Potenziali evocati: cosa sono e perché sono esami importanti
Si tratta di un insieme di test neurofisiologici che permettono di studiare come gli stimoli sensoriali e motori viaggiano lungo le vie nervose, dalla periferia al cervello e viceversa. Attraverso risposte elettriche misurabili, i potenziali evocati aiutano a valutare la funzionalità del sistema nervoso, affiancando le tecniche di imaging nella diagnosi, nel monitoraggio e nella prognosi di numerose condizioni neurologiche

Il sistema nervoso è una rete complessa e articolata, che consente al nostro organismo di entrare in relazione con l’ambiente circostante, interpretare gli stimoli e trasformarli in sensazioni, pensieri e azioni. Ogni gesto quotidiano, come osservare un’immagine, percepire un suono o avvertire un tocco sulla pelle, attiva un delicato meccanismo di segnali elettrici che dai nervi periferici raggiungono il cervello.
«I potenziali evocati consentono di rendere visibile questo processo, normalmente invisibile», spiega il dottor Roberto Santangelo, neurologo dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano. «Sono esami neurofisiologici che permettono di valutare come le informazioni viaggiano lungo il sistema nervoso. Pur essendo oggi affiancati da tecniche avanzate come la risonanza magnetica, continuano ad avere un ruolo importante in numerosi contesti diagnostici».
Che cosa sono i potenziali evocati
Con l’espressione “potenziali evocati” si indicano le risposte elettriche che il sistema nervoso centrale produce in seguito a uno stimolo esterno. Non si tratta quindi di un test unico, ma di indagini diverse, ciascuna pensata per osservare il funzionamento di specifiche vie nervose.
«Gli stimoli più utilizzati sono quelli che coinvolgono i principali organi di senso», evidenzia Santangelo. «Parliamo soprattutto della vista, dell’udito e del tatto. Esistono infatti potenziali evocati visivi, uditivi e somatosensoriali, che consentono di studiare il percorso degli impulsi lungo le rispettive vie nervose. Altre tipologie di stimolazione, come quelle legate all’equilibrio o alla percezione del dolore, vengono impiegate più raramente e solo in situazioni particolari».
Una volta somministrato lo stimolo, il cervello reagisce producendo una lieve attività elettrica, che viene registrata attraverso elettrodi applicati sugli arti e sul cuoio capelluto. «A differenza dell’elettroencefalogramma, che rileva l’attività della corteccia cerebrale anche in assenza di stimoli esterni, i potenziali evocati permettono di osservare una risposta specifica, direttamente collegata allo stimolo somministrato», precisa Santangelo. «In questo modo è possibile capire non solo se il segnale nervoso arriva al cervello, ma anche in che modo e con quali tempi».
In che cosa consistono questi esami
Lo scopo dei potenziali evocati è valutare il funzionamento delle vie nervose e la qualità della trasmissione degli impulsi; in altre parole, capire se i messaggi nervosi arrivano correttamente al cervello o partono in modo adeguato da esso. «Attraverso questi esami è possibile seguire il percorso del segnale nervoso dalla periferia, passando per eventuali stazioni intermedie come il midollo spinale, fino alla corteccia cerebrale, dove l’informazione viene elaborata, o anche lungo il percorso inverso, come nel caso dei potenziali evocati motori, dalla corteccia cerebrale ai muscoli», indica l’esperto. «Proprio per questo motivo, i potenziali evocati rappresentano un valido complemento alla risonanza magnetica: se quest’ultima fornisce un’immagine dettagliata della struttura del sistema nervoso, questi esami permettono di capire se quella struttura funziona correttamente».
Il principio su cui si basano è intuitivo. «È come osservare un impianto elettrico: il fatto che i cavi siano integri e ben collegati non garantisce che la corrente scorra senza ostacoli», semplifica Santangelo. «I potenziali evocati servono a verificare se il segnale nervoso arriva a destinazione, se lo fa in modo efficace e quanto tempo impiega lungo il percorso. Misurando i tempi di risposta, l’esame consente di individuare eventuali rallentamenti o interruzioni della conduzione, segnalando la presenza di un problema funzionale anche quando la struttura del sistema nervoso appare conservata».
Lo stimolo utilizzato varia in base alla funzione che si intende studiare. Può trattarsi di una luce, di un suono, di un lieve impulso elettrico applicato alla pelle oppure, in alcuni casi, di una stimolazione magnetica diretta alle aree cerebrali coinvolte nel movimento.
Durante l’esame, gli elettrodi registrano parametri specifici, come la latenza, cioè il tempo che intercorre tra lo stimolo e la risposta del cervello, e l’ampiezza del segnale. In condizioni normali, questi valori rientrano in intervalli ben definiti: in presenza di alterazioni, come danni alle vie nervose, compressioni o perdita della mielina che riveste i nervi, la trasmissione degli impulsi può risultare rallentata o irregolare, fornendo indicazioni utili per l’inquadramento clinico.
Come si svolge l’esame dei potenziali evocati
L’esecuzione dei potenziali evocati è semplice, non invasiva e generalmente ben tollerata. «Al paziente vengono applicati piccoli elettrodi di superficie sul cuoio capelluto, simili a quelli utilizzati per l’elettroencefalogramma, fissati con una piccola quantità di gel che permette di registrare correttamente i segnali elettrici», descrive Santangelo. «In base al tipo di esame, altri elettrodi possono essere posizionati lungo la colonna vertebrale o su specifiche aree del corpo, con la sola funzione di rilevare o somministrare lo stimolo».
Durante l’esame il paziente è invitato a rimanere rilassato e in una posizione confortevole, mentre vengono somministrati stimoli ripetuti e regolari. Questi stimoli, che possono essere luminosi, sonori o tattili, sono assolutamente innocui. «Nel caso dei potenziali evocati somatosensoriali, lo stimolo consiste in lievi impulsi elettrici applicati alla pelle, percepiti come una piccola scossa fastidiosa ma non dolorosa», aggiunge il neurologo. «I potenziali evocati motori prevedono invece l’utilizzo di uno stimolatore magnetico, una tecnica non invasiva che attiva temporaneamente specifiche aree del cervello senza causare dolore».
La durata dell’esame varia in base al tipo di potenziali richiesti e al numero di aree studiate, ma in genere oscilla tra i trenta minuti e un’ora. Questi test possono essere eseguiti anche nei bambini e non sono previste particolari controindicazioni se non, per quanto riguarda i potenziali evocati motori, alcune specifiche problematiche, come epilessia, estese lesioni cerebrali o presenza di pacemaker.
Quando sono utili i potenziali evocati
I potenziali evocati vengono prescritti quando si sospetta un’alterazione delle vie nervose afferenti (che trasmettono gli stimoli dalla periferia al sistema nervoso centrale) e/o efferenti (che portano l’impulso dal centro alla periferia). In tutte le situazioni in cui si ipotizza che questo percorso possa essere rallentato, interrotto o danneggiato, questi esami permettono di verificare se il segnale riesce effettivamente ad arrivare o partire correttamente dal cervello e in che modo.
«Uno degli ambiti di utilizzo più frequenti riguarda le malattie che colpiscono il sistema nervoso centrale, come la sclerosi multipla», racconta Santangelo. «In queste condizioni, la perdita della mielina può interessare diverse “stazioni” lungo il percorso del segnale, coinvolgendo le vie visive, uditive, sensitive o motorie. I potenziali evocati consentono di individuare alterazioni anche in assenza di sintomi evidenti, fornendo informazioni utili, sia in fase diagnostica sia nel monitoraggio della malattia nel tempo».
Questi esami trovano applicazione anche in ambito traumatico. Dopo un trauma che coinvolge il midollo spinale, ad esempio, i potenziali evocati permettono di valutare se gli impulsi nervosi riescono ancora a risalire dalla periferia fino al cervello. «In questo contesto, l’esame non solo aiuta a definire l’estensione del danno, ma fornisce anche indicazioni importanti sul possibile recupero funzionale», illustra l’esperto.
Un ruolo simile viene svolto in alcune patologie di interesse neurochirurgico, come ernie discali o compressioni midollari, in cui è fondamentale capire se e quanto la trasmissione degli impulsi sia compromessa. Anche in questi casi, i potenziali evocati contribuiscono a chiarire la situazione clinica e a orientare le scelte terapeutiche.
«In contesti più critici, come nei pazienti in coma dopo un arresto cardiocircolatorio, i potenziali evocati somatosensoriali assumono un valore prognostico», chiarisce Santangelo. La presenza di una risposta indica che il segnale riesce ancora a raggiungere la corteccia cerebrale, suggerendo una possibile capacità di recupero. Al contrario, l’assenza persistente della risposta può indicare una sofferenza cerebrale grave e irreversibile.
«In definitiva», conclude l’esperto, «i potenziali evocati ci permettono di capire non solo se il sistema nervoso è integro, ma soprattutto se è ancora in grado di comunicare. Ed è spesso questa informazione a fare la differenza nel percorso di cura».
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