Il silenzio che cura: il metodo di Richard Romagnoli
Questo stato di quiete, che non è solo assenza di parole o rumore, rigenera il cervello e cambia la vibrazione dei nostri pensieri. È una qualità interiore che migliora le relazioni con gli altri e ci insegna un nuovo modo di comunicare

Quanto ne abbiamo bisogno! Soprattutto dentro di noi. Immersi in questa società frastornante, il silenzio della mente è un’oasi di pace, dove ritrovare la calma e un’ambita serenità. È proprio partendo da questo stato che riusciamo a mettere ordine nei pensieri, a gestire le emozioni, a conquistare il nostro “centro”, quello che ci dà stabilità e chiarezza di intenti, anche quando la vita ci mette alla prova.
Collegato al senso di gratitudine e alla guarigione dai sentimenti negativi, matura in noi la predisposizione all’ascolto attivo, fondamentale per migliorare le relazioni con gli altri. Una pace interiore da conquistare certo, ma che non significa fare scelte estreme, eremitiche ma, semplicemente, ricavare momenti di consapevolezza nella nostra quotidianità.
Ne abbiamo discusso con Richard Romagnoli, l’ideatore del metodo Happygenetica. Guida per una numerosa community, il coach ha appena pubblicato un libro Il silenzio che guarisce (Edizioni Sonda, 19 €) sul potere terapeutico del silenzio, su come conquistarlo e sull’impatto del respiro consapevole e dell’epigenetica sui neurotrasmettitori del benessere.
Perché è fondamentale fare silenzio nella nostra vita?
«Perché è una necessità biologica ed è indispensabile per il nostro cervello, che è costantemente sottoposto ad un consumo eccessivo di energia, bombardati come siamo da continue sollecitazioni, in questa società in cui siamo spinti a essere sempre performanti. Per non parlare della costante e invasiva influenza della tecnologia e dei social media.
Il silenzio interiore non è inattività o assenza di pensieri, ma semmai un diverso stato di attività mentale che permette, secondo le neuroscienze, il ripristino energetico delle cellule cerebrali, così da mantenere e ricreare le connessioni neuronali e riparare eventuali danni da stress. Necessario perché altrimenti andremmo “in esaurimento”».
Ma non è tacere o isolarsi dal mondo.
«Assolutamente no. Purtroppo è un concetto spesso associato negativamente al silenzio e che dipende da una certa educazione infantile, per cui si veniva premiati per stare zitti. Molte persone poi lo temono, perché lo collegano al senso di solitudine, alla melanconia, alla tristezza.
In realtà il nostro corpo ha necessità di questa attività interiore, meditativa, che distoglie la mente da memorie negative o paure che contaminano il futuro, riportando armonia nel flusso dei pensieri. Un’esperienza che non è riservata a pochi: tutti noi possiamo scegliere di accedere a questa forza che ci rende più calmi e più lucidi».
Come possiamo raggiungere questa dimensione interiore?
«Attraverso le pratiche dell’Happygenetica, tra cui la respirazione consapevole. Significa inspirare, trattenere e rilasciare l’aria contando: inspiro perquattro, trattengo fino a sei e rilascio per otto. Si attiva così il sistema nervoso parasimpatico, stimolando il cervello a produrre i neurotrasmettitori del benessere (serotonina, endorfina, GABA). Ciò produce immediatamente una sensazione di calma, che aiuta a prendere il giusto distacco da eventi accaduti, reazioni emotive, blocchi comportamentali generati dallo stress.
All’inizio, per i primi minuti, la mente rimane attiva, i pensieri continuano ad affollarsi ma poi, nella quiete, prendono un’altra forma e riusciamo a guardare il nostro disagio da un’altra prospettiva. Quando siamo sotto pressione, prima di sostenere un esame, in vista di un colloquio di lavoro o a causa di un momento di difficoltà personale, il nostro corpo reagisce con fiato corto, tensione muscolare, calo glicemico e consumo eccessivo di energia. Grazie al respiro possiamo cambiare sia il nostro stato biologico, favorendo il rilassamento e riequilibrandoci a livello energetico, sia quello psicologico».
Nel suo libro ne approfondisce l’importanza per il rapporto con gli altri.
«Per capirlo, mi permetto una premessa: la metafora delle cinque stanze, un esempio che ho ricevuto in dono da un maestro, in India. Che mi disse: «Immagina la tua vita come se fosse una casa, composta dalle cinque stanze: la stanza dell’amicizia, della famiglia, del lavoro, ma anche dell’individualità e della spiritualità». Una casa dove l’armonia è fortemente condizionata dalla presenza di altre persone.
Oggi, però, assorbiti da tutto ciò che richiede la nostra presenza nelle altre stanze (senso di responsabilità, doveri sociali, accudimento famigliare), spesso trascuriamo quella della nostra individualità, del tempo da dedicare a noi stessi, influenzando così l’armonia delle altre “camere” e di conseguenza le nostre relazioni con gli altri. Che migliorano invece quando lo spazio dell’individualità è ricco di quell’energia che regala serenità e gratitudine.
Sono da sempre in conflitto con i miei genitori? Domandati: se sono in collera, pieno di astio nei loro confronti, miglioro la situazione? Sto meglio con me stesso? La risposta è, evidentemente, no. Significa allora che devo perdonare e fare finta di niente? Nemmeno, significa soltanto che devo ripristinare la mia giusta centratura. Questo è quello che ci dona il silenzio».
Sottolinea, inoltre, che ci insegna anche ad ascoltare.
«Coltivare il proprio spazio di quiete interiore va di pari passo con la capacità d’ascolto che, come spiegano le scienze comportamentali, prevede il requisito della generosità; ascoltare l’interlocutore significa mettergli a disposizione la cosa più preziosa che abbiamo, cioè il nostro tempo. Questo ascolto attivo è basato sulla comunicazione non violenta, cioè sulla predisposizione nel capire quali sono le ragioni e il punto di vista dell’altro.
Grazie a questa pratica siamo in grado di percepire le nostre emozioni, di diventarne osservatori, evitando di esserne travolti; in questo modo, nella comunicazione e nel rapporto con gli altri, riusciamo a non farle prevalere, favorendo l’empatia. Saper ascoltare è mettere la propria emotività, ma anche la propria mente nella disponibilità di ricevere, placando il flusso incessante dei pensieri. Un momento, quello dell’ascolto, che non è solo rivolto all’altro, ma lo è soprattutto verso se stessi, perché ci dà l’opportunità di donare la nostra parte migliore».
L'esercizio dell'ascolto profondo
Spiega Richard Romagnoli: «Immagina di dover affrontare un dialogo difficile: siediti in silenzio per qualche minuto, chiudi gli occhi, porta la mano sul cuore e respira profondamente tre volte, lasciando che ogni espirazione sciolga la tensione che porti dentro. Pronuncia mentalmente: «Scelgo di ascoltare, scelgo di comprendere».
Visualizzando le parole dell’altro, osserva cosa accade dentro di te. Forse sentirai il battito accelerare, il respiro farsi corto, un nodo nello stomaco. Dai un nome a queste sensazioni (rabbia, paura, frustrazione), non combatterle ma permetti al respiro di gestirle. Immagina di fare attenzione anche al tono e al non detto del tuo interlocutore e, quando conclude, rimani in silenzio per qualche secondo. Solo poi rispondi, non come reazione impulsiva ma come scelta consapevole. Allenandoti in questo modo, ogni confronto diventerà un’occasione di crescita».
