Obesità, colpisce il 12% degli italiani: i reali rischi per il cervello
L’obesità non è solo un numero sulla bilancia, ma una malattia cronica che coinvolge metabolismo, cervello e benessere psicologico, con gradi e complicanze molto diversi tra le persone

Non è solo una questione di peso. Sempre più ricerche mostrano che l'obesità è una condizione capace di influenzare organi e funzioni ben oltre il metabolismo energetico. Non a caso, un recente lavoro pubblicato su Nature Metabolism evidenzia come gli squilibri associati all’aumento di peso possano riflettersi anche sui meccanismi che proteggono e nutrono il cervello.
In questo scenario, il 4 marzo – Giornata Mondiale dell’Obesità – diventa un’occasione per spostare lo sguardo: non solo sui numeri della bilancia, ma su una patologia sistemica che coinvolge anche il sistema nervoso centrale e che merita diagnosi e cure adeguate.
In Italia, l’obesità colpisce oggi il 12% della popolazione adulta, pari a oltre 6 milioni di persone, mentre quasi la metà degli adulti italiani (47%) risulta in eccesso di peso. Rispetto al 2003, il numero di persone con obesità è aumentato del 38%, con una crescita particolarmente marcata tra i giovani adulti.
Il legame tra obesità e cervello
«L’obesità viene definita una malattia infiammatoria cronica a basso grado», spiega la professoressa Simona Bertoli, responsabile clinico dei Centri Obesità della Lombardia, direttore del Laboratorio Sperimentale di Ricerche sulla Nutrizione e l’Obesità di IRCCS Istituto Auxologico Italiano e consigliere della Società Italiana dell’Obesità.
«Significa che nell’organismo è presente uno stato di infiammazione lieve ma continuo, non acuto come quello di un’infezione con febbre alta, bensì persistente nel tempo. Una sorta di “sottofondo” infiammatorio che non dà sintomi immediati evidenti, ma che nel lungo periodo può alterare il funzionamento di diversi organi».
Il primo organo a infiammarsi è il tessuto adiposo. Quando negli adipociti (le cellule che immagazzinano il grasso) si accumula una quantità elevata di lipidi, queste cellule cambiano caratteristiche e comportamento. «Cominciano a diventare diverse rispetto alle cellule adipocitarie del soggetto magro e iniziano a produrre delle molecole che noi chiamiamo interleuchine», descrive Bertoli.
«Si tratta di molecole pro-infiammatorie che alimentano uno stato infiammatorio cronico di basso grado e che non restano confinate nel tessuto adiposo. Vanno un po’ dappertutto, compreso il cervello. Anche l’ipotalamo, la struttura che regola fame e sazietà, può essere coinvolto».
In questo contesto, l’insulto infiammatorio cronico può contribuire a favorire lo sviluppo di patologie neurodegenerative. «L’invecchiamento resta un processo naturale e non modificabile, a cui le cellule cerebrali vanno incontro con il passare degli anni», specifica Bertoli. «Tuttavia non è l’unico fattore in gioco: anche elementi modificabili, come l’infiammazione cronica appunto, possono accelerare i processi degenerativi. È per questo che negli ultimi anni si sta approfondendo con crescente interesse la relazione tra obesità e malattie neurodegenerative, come sintetizzano le più recenti revisioni della letteratura scientifica».
Le complicanze metaboliche colpiscono anche il cervello
A peggiorare il quadro contribuiscono spesso le complicanze metaboliche associate all’obesità. Un aumento cronico di glucosio nel sangue o di lipidi non agisce solo a livello periferico. Nel diabete – una delle complicanze più frequenti – la glicemia elevata porta alla formazione dei cosiddetti prodotti finali della glicazione avanzata, sostanze che possono esercitare effetti dannosi anche sul tessuto cerebrale.
«È un meccanismo che da un lato dipende direttamente dall’accumulo di grassi all’interno degli adipociti, quindi direttamente legato all’obesità, dall’altro è legato ai fattori conseguenti alle complicanze dell’obesità», chiarisce Bertoli. Diabete, ipertensione e dislipidemia sono condizioni molto comuni che, oltre a incidere su cuore e vasi sanguigni, possono aumentare il rischio di problematiche anche a livello cerebrale.
Da qui l’importanza di una diagnosi precoce e di un intervento tempestivo. Stando a un’indagine di AstraRicerche per il Gruppo Edulcoranti di Unione Italiana Food, solo il 2,7% della popolazione adulta clinicamente obesa si definisce tale, evidenziando un evidente divario tra consapevolezza generale e percezione di sé.
Intervenire in tempo significa non solo prevenire sovrappeso e obesità, ma anche offrire a chi vive già questa condizione un percorso terapeutico adeguato, superando lo stigma e l’idea riduttiva che tutto si risolva semplicemente “mangiando meno”.
Non tutte le obesità sono uguali
A prima vista può sembrare semplice: si sale sulla bilancia, si calcola l’indice di massa corporea (BMI) e si ottiene una diagnosi. In realtà non è così lineare. L’obesità viene definita sulla base di un BMI superiore a 30, ma quel numero è solo un punto di partenza. Dietro la stessa etichetta clinica possono nascondersi situazioni molto diverse.
«Esiste innanzitutto un grado: un BMI tra 30 e 35 indica un’obesità di primo grado, mentre valori molto più elevati definiscono forme severe», tiene a precisare Bertoli. «È evidente che un BMI di 30 e uno di 50 raccontano storie cliniche differenti, pur rientrando nella stessa categoria».
Ma il dato numerico non basta. Accanto al grado c’è lo stadio della malattia, che tiene conto delle complicanze già presenti, secondo classificazioni come l’Edmonton Obesity Staging System.
«Ci sono persone con obesità lieve che hanno già sviluppato diabete, ipertensione o dislipidemia, e altre con obesità più marcata che, almeno agli esami di routine, non mostrano alterazioni significative e non riferiscono particolari limitazioni funzionali», racconta l’esperta. «In altre parole, non tutte le obesità hanno lo stesso impatto clinico nello stesso momento».
Il peso che non si vede
C’è poi una dimensione ancora meno visibile, ma altrettanto decisiva: quella psicologica. Un recente studio pubblicato su Obesity Science & Practice propone una nuova scala per misurare non solo il peso corporeo, ma anche quello emotivo dell’obesità: vergogna, frustrazione, senso di esclusione, ma anche capacità di reazione e desiderio di cambiamento.
È un cambio di prospettiva che riflette un’evoluzione culturale. Se l’obesità è una malattia cronica e multifattoriale, limitarla a un parametro antropometrico significa ignorare una parte essenziale del problema. «Il disagio psicologico può precedere l’aumento di peso, ma spesso ne è la conseguenza», indica Bertoli. «Difficoltà nel rapporto con il proprio corpo, stigma sociale, episodi di bullismo già in età evolutiva possono incidere profondamente sull’autostima e sulla qualità della vita».
Negli ultimi anni psicologi e clinici hanno messo a punto questionari sempre più raffinati per indagare il rapporto con il cibo, l’eventuale uso compensatorio dell’alimentazione, la disregolazione emotiva e l’impatto del peso sulla quotidianità. Strumenti che diventano ancora più importanti oggi, in un contesto in cui le opzioni terapeutiche si stanno ampliando: non basta sapere quanti chili si perdono, ma anche come cambia la vita della persona.
«La diagnosi di obesità si potrebbe fare in metropolitana», conclude Bertoli. «È vero: l’eccesso di peso si vede. Ma ciò che non si vede – grado, stadio, complicanze e vissuto – è ciò che davvero orienta la cura e che rende indispensabile un approccio medico personalizzato, capace di andare oltre la bilancia e oltre le semplificazioni».

