Come il cervello costruisce le emozioni: il segreto per gestirle
La mente e il cuore comunicano sempre e creano il nostro paesaggio sentimentale, dai primi giorni di vita alla vecchiaia. Una neuroscienziata ci propone un modo pragmatico per fare scelte “razionalmente passionali”

Le emozioni sono il tessuto che intreccia ogni aspetto della vita umana. Ci guidano, ci ispirano, ci definiscono, spesso ci tormentano, senza tregua, dalla nascita alla fine dei nostri giorni. Però ci limitiamo ad accoglierle per come sono, credendo che il sentire ci spinga verso scelte dettate dal cuore e il ragionare verso quelle ispirate dal cervello. Peccato che questo sia più un luogo comune che una verità scientifica, e lo dimostra l’analisi trattata nel libro Quando il cervello si emoziona (Rizzoli), dove la neuroscienziata Daniela Perani ci porta a comprendere che, invece, l’intelletto è parte attiva dell’emotività e che conviene sfruttare il complesso rapporto tra mente e istinto, tra razionalità e passione, per vivere meglio.
Dottoressa Perani, che nesso c’è tra cervello ed emozioni?
«La scienza, in particolare la neuroscienza, ha provato – usando anche tecniche di neuroimmagini – che le emozioni altro non sono che un’elaborazione del nostro cervello, come aveva già intuito nell’antichità Ippocrate, il padre della medicina. Lui stesso scriveva che con il cervello “vediamo e sentiamo, distinguiamo il brutto e il bello, tra ciò che è piacevole e spiacevole e tra il bene e il male”».
Come si sviluppa questa genesi?
«Le emozioni le generiamo noi, gli stimoli esterni (attraverso vista, udito, tatto, gusto, olfatto) le attivano. Originano un circuito del cervello, il sottocorticale, detto circuito limbico. Grazie a queste strutture nervose situate al di sotto della corteccia cerebrale, proviamo le emozioni di base (paura, rabbia e disgusto) che ci hanno consentito nei millenni di sopravvivere.
In aggiunta, noi umani, avendo molta più corteccia cerebrale degli animali, possiamo sperimentare una gamma infinita di sfumature emotive, come l’ansia, la gioia, l’odio, la vergogna e via dicendo. C’è, in ogni caso, un’interazione tra materia grigia e sensibilità, ed è per tale ragione che parlo di “cervello emotivo”».
Come funziona?
«Sulla base di quello che stiamo vivendo, il cervello non solo produce le emozioni ma anche le definisce e le controlla. Questo scambio tra corpo e mente è bidirezionale, e lo dimostro ora con un esempio: se sentiamo un boato, la nostra prima reazione è scappare, metterci in salvo.
La risposta naturale arriva al cervello attraverso le vie sensoriali (l’udito), quindi s’attiva il sistema nervoso autonomo che produce cambiamenti fisici tipici della paura (aumento del battito cardiaco e della tensione muscolare, respirazione accelerata) ma siffatti segnali da soli non bastano a determinare la sensazione provata. Pertanto, ci vuole l’interpretazione cognitiva (operata dalla corteccia cerebrale) che dà significato all’attivazione fisiologica (scappo perché ho paura) in base alla situazione in cui ci si trova».
Tutti i sentimenti “colpiscono” il cervello?
«Sì, e più sono complessi – come l’invidia, il senso di colpa, la gelosia ma pure l’imbarazzo o la tenerezza – più richiedono l’intervento della corteccia cerebrale. Per essere precisi ci sono due vie corticali che entrano in azione. Una bassa, veloce, che ci fa reagire immediatamente e una alta, più lenta, che ci fa capire meglio che tipo di emozione stiamo vivendo e come ci dobbiamo comportare, se dobbiamo agire o meno per controllare certe situazioni.
Questo compito lo attua prevalentemente il lobo frontale, e opera a modo di guida: ci aiuta a valutare rapidamente le opzioni, anticipando le conseguenze e pilotandoci verso la scelta della possibilità migliore. Avviene, comunque, al di fuori della nostra consapevolezza cosciente ma è essenziale per prendere decisioni efficaci».
Il meccanismo ha delle variabili?
«Le emozioni primarie sono innate e uguali per tutti, in qualsiasi parte del mondo e in qualsiasi razza. Quelle complesse possono essere diverse, da persona a persona e, qui, incide molto anche il livello intellettivo di ciascuno, il grado di cultura, l’ambiente sociale, le esperienze passate... Lo stesso libro, lo stesso film, lo stesso viaggio e via dicendo possono suscitare interesse in un individuo, una grande noia in un altro!».
Lo scenario emotivo cambia anche con l’età, dice...
«Eccome, e sapere come funziona il cervello emotivo nelle varie fasi della vita si rivela un grande supporto di conoscenza di noi stessi e di chi abbiamo di fronte. Nella prima infanzia, osservare le smorfie facciali (il primo canale di comunicazione emotiva) di un neonato ci fa capire cosa sta provando; lo stesso bambino, crescendo, apprenderà dalle nostre espressioni del viso e del corpo se sta facendo bene oppure no.
Mettiamo, poi, il caso di un adolescente, con i suoi comportamenti di frequente scomposti, eccessivi che ci lasciano a bocca aperta. Sono gesti, atteggiamenti che non vengono dal nulla, ma dalla parte prefrontale ancora acerba: quindi, diventa difficile per lui controllare le manifestazioni di frustrazione, rabbia o impulsività. Detto ciò, in tante situazioni è preferibile non stupirsi troppo e aspettare il momento in cui, con un cervello emotivo maturo, si metterà a posto».
E da adulti?
«Il sistema emotivo cerebrale è ormai completo, pertanto abbiamo un controllo superiore. Non cambiano le sensazioni, le passioni, i turbamenti ma, rispetto a prima, le dosiamo con pacatezza. Anche perché il nostro bagaglio emotivo è ricco, ha tanti strumenti che sappiamo padroneggiare a favore di una maggiore presenza di spirito.
Ovviamente, poi, più scorre il tempo più cresce la calma interiore, fino ad arrivare alla vecchiaia, dove vince quel fenomeno di regolazione chiamato “semplificazione del ricordo”: ossia, un dispositivo neurale che immerge l’anziano in una dimensione spesso nostalgica, che non è necessariamente negativa. Anzi, emergono i flashback positivi, quelli brutti tendono a essere dimenticati. Una scorciatoia emozionale che ci dà la possibilità di attraversare con serenità gli ultimi scampoli di vita».
Si può credere nella possibilità di avere una vita emotiva feconda ma equilibrata?
«È il fine di questo libro, l’ho scritto per dimostrare che il cervello va fatto lavorare, perché la razionalità può contribuire a dare ordine all’emotività e, dunque, a migliorare il benessere psicofisico. Basta vedere il risultato di tecniche di psicologia comportamentale come la mindfulness, il trainging autogeno e lo yoga, con il loro effetto lenitivo su ansia cronica e stress post traumatico».
Uomini e donne, meccanismi d'azione uguali
Emotive le donne, logici gli uomini. Questo stereotipo ha qualche fondo di verità? «I meccanismi d’azione del cervello di un maschio e quello di una femmina, pur nelle loro differenze strutturali, sono gli stessi», risponde la neuroscienzata Daniela Perani. «A cambiare è la modulazione emotiva tra i due sessi, rivelano alcuni test con la risonanza magnetica.
Per esempio, sentendo il pianto o la risata di un bambino, lei, dal punto di vista fisiologico, è più reattiva di lui. Anche se la manifestazione della sensazione può cambiare a seconda dei fattori sociali o dell’educazione. Allo stesso modo, l’ansia femminile è preminente su certi aspetti della vita familiare mentre i maschi sono portati a nascondere le loro emozioni, pur percependole».
