Pilates clinico: dal mal di schiena alla cervicale, quando può aiutarti davvero

Punto d’incontro tra riabilitazione e attività motoria, il Pilates clinico può essere la naturale prosecuzione di un percorso di fisioterapia. Dà una mano a mantenere le capacità recuperate, ma può essere utile anche in presenza di alcune condizioni croniche. Sempre con esercizi adattati alle esigenze individuali

Pilates clinico: dal mal di schiena alla cervicale, quando può aiutarti davvero
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C’è chi sceglie il Pilates per tonificare i muscoli, chi per migliorare la postura, chi per muoversi con maggiore fluidità e chi semplicemente perché, a fine lezione, si sente meglio. Ma oltre alla pratica più conosciuta, esiste una versione che trova spazio anche in fisioterapia e riabilitazione: il Pilates clinico, in cui il movimento diventa uno strumento per recuperare funzionalità e benessere.

A prima vista, gli esercizi possono ricordare quelli di una lezione tradizionale: si lavora sul controllo del tronco, sulla stabilità, sulla mobilità e sulla coordinazione. A cambiare, però, sono gli obiettivi e il modo in cui vengono proposti. Nel Pilates clinico non si applicano sequenze uguali per tutti: ogni esercizio viene scelto e adattato alle condizioni di salute, alle capacità motorie e alle necessità della persona. L’obiettivo non è semplicemente allenare il corpo, ma migliorare la qualità del movimento, recuperare le capacità compromesse e contribuire alla gestione del dolore.

Dal Pilates tradizionale al Pilates clinico: che cosa cambia

Nato all’inizio del Novecento grazie a Joseph Pilates, il metodo si è evoluto nel tempo, dando origine a diversi approcci e stili di insegnamento. Le varie forme di Pilates condividono l’attenzione alla respirazione, alla postura, al controllo del movimento e alla consapevolezza del proprio corpo. Quando viene inserito in un percorso fisioterapico, tuttavia, cambia soprattutto il modo in cui questi principi vengono applicati.

Nel Pilates clinico, infatti, gli esercizi diventano parte di un programma riabilitativo e possono essere utilizzati per migliorare il controllo motorio, allenare la muscolatura stabilizzatrice, recuperare capacità funzionali e accompagnare il trattamento di specifici disturbi. «Si parte dalla valutazione del medico fisiatra, che inquadra la situazione clinica e definisce l’indicazione, mentre il fisioterapista propone e adatta gli esercizi in base alle condizioni e alle capacità della persona», spiega la dottoressa Cristina Destefanis, fisiatra presso il presidio sanitario San Camillo di Torino. «La conoscenza delle patologie e dei principi della riabilitazione permette di utilizzare il movimento in modo mirato, come parte di un trattamento».

Il primo passo è la valutazione fisiatrica

La valutazione del medico fisiatra permette di inquadrare la condizione della persona, verificare l’appropriatezza del percorso e definire gli obiettivi della riabilitazione. La situazione viene poi rivalutata periodicamente, così da monitorare i progressi e aggiornare il programma quando necessario. La personalizzazione è essenziale anche in presenza della stessa diagnosi: due persone possono avere sintomi, capacità motorie e limitazioni funzionali molto differenti e, di conseguenza, aver bisogno di esercizi diversi.

«La presenza di una patologia non rappresenta necessariamente un ostacolo alla pratica, così come l’assenza di disturbi importanti non significa che qualsiasi esercizio sia indicato», interviene la dottoressa Silvia Porrovecchio, fisioterapista presso il Presidio Sanitario San Camillo di Torino, dove si occupa di riabilitazione e di esercizio terapeutico. «L’obiettivo è individuare il lavoro più adatto a quella specifica persona, in quel preciso momento del suo percorso di recupero».

Anche la composizione dei gruppi contribuisce alla qualità del lavoro. Si cerca di riunire persone con esigenze compatibili, in modo che gli esercizi proposti siano adeguati ai partecipanti e il fisioterapista possa seguirli da vicino, correggendo i movimenti e introducendo le modifiche necessarie. «Il programma non rimane uguale a se stesso, ma viene adattato nel corso delle settimane in base ai progressi, alle difficoltà che possono emergere e agli obiettivi raggiunti», aggiunge Porrovecchio. «Gli esercizi devono evolvere insieme alla persona, rispettandone i tempi e le possibilità».

Come si svolge una seduta

Una seduta di Pilates clinico dura in genere circa un’ora e comprende esercizi eseguiti sul tappetino, da sdraiati sulla schiena o a pancia in giù, ma anche da seduti e in piedi. Le posizioni vengono scelte in base alle condizioni della persona, alle sue capacità e agli obiettivi riabilitativi. Non sono necessari i grandi macchinari presenti in alcune forme di Pilates: si utilizzano soprattutto il tappetino e piccoli attrezzi, come elastici, palle di diverse dimensioni, ring e blocchetti. Questi strumenti possono aiutare a sostenere il corpo, facilitare un movimento, migliorare il controllo della posizione o introdurre una resistenza graduata.

Molti esercizi possono ricordare quelli di una lezione tradizionale, ma nel Pilates clinico è il modo di eseguirli a fare la differenza. Un movimento può essere semplificato, l’ampiezza ridotta o la posizione modificata per renderlo più accessibile e adeguato alle necessità individuali. «La personalizzazione passa anche attraverso piccoli accorgimenti che possono fare una grande differenza, come sostenere la testa, modificare la posizione delle braccia o trovare un appoggio che permetta di mantenere una postura con maggiore comfort», descrive la dottoressa Destefanis. «Una persona con una cifosi accentuata, per esempio, potrebbe aver bisogno di un supporto sotto la testa per stare più comodamente sul tappetino. Un’altra potrebbe non riuscire a mantenere una determinata posizione e necessitare di una variante».

Il lavoro sul core: stabilità, controllo e respirazione

Uno dei pilastri del Pilates clinico è il lavoro sul core, l’insieme dei muscoli che contribuiscono al controllo e alla stabilità del tronco. Non si tratta soltanto di rafforzare gli addominali visibili, ma di migliorare la coordinazione tra i diversi gruppi muscolari che sostengono il corpo durante i movimenti. Tra le strutture coinvolte ci sono il trasverso dell’addome e i multifidi, piccoli muscoli profondi che contribuiscono al controllo della colonna vertebrale.

Anche il diaframma, la muscolatura addominale e il pavimento pelvico partecipano, con funzioni diverse e coordinate, alla gestione delle pressioni interne e alla stabilità durante l’attività fisica. Un ruolo importante è svolto dalla respirazione, che viene coordinata con i movimenti per favorire la consapevolezza corporea e il controllo motorio. L’obiettivo non è irrigidire il tronco, ma imparare a modulare l’attivazione muscolare in base al movimento e allo sforzo richiesto. «Il controllo del tronco è utile in molti gesti della vita quotidiana: alzarsi da una sedia, sollevare un oggetto, camminare o mantenere una posizione», riflette la dottoressa Porrovecchio. «Migliorare queste capacità significa lavorare non soltanto sull’esecuzione degli esercizi durante la seduta, ma anche su movimenti che la persona deve affrontare ogni giorno, talvolta con difficoltà o dolore».

Lombalgia e cervicalgia: tra le indicazioni più frequenti

La lombalgia, cioè il dolore nella parte bassa della schiena, e la cervicalgia, che interessa il collo, sono tra i disturbi per cui può essere proposto il Pilates clinico, soprattutto quando il dolore tende a persistere o a ripresentarsi. A sostegno dell’impiego per il mal di schiena ci sono anche evidenze scientifiche. Una revisione sistematica con metanalisi pubblicata nel 2024 sulla rivista Disability and Rehabilitation, che ha preso in esame 36 studi, di cui 19 inclusi nella metanalisi, ha rilevato una riduzione del dolore lombare rispetto all’assenza di esercizio. I risultati suggeriscono benefici anche rispetto ad altre forme di attività fisica, ma non dimostrano che il Pilates sia sempre più efficace degli altri programmi di esercizio terapeutico.

Il Pilates clinico può essere preso in considerazione anche in presenza di alcune problematiche della spalla, attraverso esercizi calibrati sulle capacità della persona e progressivamente modificati in base ai miglioramenti. In caso di scoliosi, il programma deve invece tenere conto delle caratteristiche della curva e delle condizioni individuali: il lavoro sul controllo motorio e sulla funzionalità può essere utile, ma non implica necessariamente una correzione della deformità.

Anche per le persone con malattia di Parkinson può essere valutato un percorso personalizzato, orientato, secondo le necessità individuali, a migliorare la mobilità, l’equilibrio e il controllo dei movimenti. In tutti questi casi, la scelta degli esercizi deve partire da una valutazione clinica e tenere conto degli obiettivi realistici del trattamento.

Pavimento pelvico, gravidanza e recupero dopo il parto

Respirazione, controllo del tronco e coordinazione muscolare possono essere utili anche nel lavoro sul pavimento pelvico, anche se il Pilates clinico non sostituisce un trattamento riabilitativo specifico quando è presente una disfunzione. «Durante la gravidanza e dopo il parto, la scelta degli esercizi deve tenere conto della fase, delle condizioni di salute e degli eventuali sintomi», specifica la dottoressa Destefanis. «In caso di incontinenza urinaria o di altri disturbi del pavimento pelvico, è importante una valutazione da parte di un professionista con competenze specifiche, per individuare il percorso più appropriato».

Allenare il core, infatti, non è sempre sufficiente: in base al problema può essere necessario lavorare sulla capacità di contrarre e rilassare correttamente i muscoli del pavimento pelvico oppure seguire un programma riabilitativo dedicato. Anche in questo ambito, la scelta degli esercizi deve quindi partire dalle esigenze individuali.

Quando è necessario modificare o rimandare gli esercizi

La presenza di una patologia non esclude automaticamente la possibilità di praticare Pilates clinico. A fare la differenza sono le condizioni della persona, la fase del disturbo e le eventuali limitazioni da rispettare. In alcuni casi è sufficiente adattare gli esercizi, mentre in altri occorre prima approfondire la situazione clinica. «Se compare un dolore acuto di cui non si conosce la causa, è importante chiarirne l’origine prima di iniziare un programma di esercizio», precisa la dottoressa Porrovecchio.

«Anche alcune condizioni della colonna o altri problemi di salute possono richiedere precauzioni specifiche e rendere necessario escludere determinati movimenti o modificarli sulla base delle indicazioni mediche». L’attenzione alla sicurezza prosegue durante tutta la seduta. Se un esercizio provoca dolore, accentua i sintomi o risulta troppo impegnativo, il fisioterapista può ridurne l’intensità, modificarne l’esecuzione o proporre un’alternativa. L’obiettivo non è raggiungere una posizione a ogni costo, ma costruire un percorso graduale, rispettando le capacità della persona e adattando il lavoro ai suoi progressi.

Quante sedute servono e per quanto tempo

Quante sedute servono per ottenere benefici? Non esiste una risposta uguale per tutti: la frequenza e la durata del percorso dipendono dalla condizione clinica, dagli obiettivi riabilitativi e dalla risposta agli esercizi. Una seduta alla settimana è una scelta frequente. Quando possibile e indicato, due appuntamenti possono garantire una maggiore continuità. Anche la durata complessiva varia da persona a persona.

Chi ha appena concluso un ciclo di fisioterapia può utilizzare il Pilates clinico per consolidare i risultati e recuperare fiducia nel movimento, mentre chi lo pratica da più tempo può proseguire, se appropriato, per mantenere le capacità acquisite. A fare la differenza sono anche la costanza e la possibilità di continuare a muoversi tra una seduta e l’altra. «Cerchiamo di assegnare anche esercizi da svolgere a casa, perché il lavoro non si esaurisce nell’appuntamento settimanale», precisa la dottoressa Porrovecchio. «Definiamo degli obiettivi e cerchiamo di dare continuità al percorso, tenendo conto degli impegni e delle possibilità di ciascuno. Mantenersi attivi anche a casa può aiutare a consolidare il lavoro svolto durante le sedute».

L’importante è rivolgersi a professionisti sanitari qualificati, in particolare a fisioterapisti con una formazione specifica nell’utilizzo di questo metodo in ambito riabilitativo. Prima di iniziare, è quindi utile verificare la preparazione di chi conduce le sedute e capire se il programma prevede una valutazione iniziale, esercizi personalizzati e un’adeguata supervisione. La definizione “Pilates clinico”, da sola, non garantisce infatti che l’attività sia inserita in un percorso riabilitativo: ciò che conta è la competenza del professionista e la capacità di adattare il lavoro alle condizioni individuali.