Prodotti senza lattosio: quando servono, quando no

Se l’intolleranza a questo zucchero complesso è accertata, bisogna limitarne il consumo oppure evitarlo del tutto. In tutti gli altri casi scegliere prodotti senza lattosio è inutile e, talvolta, può risultare addirittura svantaggioso



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C’è solo l’imbarazzo della scelta. Da qualche anno, in commercio, è piuttosto comune trovare prodotti alimentari etichettati come “senza lattosio”, consumati spesso anche da chi non presenta una reale intolleranza a questo zucchero complesso. «Si pensa erroneamente che i cibi privi di qualcosa siano più salutari rispetto alla versione tradizionale, mentre le esclusioni hanno senso solo in presenza di una diagnosticata intolleranza», precisa il dottor Giovanni Occhionero, biologo nutrizionista.

Nello specifico, il lattosio è un disaccaride, cioè un carboidrato composto da due zuccheri: glucosio e galattosio. «Per poter essere digerito, va scisso nelle sue due componenti primarie grazie a un enzima specifico, che è presente nell’intestino, la lattasi», spiega Occhionero.

 

Perché il lattosio è problematico

Salvo in caso di difetti genetici, la produzione di lattasi avviene naturalmente sin dalla nascita e, in linea generale, prosegue per tutta la vita. «Può accadere, però, che le quantità diminuiscano e siano insufficienti a garantire la completa digestione del lattosio assunto con la dieta», descrive l’esperto. «È il caso della cosiddetta carenza primaria, la più comune forma di deficit, che di solito è determinata da una predisposizione individuale».

Siccome tutti i nostri enzimi devono essere indotti da stimoli esterni, se per un periodo smettiamo di consumare latte e latticini, l’organismo sospende la produzione di lattasi, che a quel punto risulterebbe inutile. «Quando torniamo a introdurre quegli alimenti, non sempre la lattasi viene nuovamente prodotta in quantità adeguate», avverte il dottor Occhionero.

E allora che succede? «Se il lattosio non viene diviso nelle sue due componenti, non può essere assorbito dall’organismo e staziona nell’intestino, dove viene fermentato dalla flora batterica, provocando la tipica sintomatologia gastrointestinale».
 

Quando è utile il “senza lattosio”

Quella al lattosio rientra fra le cosiddette intolleranze enzimatiche, determinate dall’incapacità dell’organismo di digerire determinati nutrienti per l’assenza, la diminuzione o la ridotta attività di un particolare enzima.

«Di solito, l’impossibilità di digerire il lattosio è conclamata quando si manifestano alcuni sintomi gastrointestinali: gonfiore addominale, flatulenza, diarrea e, talvolta, vomito», elenca il dottor Occhionero.

Peraltro, questa intolleranza può essere confermata dal Breath Test, o test del respiro, che analizza dei campioni di aria espirata e può rilevare un’eventuale intolleranza ai principali zuccheri. «Giunti alla diagnosi, può effettivamente essere utile evitare l’assunzione di lattosio, ma più che affidarsi ai “surrogati” presenti in commercio, cioè ai prodotti delattosati dall’industria mediante tecnologie alimentati avanzate, sarebbe bene scegliere i cibi che ne sono naturalmente privi», suggerisce l’esperto.

Dove si trova il lattosio

Nonostante il latte e i suoi derivati siano le uniche fonti naturali di lattosio, talvolta l’industria alimentare ne fa uso aggiungendolo come insaporitore, emulsionante o conservante all’interno di cibi che normalmente non lo conterrebbero. Per esempio, fonti nascoste di lattosio possono essere presenti in salse e sughi pronti, cereali per la prima colazione, alimenti precotti, preparati per brodo e alcuni cibi in scatola.

Al contrario, ci sono gruppi di alimenti che ne sono naturalmente privi, come cereali e derivati (pane e prodotti da forno di tipo comune o integrale senza aggiunta di latte o burro e derivati, pasta di grano duro comune o integrale fresca o secca senza ripieni, cereali in genere); carne, pesce e uova (tal quali, non mescolati ad altri ingredienti), frutta e verdura (fresche, surgelate, conservate sott’olio o sott’aceto, non lavorate con altri ingredienti), legumi (tal quali, freschi, congelati, secchi o in scatola, preparati per zuppe o minestroni non precotti), dolci (privi di latte, burro o margarina), grassi di condimento (olio extravergine di oliva oppure olio di semi).

Anche i formaggi a lunga stagionatura sono adatti ai soggetti intolleranti, perché la stagionatura “distrugge” il lattosio e lo trasforma in acido lattico, mentre in sostituzione del latte si possono consumare le bevande vegetali, come quelle a base di soia, riso, avena o mandorle.

 

Lattosio, a cosa prestare attenzione

Attenzione, invece, ai prodotti delattosati dall’industria: hanno un indice glicemico più alto rispetto ai cibi tradizionali, perché la digestione del lattosio – già scisso “artificialmente” nelle sue due componenti – è più veloce.

«Anziché riempire il carrello di questi prodotti, la soluzione migliore è individuare la soglia individuale di tolleranza al lattosio: tenere un diario alimentare e annotare eventuali sintomi può aiutare a identificare quali alimenti possiamo assumere senza problemi e in quali quantità», conclude il dottor Occhionero.

«È altrettanto importante valutare se l’eventuale sintomatologia è riconducibile ad altre problematiche, come celiachia, morbo di Crohn, colite ulcerosa o malattie infiammatorie croniche intestinali. In definitiva, prima di escludere il lattosio dalla propria dieta, è bene fare le opportune valutazioni con l’aiuto di un esperto, in modo da non limitare inutilmente le proprie scelte a tavola».


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