È una questione di sopravvivenza: il nostro cervello si è evoluto con l’obiettivo di conservare la specie. Di fronte a una potenziale minaccia, l’amigdala, l’area più primitiva del nostro organo cerebrale, si attiva e invia all’ipotalamo, incaricato di regolare sonno, desiderio sessuale e alimentazione, un segnale. Impulso che, attraverso l’ipofisi, giunge fino alle ghiandole surrenali, a loro volta stimolate a liberare adrenalina, noradrenalina e cortisolo, gli ormoni che preparano il corpo a un’azione rapida e forniscono energia a lungo termine.
È la condizione di stress fisiologico, quel fight or flight che, sotto la spinta della paura e della sua emozione consorella, cioè l’ansia, ci permette di reagire. Come spiega Sara Teller, neuroscienziata e insegnante di yoga, coautrice del libro La neuroscienza della felicità (Vallardi): «È un meccanismo di adattamento che provoca un incremento dell’attività mentale, finalizzato a scegliere la migliore soluzione a eventuali sfide, aumentando capacità e velocità decisionali».
Questa condizione, però, nei nostri tempi 2.0, è diventata spesso una compagna indesiderata e che genera una costante inquietudine: quando temiamo di non avere le risorse per affrontare una determinata situazione ci sentiamo “minacciati” e, di conseguenza, diventiamo ansiosi. Addirittura si stima che il 98% dei compiti che generano stress facciano parte della nostra quotidianità.
Aggiungiamo uno stile di vita all’insegna del multitasking ed ecco che si rincara la dose. “Ci viene l’ansia” quando temiamo di non riuscire a rispettare le consegne di un incarico, siamo turbati dopo una discussione di coppia, viviamo una condizione lavorativa precaria, siamo preoccupati per la nostra salute o quella dei nostri cari.
«In presenza di stati ansiosi, la parte razionale del cervello (la corteccia cerebrale) perde il controllo su quella emotiva (l’amigdala), col risultato che confondiamo la nozione di cosa sia giusto e ci convenga fare, fatichiamo a prendere decisioni, a ragionare considerando più punti di vista, a prestare attenzione, a organizzare gli impegni giornalieri, a risolvere problemi... fra cui quello dell’ansia stessa», osserva nel suo libro.
«Quando ne soffriamo, predomina la paura, emozione che influenzerà ogni nostra scelta, spingendoci a cercare soddisfazioni a breve termine, motivate per lo più dalla ricerca del piacere immediato o dal bisogno di eludere il dolore». Come uscirne? Sfruttando la neuroplasticità dei nostri neuroni che, fortuna per noi, sono in costante cambiamento.
Contro l'ansia attiva nuove connessioni
«Quello che ci distingue come individui è proprio la possibilità di modificare il nostro cervello a qualsiasi età, di continuare a plasmarlo e di imparare nuove cose», scrive la neuroscienziata. Grazie alla sua capacità di creare nuove connessioni neuronali, di rafforzare quelle che utilizziamo di più e di indebolire quelle inutili o meno sfruttate.
Questa complessa rete di neuroni per il 40% dipende dai nostri geni ma, per il resto, si forma sulla base delle esperienze, delle influenze e delle relazioni sociali e culturali, insomma del nostro vissuto. Ed è qui che torna in gioco la sopravvivenza: «Il nostro organo cerebrale però è pigro: tende a evitare compiti che gli costano lavoro e a utilizzare percorsi già battuti. Perciò, visto che interpreta come reale qualsiasi nostro pensiero, se pensiamo in continuazione la stessa cosa o nello stesso modo, si attiveranno sempre gli stessi neuroni, rafforzando le rispettive connessioni», puntualizza nel suo libro Sara Teller.
È quello che succede quando reiteriamo i pensieri negativi o ricadiamo in comportamenti che generano nervosismo e preoccupazione: «Costringiamo il corpo a reagire fisiologicamente come se fossimo minacciati di continuo», scrive l’esperta. Il suo consiglio come “pronto soccorso” antiansia, nell’immediato: «Ogni volta che sentite la tensione prendere il sopravvento, pensate a un paesaggio che vi susciti calma e benessere, oppure visualizzate l’immagine di una persona che amate o di qualcosa che vi tranquillizzi. Il cervello, incapace di distinguere fra realtà e immaginazione, penserà che sia reale, di conseguenza il sistema nervoso inizierà subito a rilassarsi».
Allenati per cancellare i pensieri negativi
L’istinto di sopravvivenza spinge il nostro organo cerebrale ad attivarsi, in ogni momento, per normalizzare la situazione e uscire da una condizione negativa, il rischio però è di vivere «con il pilota automatico, replicando sempre le stesse azioni e gli stessi pensieri che, a prima vista, vi sono stati utili. A meno che, a un certo punto, non facciate uno sforzo per cambiare», sottolinea l’autrice nelle sue pagine.
Secondo alcuni ricercatori solo il 5% della mente è cosciente di come agiamo, mentre il restante 95% è diretto da automatismi inconsci, atti involontari, condotte irriflesse e reazioni emotive dettate dall’istinto. Dobbiamo quindi fare “uno switch” e il primo step è avere consapevolezza di quali abitudini o impulsi mentali ci stanno limitando la vita e poi, grazie alla neuroplasticità dei nostri neuroni, provare a sostituirli con altri che siano realmente vantaggiosi.
Dobbiamo pensare al cervello come un muscolo del corpo e allenarlo di conseguenza. Certo, servono ripetizioni e costanza, come sottolinea l’esperta: «Da studi recenti è emerso che per stabilire una nuova abitudine si impiegano in media sessantasei giorni. Vedetela così, modificare pensieri e stile di vita è questione di pratica, di lavoro, di acquisire nuove capacità».
Ci viene in aiuto anche la meditazione che, rilassando la mente, dà modo al cervello di ricaricarsi. Meditare crea le condizioni che permettono all’attività cerebrale di circolare liberamente fra aree molto distanti fra loro, potenziando quello che viene definito pensiero associativo e generando nuove idee. Saremo così più presenti, capaci di focalizzare la nostra attenzione e motivati al cambiamento, riducendo nello stesso tempo il rischio di cadere in loop mentali, soprattutto se negativi.
Parlati bene e ti sentirai bene
È questo lo slogan di Sara Teller per sottolineare quanto le parole che utilizziamo influiscano sul nostro stato d’animo: «Quando una persona dice “non mi sento capace”, sta rappresentandosene un’immagine mentale, o magari, dentro di sé, ha una voce che glielo ripete», finendo così per esserne condizionata.
Al contrario motivarsi con frasi positive è un punto a favore della neuroplasticità, aiuta ad affrontare le situazioni che provocano tensione emotiva e mette nella condizione di modificare l’approccio alla vita. Attenzione però: secondo gli esperti della PNL, la programmazione neurolinguistica, che ha come obiettivo il cambiamento dei pensieri e dei comportamenti delle persone, variandone lo schema mentale ed emotivo, modificare il linguaggio non basta per mettere in discussione le nostre credenze più radicate, frutto del passato e dei condizionamenti familiari e sociali, o il modo in cui rappresentiamo il mondo nella nostra testa.
«Potrete pure ripetervi ogni mattina allo specchio “ce la posso fare, sono una potenza”, ma se sotto sotto non ci credete veramente, e non lo “visualizzate”, è logico che non confiderete in ciò che dite e vi sentirete frustrati», conferma l’esperta. «Il cambiamento nel linguaggio deve estendersi e accompagnarsi anche agli altri due livelli, convinzioni e immaginazione (o voce interiore)».
Per arrivarci, meglio guardarsi “in prospettiva”, puntando su quello che potrebbe essere alla nostra portata, come continua la neuroscienziata nel suo libro: «Dirsi “un giorno riuscirò a sconfiggere l’ansia” o “ho le potenzialità per riuscire bene in ciò che faccio” è molto meglio che raccontarsi cose esagerate a cui si finisce per non credere, come “posso riuscire in qualsiasi cosa” o “sono la migliore”». Cambiare punto di vista, aiuta anche quando soffriamo di bassa autostima, quel non sentirsi all’altezza che può generare ansia e il rischio di isolamento sociale.
Il cambiamento antistress
Per introdurre nuove abitudini antiansia, partiamo dal nostro quotidiano con una pratica di buon senso, ribadita dalla neuroscienziata: cominciare con piccoli passi. «Ponetevi obiettivi alla vostra portata. Portare a compimento è sempre la parte più difficile. Se il vostro scopo è fare attività sportiva, sono meglio quindici minuti ogni giorno, piuttosto che cominciare subito con una lezione di un’ora e mezza ogni settimana», scrive nel suo libro.
Suggerendo anche di non farsi guidare dalla paura: il “voglio smettere di mangiucchiare fra un pasto e l’altro, altrimenti ingrasso”, ha un effetto temporaneo, limitato alla spinta emotiva. Un altro suo consiglio è quello di sfruttare lo stimolo sociale, cioè seguire i buoni esempi e condividere i propri successi, un modo anche per ottenere quell’approvazione altrui che varrà come ulteriore stimolo.
Non solo, la neuroscienziata esorta poi a premiarsi con gratificazioni immediate: «Non c’è nulla di male nel fatto che il cervello si lasci attrarre dalle ricompense istantanee. L’avvenire è incerto: prediligete ciò che è sicuro ora. Alcuni studi dimostrano che, se ci si premia quando stiamo assumendo nuove abitudini, soprattutto agli inizi, l’effetto dura almeno sei mesi. Questo perché tendiamo a ripetere qualsiasi cosa ci dia piacere».
Domandare anziché affermare
Quando ci sentiamo “minacciati” da una situazione o da un compito e reagiamo diventando ansiosi, evitiamo affermazioni o negazioni lapidarie come “è tremendo soffrire d’ansia” o “sono incapace”.
«Prestate attenzione a cosa vi dite, non bisogna essere troppo categorici con se stessi. Potreste invece chiedervi: “come posso riuscire a superare lo stress?” oppure “come posso farlo meglio la prossima volta?”», sostiene Sara Teller.
«Il nostro cervello non ama la mancanza di controllo e sente sempre il bisogno di trovare una soluzione; non vede l’ora di rispondere alle domande che gli facciamo e di industriarsi per trovare una risposta».
Non sappiamo cosa chiedere a noi stessi? Pensiamo alle domande che faremmo a un amico per aiutarlo a migliorare la sua situazione: cambiando prospettiva la mente si aprirà alla ricerca di strategie risolutive.
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