Glomerulopatia da C3, la svolta: ecco il primo farmaco rimborsabile
Questa malattia renale, ultra-rara e finora senza cure mirate, entra in una nuova era: l’AIFA ha approvato iptacopan, il primo farmaco orale che agisce direttamente sul meccanismo della patologia, proteggendo i reni e permettendo una gestione più precisa e personalizzata

Con la consulenza del dottor Luigi Biancone, direttore della Struttura Complessa di Nefrologia, Dialisi e Trapianto dell’Azienda ospedaliero-universitaria Città della Salute e della Scienza di Torino
Per anni è stata una patologia quasi invisibile, conosciuta solo dagli specialisti e priva di terapie in grado di agire sul meccanismo alla base del danno renale. I pazienti convivevano con sintomi spesso sfumati e progressivi, mentre i medici potevano solo contenere le complicanze senza intervenire sulla causa reale. Oggi, però, si apre una nuova fase: l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha ammesso alla rimborsabilità iptacopan, il primo farmaco orale specificamente sviluppato per la glomerulopatia da C3.
Non si tratta di una semplice innovazione farmacologica, ma di un vero cambio di prospettiva, che apre la strada a una gestione più mirata e personalizzata della malattia, con l’obiettivo concreto di proteggere la funzione renale e migliorare la qualità di vita dei pazienti.
Che cos'è la glomerulopatia da C3
La glomerulopatia da C3, nota anche come C3G, è una malattia renale ultra-rara (con una prevalenza italiana di 1-1,5 casi ogni 1.000.000 di persone) che è stata riconosciuta come entità specifica solo negli ultimi anni, a partire dal 2013.
«La malattia interessa i glomeruli, quelle piccole strutture all’interno dei reni che funzionano come filtri, depurando il sangue dalle sostanze di scarto e regolando l’equilibrio dei liquidi e dei sali nell’organismo», spiega il professor Luigi Biancone, direttore della Struttura Complessa di Nefrologia, Dialisi e Trapianto dell’Azienda ospedaliero-universitaria Città della Salute e della Scienza di Torino.
Il problema alla base della C3G è legato a un malfunzionamento del sistema immunitario, in particolare di un meccanismo chiamato “sistema del complemento”, che normalmente protegge l’organismo dalle infezioni. «Quando questo sistema si attiva in modo incontrollato, provoca un accumulo anomalo della proteina C3 all’interno dei glomeruli», racconta Biancone. «Questo deposito progressivo danneggia il filtro renale e, con il tempo, riduce la capacità dei reni di svolgere correttamente la loro funzione».
Se non trattata, la C3G può portare a un deterioramento progressivo della funzione renale, fino a richiedere dialisi o trapianto. Nonostante sia estremamente rara – con pochi casi stimati per milione di persone – la malattia ha un impatto significativo, soprattutto perché colpisce spesso giovani adulti e può evolvere rapidamente verso forme gravi.
Le diverse forme della malattia
La glomerulopatia da C3 non è una singola malattia, ma comprende due forme principali che si distinguono soprattutto per le caratteristiche dei depositi nei glomeruli. La prima, chiamata malattia da depositi densi, presenta accumuli molto compatti di proteine all’interno dei glomeruli. La seconda, la glomerulonefrite da C3, mostra depositi con un aspetto diverso, ma che provocano comunque un danno progressivo al rene.
Dal punto di vista dei sintomi e del decorso clinico, entrambe le varianti si manifestano in maniera simile, con segni come sangue o proteine nelle urine e gonfiore. In alcuni pazienti con la forma da depositi densi, può essere coinvolto anche l’occhio, dove si osservano piccoli depositi sulla retina, chiamati drusen, che testimoniano l’impatto sistemico della malattia.
Quali sono le cause
«Le cause della glomerulopatia da C3 non sono ancora del tutto conosciute, ma al centro del problema c’è un malfunzionamento del sistema del complemento, il meccanismo del nostro sistema immunitario che normalmente difende l’organismo dalle infezioni», descrive Biancone.
In alcuni pazienti la malattia è legata a una predisposizione genetica: variazioni nei geni che regolano il complemento possono rendere il sistema più vulnerabile a un’attivazione incontrollata. In altri casi, invece, la C3G è associata alla presenza di autoanticorpi, molecole prodotte dall’organismo stesso che interferiscono con i meccanismi di controllo del complemento, mantenendolo costantemente attivo e causando danni ai reni.
«Talvolta la malattia può comparire in seguito a un’infezione, come se un evento esterno facesse scattare il processo patologico in una persona già predisposta», evidenzia Biancone. Questa combinazione di fattori genetici, immunitari e ambientali rende la C3G una patologia complessa, con esordio e gravità molto variabili da individuo a individuo.
Quali sono i sintomi
La glomerulopatia da C3 può presentarsi in modi molto diversi, rendendo spesso difficile riconoscerla nelle prime fasi. In alcuni pazienti i segnali sono evidenti, mentre in altri possono passare quasi inosservati per lungo tempo.
«Tra i sintomi più comuni c’è la presenza di sangue nelle urine, a volte visibile a occhio nudo, e la perdita di proteine, rilevabile solo con esami di laboratorio», sottolinea Biancone. «Spesso si manifestano gonfiori alle gambe, alle caviglie o in altre parti del corpo, causati dalla ritenzione di liquidi. L’ipertensione è un altro segnale frequente, così come una stanchezza persistente o difficoltà di concentrazione».
Non di rado la C3G viene scoperta in modo casuale, durante controlli di routine o esami di laboratorio, perché nelle fasi iniziali i sintomi possono essere sfumati o assenti. Questo rende fondamentale la consapevolezza della malattia e l’uso di test mirati per intercettarla precocemente.
Come si diagnostica
Diagnosticare la glomerulopatia da C3 può essere complesso, perché i suoi sintomi iniziali spesso somigliano a quelli di altre malattie renali e possono passare inosservati.
«L’esame fondamentale per diagnosticare la C3G è la biopsia renale», tiene a precisare Biancone. «Attraverso il prelievo di un piccolo frammento di tessuto, i medici possono osservare direttamente i depositi di proteina C3 nei glomeruli e distinguere questa glomerulopatia da altre condizioni simili».
A supporto della diagnosi vengono eseguiti esami del sangue e delle urine, che permettono di valutare la funzionalità renale e di rilevare eventuali alterazioni del sistema del complemento. In alcuni casi si ricorre anche a test genetici o alla ricerca di autoanticorpi, per comprendere meglio le cause alla base della malattia.
Un indicatore particolarmente utile è la presenza di proteine nelle urine, in particolare l’albumina, che rappresenta un segnale precoce di danno renale. L’albuminuria non serve solo a identificare la malattia, ma è uno strumento prezioso anche per monitorarne l’evoluzione e valutare l’efficacia dei trattamenti nel tempo.
Come si cura
«Fino a poco tempo fa, il trattamento della glomerulopatia da C3 era principalmente di supporto, volto a controllare i sintomi e a limitare le complicanze», riferisce Biancone. «Venivano utilizzati farmaci per abbassare la pressione arteriosa e ridurre la perdita di proteine nelle urine, e nei casi più aggressivi, terapie immunosoppressive come il cortisone, pensate per attenuare l’infiammazione renale».
Questi interventi possono aiutare a rallentare il decorso della malattia, ma non agiscono sul meccanismo che causa il danno renale. Di conseguenza, molti pazienti continuavano a peggiorare nel tempo, con un rischio elevato di insufficienza renale che poteva rendere necessario il ricorso alla dialisi o al trapianto entro pochi anni dalla diagnosi.
La svolta terapeutica: il ruolo di iptacopan
L’arrivo di iptacopan segna una vera svolta nella gestione della glomerulopatia da C3. Questo farmaco agisce in modo mirato, bloccando il fattore B, una componente cruciale del sistema del complemento responsabile dell’attivazione anomala che danneggia i glomeruli.
«Gli studi clinici hanno evidenziato che iptacopan riduce significativamente la perdita di proteine nelle urine e contribuisce a stabilizzare la funzione renale, offrendo così una protezione concreta ai pazienti», assicura Biancone. «Un altro elemento importante è il buon profilo di tollerabilità del farmaco, fondamentale considerando che la terapia può richiedere un’assunzione a lungo termine».
Grazie a questo approccio mirato, per la prima volta è disponibile una terapia che interviene direttamente sul meccanismo alla base della malattia, aprendo prospettive di gestione più efficaci e durature per chi convive con la C3G.

