Autoironia: perché chi sa ridere di sé vive meglio

Preziosa risorsa emotiva, alleggerisce la vita, ci aiuta nelle relazioni sociali e a gestire lo stress. Ma attenzione a non trasformarla in auto-svalutazione



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È un’arte che può cambiare la vita. Non si tratta semplicemente dell’attitudine a non prendersi troppo sul serio o di puro umorismo: l’autoironia è la capacità di alleggerire i propri difetti e trasformarli in punti di forza.

Funziona come un “cuscinetto emotivo”: riduce l’ansia, crea empatia e rende più flessibili mentalmente. Ma, come ogni strumento psicologico, può diventare un’arma a doppio taglio se usata per svalutarsi o per nascondere fragilità.

Ne abbiamo parlato con Lara Pelagotti, psicologa e psicoterapeuta che si occupa di psicologia clinica e formazione, e che attraverso la sua attività divulgativa online racconta in modo chiaro e accessibile i meccanismi della mente. Con l’esperta abbiamo approfondito i benefici di questa preziosa risorsa emotiva, i rischi e le strategie per coltivarla nella vita quotidiana.


Cos’è, secondo lei, l’autoironia?

«Più intima dell’ironia, il ridere cioè delle cose del mondo, quella rivolta verso noi stessi ci mostra i nostri limiti e consente di riderci sopra. Non è solo scherzare di sé, ma condividere ciò che ci rende imperfetti».


Quali benefici psicologici può avere?

«È un grande strumento di forza interiore. Chi è autoironico ha un’autostima stabile e riesce a ridere dei propri difetti senza crollare. L’autoironia riduce l’ansia, crea risonanza con gli altri e può essere persino curativa. In terapia, la considero un segnale di guarigione».


Si nasce autoironici o si può imparare?

«Alcuni hanno una predisposizione naturale, ma si può coltivare. Non è una capacità che si sviluppa nei primi anni di vita, ma crescendo sì. Molto dipende anche dall’ambiente: vivere in famiglie o contesti sociali che sdrammatizzano aiuta. Se i genitori mostrano autoironia, i figli imparano ad affrontare meglio errori e difetti: è una forma di resilienza che si trasmette con l’esempio. Ma ci sono anche esercizi psicologici che aiutano a ridimensionare i pensieri e ad alleggerirli, favorendo l’autoironia».


Le nuove generazioni sono più o meno autoironiche?

«Non è tanto un discorso generazionale, quanto di modalità, che sono diverse. Oggi l’autoironia viaggia molto sui social: è più diffusa, ma anche meno intima. A volte rischia di trasformarsi in autosvalutazione, usata per ottenere approvazione».


Qual è allora il confine con l’autodenigrazione?

«L’autoironia sana alleggerisce e crea legami, quella negativa svaluta e diventa continua. Se ci si prende sempre in giro senza valorizzarsi, non è più una risorsa ma un sabotaggio di se stessi».


In quali contesti è più utile?

«In tutti, purché calibrata. Nelle relazioni scioglie tensioni, sul lavoro rende più umani. Ma serve intelligenza emotiva: non tutte le situazioni o le persone sono pronti a coglierla e accettarla. In alcuni casi può apparire come superficialità».


Può avere dei rischi?

«Sì, se diventa una maschera per nascondere problemi o un modo per evitare di affrontarli. Oppure se è mal interpretata: a volte viene scambiata per debolezza».


Ci sono differenze culturali legate all’autoironia?

«Sì. Le culture mediterranee sono più propense all’autoironia, mentre in Asia prevale la serietà. In Gran Bretagna è più sottile e sarcastica. Quello che diverte in un Paese può non essere capito in un altro».


Un consiglio a chi vuole coltivarla?

«Imparare a ridimensionare i propri pensieri: non tutto ciò che pensiamo è vero. Raccontarsi le paure come fossero storie aiuta a prenderne distanza. E soprattutto allenarsi con persone di fiducia: ridere di sé insieme agli altri è il modo migliore per farlo con leggerezza».



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