mezzo: possono essere utili, ma non sono una formula universale. Alcuni bambini hanno bisogno di sequenze sempre uguali, prevedibili. Altri funzionano meglio con maggiore flessibilità.
Per un Evitante, ad esempio, può essere utile rendere la routine prevedibile ma partecipata, con piccole scelte dentro un percorso fisso. In questi casi anche un semplice “facciamo prima tu o io?” può ridurre la resistenza e aumentare la collaborazione.
Ma c’è un elemento ancora più importante: la routine serve soprattutto al genitore. Il sistema nervoso del bambino, ancora immaturo, si regola su quello dell’adulto. Se il genitore è calmo, il bambino lo percepisce. Per questo non esiste un modo giusto di addormentare un figlio: c’è chi lo culla, chi racconta storie, chi parla. Conta la qualità della presenza, non la tecnica.
5. Cosa evitare prima della nanna
Alcuni fattori possono interferire con il sonno, anche se non esistono regole rigide valide per tutti.
Gli schermi dei dispositivi elettronici, ad esempio, possono influenzare la produzione di melatonina, anche se la ricerca è ancora in evoluzione. Più in generale, il punto è un altro: proporre attività non adatte al bambino specifico.
«Un Percettivo trae beneficio da luci soffuse e pochi stimoli», sottolinea Baiguini. «Un Ricercatore, invece, spesso peggiora se si passa troppo presto alla calma forzata: per lui può essere utile una breve fase di movimento guidato prima di rallentare davvero».
6. Quando si oppone: meglio adattarsi che forzare
Uno dei momenti più difficili è quando il bambino si agita proprio all’ora della nanna. Anche qui, la strategia non è irrigidirsi, ma leggere la situazione.
A volte serve più contatto: tenerlo stretto, fargli sentire il proprio corpo. Altre volte ha bisogno di parlare, raccontare, scaricare pensieri. In altri casi ancora, la soluzione più efficace è fare una pausa, uscire dalla stanza e riprovare dopo. Insistere quando la tensione è alta raramente funziona. Ridurla, invece, sì.
7. Il bisogno di contatto non è un vizio
Tenere in braccio un bambino per farlo addormentare non è un errore. È una risposta a un bisogno. Il contatto fisico – vicinanza, movimento, contenimento – aiuta il bambino a sentirsi al sicuro. Ed è proprio da questa sicurezza che nasce, nel tempo, la capacità di addormentarsi in autonomia.
«L’indipendenza passa dalla dipendenza», sottolinea Baiguini. «Non è un passaggio immediato, ma un processo naturale».
Per un Distratto, in particolare, il contatto con pressione lenta e regolare può diventare un modo per “riportarlo nel corpo”, facilitando poi il rilascio verso il sonno.
8. Risvegli notturni: non sempre serve intervenire
I risvegli fanno parte del sonno, anche negli adulti. La differenza è che i bambini fanno più fatica a riaddormentarsi. «Il consiglio è non intervenire subito a ogni piccolo segnale, ma osservare», suggerisce l’esperta. «A volte i bambini riescono a riaddormentarsi da soli. Se però chiamano o hanno bisogno, il genitore deve esserci. Non si tratta di lasciare fare sempre, ma di trovare un equilibrio».
Attenzione, però: ci sono momenti in cui il sonno peggiora. Succede spesso durante le cosiddette “regressioni”, che in realtà sono fasi di crescita. Quando il bambino acquisisce nuove competenze – camminare, parlare, adattarsi a cambiamenti – usa più energia e può dormire peggio. Non è un passo indietro, ma un passaggio evolutivo.
9. Dormire da soli: una scelta, non un obbligo
Non esiste un’età giusta per far dormire un bambino da solo. Le indicazioni generali suggeriscono la vicinanza nei primi 12 mesi, ma poi la scelta dipende dalla famiglia. Anche culturalmente, le abitudini cambiano molto.
«Il punto centrale non è dove dorme, ma quanto si sente al sicuro», ammette Baguini. «Quando il bambino percepisce sicurezza, e quando anche il genitore è pronto, il passaggio verso l’autonomia avviene in modo naturale. Alla fine, il messaggio è uno: non esiste una formula valida per tutti.
Ogni bambino ha il suo modo di funzionare e ogni famiglia deve trovare il proprio equilibrio. Il sonno non è una performance da ottenere, ma un processo da comprendere. E forse, più che insegnare ai bambini a dormire, dovremmo imparare noi ad ascoltarli».
Insomma, la domanda finale resta sempre la stessa: non “come lo faccio dormire?”, ma “che cosa sta cercando di dirmi quando il sonno si complica?”.
