Longevità, come nasce (o muore) una blue zone

I paesi più longevi al mondo non sono entità immutabili. Se lo stile di vita cambia, si rischia di perdere il primato. Al tempo stesso possono farsi strada altre località che, dopo analisi e verifiche approfondite, possono entrare a pieno titolo “in zona blu”. Ce ne parla Gianni Pes, lo studioso che per primo ha studiato queste aree



312093

Lunga vita a chi ha la fortuna di nascere dove tanti anziani “scoppiano di salute” fino a 100 anni o anche più. Molte di queste oasi di eccezionale longevità, come Nicoya in Costa Rica, Icaria in Grecia o l’Ogliastra in Sardegna, sono da decenni nel novero delle famose Blue Zone.

Altre si sono conquistate il primato da poco, come Arzachena, in provincia di Sassari, proclamata durante il Longevity Fest 2025 di Porto Cervo, promosso dal Consorzio Costa Smeralda in partnership con Smeralda Holding. O il comune di Caltabellotta, in Sicilia. Di contro ci sono storiche blue zone, come quella di Okinawa, dove si assiste a un declino della longevità.

La situazione, dunque, è in continuo aggiornamento. Per saperne di più, abbiamo parlato con Gianni Pes, l’epidemiologo che per primo ha studiato il fenomeno e che è considerato il “papà” delle Blue Zone.


Come si identificano le Blue Zone?

312094«Partiamo da banche dati internazionali come l’Human Mortality Database, che permette di confrontare mortalità e sopravvivenza in diversi paesi. Ma questi dati non bastano: servono approfondimenti, verifiche sul campo, controlli anagrafici e interviste. Prendiamo il caso di Caltabellotta (nella foto qui a lato). Per arrivare a considerarla una zona blu emergente abbiamo analizzato tutti i comuni della Sicilia, calcolando per ciascuno la probabilità di raggiungere i 90 e i 100 anni. I dati hanno mostrato che, a Caltabellotta, questa probabilità è nettamente superiore rispetto alla media regionale. Ed ecco quindi che il comune si colora di blu».


Ma il marchio rimane a vita?

«No, la longevità dipende da stili di vita e contesti ambientali che, ovviamente, possono cambiare nel corso del tempo. Un esempio lampante è Okinawa, in Giappone: negli anni ’80 era l’area con la più alta concentrazione di over 100 al mondo, un modello per tutti. Oggi, però, la generazione nata subito dopo la Seconda guerra mondiale – gli attuali settantenni e ottantenni – ha abbandonato la dieta tradizionale a favore di fast food e cibi industriali, e la speranza di vita si è ridotta sensibilmente. È la prova che non esistono formule magiche scolpite nella pietra: anche le zone blu possono trasformarsi se cambiano le abitudini di vita».


Quali sono i fattori che contano di più?

«La genetica incide per meno del 10%. Il resto è stile di vita: alimentazione equilibrata, attività fisica quotidiana e relazioni sociali solide. Sono i tre pilastri che ritornano in tutte le zone blu».


Quindi, in qualche modo si può creare una Blue Zone “a tavolino”?

«In parte sì. Esperimenti condotti negli Stati Uniti da Dan Buettner hanno dimostrato che modificando l’ambiente urbano – ad esempio costruendo piste pedonali, inserendo distributori di frutta al posto delle merendine, incentivando la socialità nei quartieri – si possono cambiare le abitudini della popolazione. A Singapore stanno, addirittura, progettando condomini che mettono in contatto anziani e bambini per rafforzare il senso di comunità. Poi, conta il comportamento di ciascuno».


Parlando di alimentazione, quali caratteristiche fanno la differenza?

«L’indicazione pratica è semplice: scegliere cibi freschi e poco trasformati, aumentare verdure, cereali integrali e legumi, limitare carne e prodotti industriali. È un approccio replicabile ovunque».


E il movimento?

«Importante, eccome. In Ogliastra, terra di grandi anziani, i pastori percorrevano chilometri ogni giorno fino a tarda età. Un’attività aerobica moderata ma continua, che mantiene cuore e muscoli in salute. La regola vale per tutti: costanza più che intensità».


E le relazioni sociali?

«Sono forse il segreto meno visibile ma più potente. Ritornando alla Sardegna, per citare un esempio nostrano, gli anziani non vengono isolati, ma restano parte della comunità. Questo riduce lo stress e dà un senso allo scorrere del tempo».


Un altro consiglio pratico?

«Se dovessi riassumere tutto in una parola, direi slow down. Rallentare. Dare tempo alle relazioni, al cibo, al movimento, a sé stessi. Non significa vivere senza lavorare, ma riscoprire un ritmo più umano. La società moderna ci spinge a correre, multitasking continuo, stress, iperconnessione. Ma tutte le popolazioni longeve hanno in comune un rapporto diverso con il tempo: sanno fermarsi, riflettere, dare valore ai piccoli gesti quotidiani. E questo, più di qualsiasi integratore o dieta miracolosa, è il vero segreto per vivere a lungo».


Però, a Milano, capitale della frenesia, vivono più di 700 over 100, come lo spiega?

«È vero, ma la maggior parte di queste persone non è nata nel capoluogo lombardo, bensì in contesti rurali o in altre regioni italiane, spesso proprio in Sardegna. Ciò che conta non è dove trascorri la vecchiaia, ma dove sei cresciuto e quali abitudini hai consolidato da giovane. La longevità si costruisce nei primi decenni di vita, non dopo i 70 anni. Questo spiega perché la migrazione interna “porta” centenari nelle grandi città senza che queste possano essere considerate zone blu».


Blue Zone, i criteri di classificazione

Racconta Gianni Pes: «Venticinque anni fa, analizzando i dati Istat, notai che nei comuni centrali della Sardegna la mortalità era inferiore del 20% rispetto alla media nazionale. Se morivano di meno, era plausibile che vivessero di più. Cominciai quindi a verificare la presenza di centenari incrociando registri anagrafici e di stato civile: la concentrazione era effettivamente molto superiore in Ogliastra e nel 2004, con il demografo belga Michel Poulain, pubblicammo il primo studio che definiva la Sardegna una “Blue Zone”.

Il termine nacque in modo quasi casuale: segnando con un pennarello blu i comuni più longevi sulla cartina, quell’area prese il nome che poi ha fatto il giro del mondo. Poco dopo, insieme al giornalista Dan Buettner di National Geographic, cercammo comunità simili nel pianeta».


Blue Zone, tre categorie di centenari

Gli esperti classificano i centenari in tre categorie: escapers, delayers e survivors. Gli escapers arrivano a 100 anni senza mai sviluppare malattie, i delayers ritardano la comparsa di patologie croniche di 10- 15 anni rispetto alla media, i survivors convivono con malattie croniche a lungo e arrivano comunque a 100 anni, ma con esiti e limitazioni.

Applicando questa classificazione agli anziani dell’Ogliastra, la maggior parte risultano delayers: non sono indenni come gli escapers, ma riescono a posticipare l’insorgenza delle malattie croniche, vivendo bene fino agli 85-90 anni. In pratica, comprimono le difficoltà negli ultimi anni di vita, evitando decenni di disabilità.



Fai la tua domanda ai nostri esperti

Leggi anche

Dieta e longevità: cosa dice uno studio giapponese su grassi e carboidrati

La dieta della longevità: il menu settimanale e le ricette

Longevità, 8 segreti per non invecchiare