Tennis e padel: dolore all’anca? Le cause e come intervenire – Video
Tennis e padel possono affaticare l’anca. Si tratta di un problema frequente, non solo tra i professionisti. Ecco come proteggere questa articolazione chiave senza rinunciare allo sport

Nel tennis e nel padel l'anca lavora più di quanto si immagini. Scatti improvvisi, frenate brusche e continui cambi di direzione costringono questa articolazione a ruotare e sostenere carichi elevati. Quando questi movimenti si ripetono nel tempo, l’anca può andare incontro a dolore e, in alcuni casi, a danni della cartilagine. A spiegare perché accade e come prevenire i problemi è il dottor Federico D’Amario, responsabile di Ortopedia Protesica e Ricostruzione di Anca e Ginocchio presso l’Ospedale Humanitas San Pio X di Milano.
Perché tennis e padel possono affaticare l’anca?
«L’anca è un’articolazione che ruota, ma è strutturalmente “fissa” - spiega il dottor D’Amario -. Nel tennis e nel padel il piede resta spesso ancorato al terreno mentre il corpo compie una rotazione e una spinta. Questo meccanismo, ripetuto nel tempo, può creare una rotazione anomala della testa del femore. L’articolazione dell’anca è composta dalla testa del femore e dall’acetabolo. Allenamenti frequenti, movimenti ripetitivi e superfici dure possono, nel tempo, portare a danni della cartilagine, favorendo processi degenerativi».
Un rischio solo per i professionisti?
«No. Queste problematiche riguardano tutti, soprattutto dopo i cinquant’anni. Con l’età, infatti, la cartilagine e la qualità dell’osso tendono a deteriorarsi. Se a questo si aggiunge un aumento del carico e dell’attività sportiva, il rischio di un’artrosi precoce cresce. Va detto però che non tutti gli sportivi sviluppano un’artrosi dell’anca: entrano in gioco predisposizione, stile di vita e caratteristiche anatomiche individuali».
Chi è più a rischio?
«Esistono soggetti nati con anche simil-displasiche, in cui la testa del femore non è perfettamente sferica e non si articola in modo ottimale con l’acetabolo. In Italia, soprattutto all’inizio del ’900, la displasia dell’anca era più diffusa. Oggi vediamo gli effetti su una generazione di cinquantenni che, oltre al carico sportivo, presenta una predisposizione anatomica alla degenerazione cartilaginea».
Esistono delle differenze tra uomini e donne?
«Sì, e sono importanti. Negli uomini l’osteoporosi compare più tardi. Nelle donne, invece, oltre alla cartilagine entra in gioco l’osteoporosi, che colpisce colonna vertebrale, polsi e soprattutto il collo del femore. Per questo la prevenzione, anche attraverso esami come MOC o DEXA, diventa fondamentale».
Ci sono esercizi da fare, alimentazione e stili di vita da seguire per una vera prevenzione?
«La buona notizia è che si può fare molto per preservare la salute dell’anca. È essenziale allenare la muscolatura che stabilizza l’articolazione ovvero il medio gluteo (fondamentale, non solo estetico), il tensore della fascia lata, il quadricipite, e garantire una buona mobilità lombo-sacrale. Queste fasce muscolari permettono di “tenere insieme” l’anca e ne migliorano la funzionalità. Un altro punto chiave è l’alimentazione: alcol e fumo danneggiano anche la cartilagine. Il fumo, in particolare, compromette il microcircolo dell’anca che ha già una vascolarizzazione delicata. Se l’arteria che nutre la testa del femore si trombizza, può insorgere un’osteonecrosi, che richiede l’intervento chirurgico».
Quando l’intervento diventa necessario?
«Per tennisti e padelisti, la protesi d’anca è indicata in particolare in tre casi: in una situazione di necrosi avanzata, ossia di terzo o quarto grado; quando si verifica un'usura completa della cartilagine con contatto delle ossa e in presenza di artrosi metabolica con dolore intenso e zoppia. In questi casi la protesi diventa una soluzione che restituisce qualità di vita».
Quali sono i segnali da non ignorare?
«Il dolore all’anca non è sempre progressivo: Spesso è “on-off”. Quando compare, può essere già significativo. Il dolore è tipicamente anteriore, talvolta posteriore, e può essere confuso con un dolore lombare. Chi ha mal di schiena, spesso, ha in realtà un’artrosi dell’anca. La diagnosi si basa su visita clinica ed esami strumentali. Una volta certificato il dolore e con il consenso del paziente, si procede all’intervento».
Come avviene l’intervento per la protesi d’anca?
«L’intervento prevede diverse vie d’accesso (anteriore, laterale o posteriore). La letteratura scientifica dimostra che, a un mese dall’intervento, i risultati sono sovrapponibili. Noi solitamente utilizziamo la via postero-laterale con ottimi risultati».
Quali sono i tempi di recupero?
«Il paziente si alza già nel pomeriggio dell’intervento, resta ricoverato circa tre giorni, dopodiché usa le stampelle per tre settimane. Il ritorno allo sport richiede pazienza: almeno tre mesi per recuperare la muscolatura, anche perché sport con molte rotazioni, come tennis, padel e golf, vanno ripresi con cautela. Nel padel consigliamo di aspettare anche sei mesi. Comunque, l’intervento in chi conviveva da anni con un problema cronico, rappresenta un nuovo inizio. Infatti dopo la protesi l’atleta spesso torna a fare sport meglio di prima, perché la protesi restituisce funzionalità e libertà di movimento».
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