La settimana lavorativa corta di 4 giorni fa bene alla salute

Lavorare un giorno in meno alla settimana migliora il rendimento e il benessere psico-fisico. A dirlo è il risultato di un esperimento nel Regno Unito. Ecco i dettagli dello studio. E in Italia?



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La qualità del sonno migliora, si riduce lo stress, calano i disturbi del metabolismo e aumenta il benessere: sono alcuni dei benefici della settimana corta, ovvero lavorare 4 giorni invece di 5. Lo sostengono i risultati di un esperimento-pilota condotto in 61 aziende nel Regno Unito. A promuovere l’iniziativa è stato il gruppo 4 Day Week Global, che ha coinvolto la società di ricerca Autonomy e gli scienziati del Boston College e dell'Università di Cambridge per valutare gli effetti positivi sui 3mila dipendenti che hanno aderito al progetto.

L’esperimento sembra non lasciare dubbi: la settimana lavorativa corta fa bene alla salute. Ma è davvero così? Sicuramente in Italia non esistono esempi di questo genere. La pandemia ha solo aumentato la diffusione dello smart working e ha contribuito al fenomeno della great resignation, ossia dimissioni volontarie dai posti di lavoro, spesso frutto di condizioni di eccessivo stress. Eppure continuare a lavorare, ma in modo differente, quindi un po' meno, potrebbe invece migliorare non solo le performance lavorative, ma anche le condizioni di salute.

Settimana lavorativa corta, l'esperimento nel Regno Unito

I dipendenti coinvolti nel progetto, durato sei mesi, non hanno avuto dubbi: il 15% di loro ha affermato che non tornerebbe a 5 giorni lavorativi, neppure in cambio di «nessuna somma di denaro».

Se la produttività delle aziende è aumentata, nonostante un giorno in meno di lavoro a settimana, a ridursi sono state proprio le dimissioni degli impiegati. Soddisfatte, dunque, le aziende, 56 delle quali proseguiranno con il nuovo modello organizzativo. A guadagnarci, in più, sarebbe la salute.

Lavorare meno per migliorare il benessere psicofisico

Secondo quanto emerge dal caso britannico, dunque, i benefici sarebbero diversi: si parla di un miglioramento del sonno e dunque anche di ricadute positive a livello del metabolismo. Una riduzione della pressione psicologica resa possibile da un giorno libero in più a settimana, infatti, non solo gioverebbe alla qualità del riposo, ma faciliterebbe un equilibrio ormonale, con una minor produzione, ad esempio, di cortisolo, cioè l’ormone dello stress.

«La settimana corta migliorerebbe il benessere dei dipendenti e, secondo alcune osservazioni, anche il rapporto nei confronti dell'azienda. Il maggior tempo libero, inoltre, in teoria faciliterebbe la possibilità di coniugare le esigenze del lavoro e della vita privata», osserva Carlo Alfredo Clerici, medico chirurgo specialista in psicologia clinica e psicoterapeuta, professore associato di Psicologia clinica presso il Dipartimento di Oncologia ed Emato-Oncologia all’Università degli Studi di Milano.

Meno assenze al lavoro, più parità di genere

«C’è anche un altro aspetto: laddove è stato introdotto, il modello della settimana lavorativa corta ha portato una riduzione dello stress lavorativo e anche delle assenze per malattia», osserva lo psicoterapeuta. Che prosegue: «Secondo alcuni osservatori sociali, si tratterebbe anche di un progresso nella parità di genere, perché la possibilità di lavorare 4 giorni anziché 5 alla settimana consentirebbe una suddivisione più equilibrata dei compiti di lavoro domestico e delle cure parentali».

In realtà l’esperimento non è isolato e ha radici lontane. «La sperimentazione ha origini remote, ad esempio da quando la Ford introdusse negli anni Venti una settimana di cinque giorni anziché di sei», ricorda Clerici. È sempre in quel periodo che negli Usa si è passati dalle 12 alle 8 ore lavorative al giorno.


Settimana lavorativa corta: e in Italia?

In Italia non esiste ancora la possibilità di lavorare 4 giorni alla settimana, a meno di casi particolari, frutto di accordi individuali in aziende private. «In Giappone, invece, questo modello di settimana corta è stato introdotto in alcune realtà, anche se si è scontrato con l'etica del lavoro e le pressioni sociali che continuano a far registrare il fenomeno del Karoshi, cioè la morte per eccesso di lavoro», osserva il medico e psicologo clinico.

«Da noi di recente si è parlato spesso di questa possibilità di cambio nelle modalità di lavoro, ma a fronte dell’apparente miglioramento della salute dei dipendenti si è sottolineato il rischio di una riduzione della produttività. Di certo la pandemia ha stimolato la sperimentazione di nuove metodologie di lavoro caratterizzate anche da una maggiore flessibilità. In particolare, il telelavoro e la settimana corta potrebbero essere segnali di un cambiamento dell'organizzazione del lavoro che passerebbe dall’essere centrato sul controllo in azienda a una prospettiva che dia maggiore fiducia ai dipendenti».

Settimana lavorativa corta, i pro e i contro

Se i vantaggi della settimana lavorativa corta sembrano evidenti, esisterebbero alcune perplessità.

«L’esperimento ha segnalato alcuni benefici sulla salute psichica e fisica, anche se resta la variabile di come le persone possono occupare il maggior tempo libero. Quanto agli eventuali limiti occorre riflettere su due aspetti: il primo riguarda l’esigenza di controllare che la settimana corta non comporti una significativa riduzione dello stipendio e quindi che non mascheri aspetti di sfruttamento; la seconda è che non spinga ad accettare lavori in una sede lontana da quella di residenza», trattandosi di un lavoro che impegna un giorno in meno e che quindi può far considerare accettabile una maggiore mobilità.

Il rischio di lavorare di più da casa

«Ma esiste anche un altro aspetto: per un’attuazione concreta della riduzione del lavoro dovrebbe essere codificato il diritto alla disconnessione. In caso contrario potrebbe essere molto rilevante l’impatto di attività lavorative svolte di fatto al di fuori del computo dell’orario», osserva Clerici.

Si rischierebbe di non terminare le proprie mansioni nei 4 giorni in ufficio, portandosi il lavoro a casa. Proprio i carichi di lavoro potrebbero essere un aspetto critico. «La riduzione della settimana lavorativa può, ad esempio, non corrispondere a una migliore qualità del lavoro nel momento in cui il carico fosse concentrato in meno giorni e quindi con la possibilità di momenti di picco con maggiore stress. Ciò renderebbe di fatto il lavoro più oneroso e meno gestibile. Non tutte le mansioni, inoltre, permettono la riduzione dell’orario settimanale, senza contare che questa sarebbe utile per molti, ma forse andrebbe associata alla possibilità di un aumento dell'orario settimanale per chi invece lo desidera».

Insomma, l’idea della settimana lavorativa corta è accattivante, ma al momento sono ancora incerte le ricadute concrete, soprattutto in un Paese come l’Italia dove è ancora prevalente la “vecchia” organizzazione lavorativa.


Settimana lavorativa corta, aumenta il rendimento

Fin qui la salute, ma secondo quanto emerso dall’esperimento inglese, anche il rendimento sul lavoro sarebbe aumentato. A indagare i possibili benefici è stata anche Fitprime, azienda italiana specializzata sul benessere psico-fisico, che ha condotto un sondaggio su 20mila dipendenti di piccole e medie imprese. Il risultato è che 1 giovane lavoratore su 3 rinuncerebbe al “buono pasto” in cambio di un benefit sportivo, come un abbonamento in palestra. È segno di un cambiamento di prospettiva, soprattutto da parte dei più giovani, come ha confermato il Ceo di Fitprime, Matteo Musa: «Il Covid ha fatto riscoprire principalmente alle nuove generazioni l’importanza di una qualità della vita e di un rapporto tra il tempo di vita e il tempo del lavoro che non può più essere sbilanciato».


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