Essere all’antica permette di vivere meglio il presente

Spesso confuso con abitudini, gusti e atteggiamenti démodé, essere all’antica è in realtà una scelta anticonformista, che va oltre le tendenze e ci proietta in un futuro calibrato su noi stessi



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Quante volte di qualcuno hai pensato: che tipo all'antica... O forse tu stesso ti senti un po' all'antica... Un intimo modo di essere, che in realtà è tutt'altro che sinonimo di anacronistico e retrogrado. Ne abbiamo parlato con Duccio Demetrio, filosofo e fondatore della Libera Università dell'Autobiografia ad Anghiari (Arezzo), autore di All’antica. Una maniera d’esistere (Raffaello Cortina Editore), libro in cui restituisce valore a questa scelta di vita.

«Questo libro non è una difesa del passato tout court», dice l’autore. «Non si tratta di salire su una ingegnosa macchina del tempo, su un apparecchio destinato ad andare soltanto a ritroso. Ho tentato, invece, di dimostrare come l’essere all’antica è un insieme di qualità, tendenze, virtù e ideali che possono farci vivere meglio il presente, nel tentativo di migliorare molte cose della nostra tormentata contemporaneità».


Professore, perché la definizione “essere all’antica” non è sempre elogiativa?

«Si tende a incasellare l’antico in una categoria solo temporale. Come se questa parola evocasse persone, gusti, mentalità, abbigliamento, stili di vita ma anche luoghi, tradizioni e consuetudini che non sono al passo coi tempi. Alla base di questo pregiudizio c’è l’idea di concepire il progresso come annientamento di tutto quanto rinvii alle memorie umane, ambientali, intellettuali. Ma non è così».


Lei cosa intende con quest’espressione?

«Essere all’antica è una maniera d’esistere, che coltiviamo dentro di noi e nella quale ci riconosciamo. Si tratta di una scelta di vita volontaria e consapevole, che nasce da una domanda: “Quanto del passato (proprio e collettivo) vorrei che rimanesse nel presente?” rispetto ai modi di pensare, agire, cambiare ecc. L’antico, dunque, ha una valenza simbolica e mira a riproporre ideali e pregi che sono stati vissuti ma anche narrati, coltivati o raffigurati nel passato da chi ci ha preceduto: penso alla bellezza, all’idealità, alla discrezione, alla generosità, alla nobiltà d’animo e al rispetto degli altri, per esempio. Tutti valori che, se vengono coltivati e diffusi, rappresentano un avanzamento, non una regressione del presente».


L’antico, quindi, ha un potere rigenerante?

«Esatto, è così. Coltivare le memorie personali e storiche ci permette di avere un punto di vista morale rispetto a ciò che dell’oggi non vogliamo accettare e non ci piace. Ci salva da un presente insaziabile e distruttivo come è il nostro. È un baluardo contro il “qui e ora”, “subito”, “non c’è tempo” dell’epoca attuale che ci spingono a scordare il più velocemente possibile che cosa abbiamo fatto, detto, desiderato, amato e perso il giorno prima, se non un’ora prima. È quel vivere attimo dopo attimo, che cancella le nostre radici e ci nega».


Si diventa o si è all’antica?

«L’antico che c’è dentro di noi è un sentimento del tempo vissuto, quello interiore, che non può essere incasellato in un’età definita e descrivibile. È uno stato d’animo, relativo e soggettivo, che parte da una vocazione a conservare nella memoria tutto ciò che ha contrassegnato la nostra vita. Una specie di sensibilità. Innata, certo. Ma che ha bisogno di nutrimento per crescere: meditazione, tempo, calma. Così non si disperdono i nostri vissuti, giorno dopo giorno».


Quali sono i benefici?

«La voce del richiamo della memoria dentro ognuno di noi è costante e illimitata. Segreta e irraggiungibile. Il ricordare, il voltarsi ogni tanto indietro per fare un bilancio del cammino trascorso diventa cura di noi stessi; se siamo consapevoli della nostra storia, affrontiamo con più coraggio e resistenza le difficoltà che l’esistenza ci pone davanti. In un certo senso, ci rende capaci di trasformare quanto la vita ci ha concesso come occasioni per migliorarci. Questo rappresenta un bene durevole e inestimabile, che non ci abbandona mai».


Perché?

«A differenza del presente e del futuro, l’antico ci consente di vivere il primo con maggiore accortezza e il secondo con buona lungimiranza e apertura. È nel passato, infatti, che ogni nostro progetto può trovare i suoi semi, gli esempi migliori da seguire, quelli peggiori da non ripetere – ma da non dimenticare. È nel passato che troviamo quell’incoraggiamento che ci permette di accettare gradualmente chi non potremo più essere o diventare; chi non potremo mai più rivedere e abbracciare; chi non potremo ringraziare. In fondo, il passato è indiviso, tra il bene e il male accadutoci, tra le felicità e il dolore attraversati, che scegliamo di custodire come forza introvabile altrove. Per me, è un antidoto contro il mal di vivere».


Che differenza c’è tra nostalgia e pensare all’antica?

«La nostalgia è un sentimento paralizzante, ci immobilizza su trascorsi che è impossibile far tornare; il pensare all’antica è dinamico. Ci dà la forza di andare avanti. Conservare traccia di ciò che abbiamo fatto, pensato o solo sognato ci permette d’incanalare questi frammenti di vita in una narrazione. Io ho fatto questo o quello perché sono stato fedele (o infedele) alla mia storia personale. Non ci salviamo, infatti, cancellando la fonte dei nostri sbagli o successi!».


Come definirebbe una persona all’antica?

«Uomini e donne “dabbene” e cioè di cui potersi fidare, come descriveva due secoli fa Giacomo Leopardi nelle Operette morali le persone all’antica del suo tempo. È una filosofia di vita che si manifesta nella vita quotidiana, nel passare il tempo in un certo modo – in questo caso sì, ben vengano le passioni antiche come la lettura, la scrittura, le passeggiate nella natura – e nell’essere in un certo modo: gentili, affidabili, credibili, coerenti, autorevoli, ottimisti, discreti, generosi e nobili d’animo. Oggi si è, dunque, all’antica quando ci si trova a ribadire e a diffondere con l’esempio quotidiano tali comportamenti e ideali (giustizia, solidarietà, pace ecc.), anche in aperta controtendenza rispetto a quelli oggi prevalenti».


C’è altro?

«Gli uomini e le donne all’antica sono attenti anche agli altri, nel vero senso della parola. Non sono chiusi al mondo, ma entrano con entusiasmo nel mondo per il piacere (e non per bisogno) di stare insieme. Ascoltano il prossimo e lo rispettano, in memoria anche della loro storia personale».


L’essere all’antica ci può salvare dallo sbandamento collettivo da pandemia?

«La violenta apparizione del Coronavirus ha mostrato a molti cos’è una tempesta da smarrimento esistenziale, proprio per l’incapacità di tollerare ansie e angosce scatenate dal rifiuto di tutto ciò che non sia temporaneo e fugace. Questa oppressione ci ha indotto a ricordare con nostalgia giorni migliori che non torneranno più. Ma anche a valorizzare il passato come base rassicurante per il presente».




Per diventare all'antica scrivi ciò che ti succede

Che sia un diario o qualche annotazione sparsa, che si tratti di un evento speciale o d’ordinaria quotidianità, non fa differenza. Per avvicinarsi alla sensibilità all’antica, Duccio Demetrio consiglia di scrivere di noi stessi. «Per prenderci cura dei nostri trascorsi, difenderli dall’incuria del tempo e creare la nostra storia personale», specifica. «Quella che corrisponde alla verità: non tanto del fatto in sé, ma di quanto con sincerità “crediamo” di aver realmente vissuto e non inventato». La scrittura autobiografica è uno specchio di noi, insomma».



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Articolo pubblicato sul n. 5 di Starbene in edicola e nella app dal 13 aprile 2021










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