A volte può succedere di guardarsi allo specchio in palestra e vedere solo difetti, nonostante i mesi di allenamento e i complimenti degli altri. Quello che potrebbe sembrare un eccesso di perfezionismo ha spesso un nome preciso: body dysmorphia.
Non si tratta di semplice vanità, ma di una vera e propria dissociazione tra l'immagine reale e quella percepita. Se ci guardiamo intorno, siamo costantemente bombardati da modelli irreali. Basti pensare che, secondo recenti studi psicologici, l'esposizione prolungata ai social media aumenta del 40% il rischio di insoddisfazione corporea tra i giovani.
Insomma, il confine tra volersi migliorare e non sentirsi mai abbastanza è diventato sottilissimo. In questa intervista la psicologa Alessia Cipriano ci guida alla scoperta dei campanelli d'allarme da non ignorare. Scopriamo come abitare di nuovo il nostro corpo, passando dall'estetica alla sensazione, per trasformare lo specchio da giudice severo a semplice strumento tecnico.
In un contesto dove la performance fisica è centrale, il semplice desiderio di migliorarsi quando si trasforma in body dysmorphia?
«Il desiderio di migliorarsi è sano. Il campanello d'allarme arriva quando il miglioramento non basta mai. Quando raggiungi un obiettivo e invece di sentirti soddisfatto, sposti subito l'asticella più in alto. Quando quello che vedi allo specchio non corrisponde a ciò che vedono gli altri e non riesci a crederci quando te lo dicono. La body dysmorphia non riguarda solo gli atleti ma chiunque: uomini, donne, persone che si allenano e persone che non mettono piede in palestra. È una percezione distorta e persistente di difetti che gli altri non notano o considerano minimi.
È quando il pensiero sul proprio corpo diventa invasivo, occupa ore della giornata, condiziona le scelte, cosa indosso, se esco, se mi faccio vedere. C'è un aspetto importante: chi ne soffre spesso non sta sul piano della realtà. Guarda lo specchio e vede qualcosa di diverso da quello che c'è. È una vera e propria dissociazione tra l'immagine percepita e quella reale e questo genera una sofferenza profonda.
Non ci si confronta più solo con le persone che si incontrano, ci si confronta con migliaia di immagini filtrate, corpi modificati, standard impossibili presentati come normali. Il rischio è particolarmente alto tra i più giovani. L'adolescenza è una fase in cui l'identità è in costruzione, il corpo cambia rapidamente, e il bisogno di appartenenza e accettazione sociale è fortissimo. Gli adolescenti sono più permeabili, perché assorbono messaggi, modelli, standard senza avere ancora gli strumenti critici per filtrarli».
Quali sono i primi segnali psicologici che un atleta o un appassionato di fitness non dovrebbe ignorare?
«I segnali da notare vanno oltre il fitness. Riguardano chiunque abbia un rapporto complicato con il proprio corpo e i genitori, gli insegnanti e gli allenatori dovrebbero conoscerli, perché spesso i primi segnali compaiono in adolescenza. Il primo è quando il controllo diventa ossessione. Specchiarsi di continuo, pesarsi più volte al giorno, misurare parti del corpo, fotografarsi per confrontare.
Un segnale importante è il rapporto con il cibo che cambia. L'ortoressia, l'ossessione per il cibo "sano" che diventa rigidità estrema, è sempre più diffusa, anche tra giovanissimi. Non si tratta solo di una scelta alimentare, è un sistema di regole che genera ansia se viene infranto. Si evitano situazioni sociali per paura di non poter controllare cosa si mangia. Il cibo smette di essere nutrimento e diventa fonte di stress.
Ma non c'è solo l'ortoressia: in contesti dove la performance è centrale - sport, fitness, ma anche danza, ginnastica, sport estetici - possono svilupparsi veri e propri disturbi alimentari. Restrizione per "essere più leggeri", abbuffate seguite da compensazioni, uso di integratori o sostanze per modificare il corpo più velocemente. E quando questo accade in adolescenza, le conseguenze possono essere più serie, sia sul corpo che sulla mente in sviluppo».
Quando lo specchio in palestra smette di essere un aiuto tecnico per diventare un trigger d'ansia?
«Lo specchio in palestra ha una funzione precisa: controllare la postura, verificare l'esecuzione di un movimento. È uno strumento tecnico. Il problema nasce quando lo specchio smette di essere un feedback sul gesto e diventa un giudice dell'aspetto. Quando invece di guardare se il movimento è corretto, si guarda se il muscolo è abbastanza grande, se il grasso è troppo visibile, se si è "all'altezza" degli altri in sala.
Ma c'è qualcosa di più sottile che accade. Per alcune persone, lo specchio non restituisce la realtà. Restituisce una versione distorta, filtrata dalla mente. E più si guarda, più ci si convince che quella versione distorta sia quella vera. Oggi questo è amplificato, perché non c'è solo lo specchio della palestra, c'è lo specchio dello smartphone, i selfie, le foto che si scattano e si cancellano perché "non vengono bene", i filtri che mostrano come si potrebbe essere.
È un controllo continuo che non rassicura mai, anzi alimenta l'insoddisfazione. Lo specchio diventa un trigger quando genera più ansia di quanta ne risolva. Quando non si riesce a distogliere lo sguardo. Quando si esce dalla palestra sentendosi peggio di quando si è entrati, non per la fatica, ma per quello che si è visto riflesso. O meglio, per quello che si è creduto di vedere».
Come si può rieducare a vivere il rapporto con lo specchio in palestra in modo funzionale?
«Il corpo non è solo qualcosa da guardare. È qualcosa da abitare, da sentire dall'interno. Un primo passo può essere spostare l'attenzione da "come mi vedo" a "come mi sento". Durante l'esercizio, concentrarsi sulle sensazioni: il muscolo che lavora, il respiro, l'equilibrio, la fatica. Questo vale in palestra ma anche fuori.
Imparare a fidarsi delle sensazioni interne: la fame, la sazietà, l'energia, la stanchezza, invece di affidarsi solo al controllo visivo o ai numeri sulla bilancia. In un'epoca in cui tutto si traccia, si misura, si quantifica, recuperare il contatto con le sensazioni del corpo è quasi un atto controcorrente. Con gli adolescenti questo lavoro è particolarmente importante, aiutandoli a sviluppare un rapporto con il corpo basato su quello che possono fare, non solo su come appaiono.
Può essere utile, in alcuni momenti, allenarsi senza guardarsi. Non per evitare ma per sperimentare, fidandosi del corpo invece di controllarlo continuamente. Un altro aspetto è ridefinire cosa significa "stare bene". Non un numero, non una forma, non un'immagine da postare, ma come ci si sente nella propria pelle, quanta energia si ha, come si dorme, come si sta nelle relazioni. Spostare il focus dalla performance all'esperienza».
Spesso la body dysmorphia viene alimentata dal confronto con modelli irreali sui social. In che misura l'ambiente della palestra può agire come "cassa di risonanza" per queste insicurezze?
«La palestra può diventare un ambiente difficile per chi già fatica con la propria immagine corporea. Specchi ovunque, corpi esposti, una cultura che spesso premia l'estetica più della salute. Ma il problema oggi è che la palestra non è più solo un luogo fisico, è anche uno spazio digitale.
Si entra in palestra dopo aver scrollato profili di fitness influencer con corpi impossibili. Si esce e si confrontano le proprie foto con quelle filtrate, studiate, spesso ritoccate che popolano i feed. Diete estreme, allenamenti eccessivi, uso di sostanze, tutto per avvicinarsi a un ideale che non esiste nella realtà. E quando la performance diventa l'unico valore, il rischio di sviluppare un rapporto disfunzionale con il cibo aumenta. Non si mangia per nutrirsi, si mangia per performare».
Cosa possono fare i personal trainer per promuovere una cultura della salute più inclusiva?
«I personal trainer hanno un ruolo importante e ancora di più quando lavorano con i giovani. Non devono diventare psicologi, ma possono fare attenzione al linguaggio che usano, evitare commenti sul peso o sull'aspetto. Non lodare la magrezza o la definizione muscolare come obiettivi in sé, ma valorizzare i progressi funzionali, la forza, la resistenza, la mobilità, come ci si sente, più che quelli estetici.
Se notano che il giovane si allena in modo compulsivo e non è mai soddisfatto, se si accorge che parla del proprio corpo solo in termini negativi, suggerire di parlare con un professionista non è invadenza, è attenzione. Se i giovani sono minorenni, è fondamentale coinvolgere anche i genitori».
Per chi sente che il rapporto con lo specchio in palestra sta diventando tossico, quali strategie pratiche consiglia di adottare?
«Alcune strategie possono aiutare a interrompere il ciclo e valgono per adulti e adolescenti, anche se con i più giovani è importante che ci sia il supporto di un adulto di riferimento. Sicuramente è utile limitare il tempo allo specchio. Darsi una regola: lo specchio serve per controllare il movimento, non per giudicarsi. Suggerisco di ridurre i controlli del peso, provando a farlo solo una volta a settimana. Se ci si misura ossessivamente, mettere via il metro. Se ci si fotografa continuamente per vedere come si sta, fermarsi, perché quei numeri e quelle immagini non dicono nulla di significativo su chi si è.
Fare una "dieta" dai social è importante. Non eliminare tutto, ma diventare consapevoli di cosa si consuma. Smettere di seguire profili che fanno sentire inadeguati, ricordando che quello che si vede online è una selezione, spesso modificata, della realtà. Se le regole alimentari stanno diventando sempre più rigide, se l'ansia aumenta quando non si può controllare cosa si mangia, se si evitano occasioni sociali per questo, se si saltano pasti per "compensare" o ci si abbuffa in segreto, questi sono segnali che meritano attenzione e in adolescenza vanno presi particolarmente sul serio, perché possono evolvere rapidamente.
Infine, parlare con qualcuno. Se il pensiero sul corpo occupa troppo spazio, se genera sofferenza, se quello che si vede allo specchio non corrisponde a quello che gli altri vedono e non ci si riesce a fidare di loro, se il cibo è diventato un nemico può essere utile confrontarsi con un professionista della salute mentale. Non perché ci sia qualcosa di "sbagliato", ma perché certe fatiche non vanno affrontate da soli».
Fai la tua domanda ai nostri esperti
