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Alzheimer: le nuove terapie

È in via di sperimentazione una nuova molecola in grado di disgregare le proteine che minano la lucidità mentale. Ecco come agisce



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La mente in gabbia. Ovvero la difficoltà a compiere le azioni quotidiane: lavarsi, vestirsi, fare la spesa, preparare da mangiare o prendere un treno E i deficit della memoria che a volte creano dei “vuoti” tali da impedire di firmare un documento o di ritrovare il portone di casa. Sono tutti sintomi del morbo di Alzheimer, la malattia neurodegnerativa che solo in Italia colpisce un milione e mezzo di persone, specie dopo i 70 anni. 

Un aumento dovuto in gran parte all’invecchiamento generale della popolazione e che forse, in un futuro prossimo venturo, sarà possibile arginare grazie all’avvento di un nuovo e promettente farmaco, ancora in fase di sperimentazione. Di che cosa si tratta e qual è la marcia in più rispetto alle attuali terapie esistenti?

«Premetto che a tutt’oggi una vera e propria cura dell’Alzheimer non esiste, perché si tratta di una malattia complessa, multifattoriale, con un’accertata predisposizione familiare e, in casi più rari, un’impronta genetica», esordisce il professor Claudio Mariani,ordinario di neurologia all’università di Milano, dove dirige l’omonima unità dell’Ospedale Sacco.

«Oltre dieci anni fa abbiamo cominciato a usare una classe di farmaci chiamati inibitori dell’acetilcolinesterasi che, riducendo la degradazione dell’acetilcolina (un neurotrasmettitore cerebrale importatissimo), nel 30% dei casi riescono a stabilizzare il quadro clinico e a evitare un rapido declino cognitivo.

Si tratta però di risultati modesti, apprezzabili solo quando la malattia viene presa in tempo e che non consentono di parlare di una terapia risolutiva. Più promettente è invece la nuova molecola chiamata aducanumab, un anticorpo monoclonale che finora ha dato buoni risultati, anche se la sperimentazione non è ancora conclusa».


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RIDUCE LE FAMIGERATE PLACCHE

Lo scorso 31 agosto è stato pubblicato sulla rivista scientifica Nature uno studio randomizzato in doppio cieco, denominato Prime, che ha coinvolto 165 pazienti affetti da Alzheimer moderato, trattati tra l’ottobre del 2012 e il gennaio 2014 in 33 centri specialistici degli Stati Uniti.

Ai pazienti è stata somministrata per via endovenosa una dose settimanale di aducanumab, con un dosaggio diverso a seconda della gravità della patologia, il cosiddetto Clinical Dementia Rating (punteggio assegnato in base ai test neuropsicologici).

In pratica, venivano dati 1, 3, 6 o 10 mg di farmaco pro chilo per un tempo variabile da 26 a 54 settimane. I risultati dello studio di fase Ib sono stati presentati per la prima volta a marzo 2015 nel corso della Conferenza internazionale sulle malattie di Alzheimer e Parkinson, suscitando grandi speranze.

Ma come agisce il farmaco del futuro? «Come tutti gli anticorpi monoclonali a bersaglio molecolare è diretto selettivamente contro la due proteine che, accumulandosi nella zona temporale del cervello, intaccano la memoria. Sono soprattutto l’amiloide e, in misura minore, la tau che formano delle vere e proprie placche amiloidee, pronte a minare la lucidità mentale», spiega il professor Mariani.

«Lo studio ha dimostrato che la disgregazione di queste placche è proporzionale alla dose e alla durata di somministrazione del farmaco assunto. Nei pazienti trattati col massimo dosaggio (10 mg pro chilo) per 54 settimane le placche erano quasi scomparse ».

I risultati, insomma, sono stati così lusinghieri da consentire all’azienda farmaceutica che lo produce di saltare la fase II della sperimentazione e di passare direttamente alla fase III, quella in cui si verifica l’efficacia del trattamento su grandi numeri e il suo profilo di sicurezza. Ai primi di settembre è quindi partito il nuovo studio multicentrico, che ha arruolato 1350 pazienti.

ANCORA QUALCHE PERPLESSITÀ?

«Per parlare di una rivoluzione nela cura dell’Alzheimer occorre aspettare la fine della sperimentazione e non lasciarsi prendere da facili entusiasmi», frena il professorClaudio Mariani. «Anche perché bisogna ancora mettere a punto il dosaggio capace di coniugare il massimo dei benefici con il minimo dei rischi.

Come tutti i farmaci anche aducanumab non è scevro da reazioni avverse. Nel 12% dei casi, infatti, si è visto che può causare edema cerebrale, un pericoloso ringonfiamento del cervello che porta a sospendere il trattamento».

In attesa del 2020, data in cui si prevede la conclusione dell’ultima fase, incrociamo le dita e alleniamo il cervello come se fosse il più prezioso muscolo. Perché le ricerche dicono che, se la memoria e le facoltà cognitive non vengono esercitate, la materia grigia si atrofizza in maniera progressiva e irreversibile.

LE 10 REGOLE D’ORO DELLA PREVENZIONE

Secondo la statunitense Alzheimer’s Association è possibile ridurre di un terzo l’incidenza della malattia senile se si segue questo decalogo.

1 Pratica una regolare attività fisica: basta camminare o andare in bicicletta mezz’ora al giorno per favorire la sintesi di neutrofine, fattori che “nutrono” il cervello.

2 Non isolarti ma frequenta un circolo di ballo, scacchi, giochi da tavolo, découpage, pittura, cucina, fotografia.

3 Non fumare. I prodotti di combustione del tabacco riducono la vascolarizzazione a livello cerebrale.

4 Tieni a bada tutti i fattori di rischio cardiovascolare: obesità, diabete, ipertensione, colesterolo e trigliceridi alti.

5 Allena il cervello imponendoti di leggere, scrivere, risolvere quiz, rebus e parole crociate. Utile anche cantare o suonare uno strumento.

6 Coltiva una rete di contatti sociali, frequentando parenti, amici, persone che hanno il tuo stesso hobby o la tua stessa fede politica-religiosa. 

7 Segui una dieta sana ed equilibrata, consumando molto frutta e verdura fresca, ricca di antiossidanti.

8 Non sottovalutare i traumi cranici e cerca in tutti i modi di prevenirli, mettendo il casco quando vai in moto. C’è infatti un legame tra colpi alla testa e precoce insorgenza dell’Alzheimer, come dimostrano i pugili. 

9 Non sottovalutare la depressione: ai primi segnali rivolgiti a un bravo neurologo in grado di prescriverti qualcosa per stare subito meglio. Il legame tra depressione e Alzheimer è fortissimo perché sono in gioco gli stessi neurotrasmettitori.

10 Dedicati agli altri, partecipando al volontariato e a progetti umanitari. Tutto quello che dai ti ritornerà indietro.

Articolo pubblicato sul n. 40 di Starbene in edicola dal 20/09/2016

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