Sarà ansia, depressione o stress? Come distinguerli e guarire

C’è chi reagisce ai periodi peggiori consumandosi come una candela. Chi, invece, vive in uno stato d’allarme, come se fosse in guerra con la vita. E poi c’è la grande malattia, che toglie ogni volontà e piacere del bello. Un famoso psichiatra ci insegna a distinguere questi tre stati della mente e a guarirli. A prova di ricadute



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La chiamano la tempesta perfetta. È quel periodo, purtroppo a volte lungo, che abbiamo vissuto in tanti, in cui gli avvenimenti negativi si affastellano tutti insieme: il lavoro che va male, un lutto, problemi economici, crisi delle relazioni in famiglia, l’amore che se ne va. Allora lo stress sale a mille e ci può sembrare inarrestabile, con conseguente ansia, a volte seguita da pianto, disperazione. C’è anche chi viene colto da attacchi di panico, si isola, non parla più, non reagisce neanche alle cose belle.

La domanda cruciale in questi casi è: al di là del momento (le tempeste perfette saranno perfette ma finiscono, prima o poi), questa negatività ci può portare a diventare degli ansiosi cronici oppure ad ammalarci di depressione? I nostri nonni parlavano, in questi casi, di “esaurimento nervoso”: «E avevano ragione, perché è una condizione che esiste, insieme alle altre, che dobbiamo saper distinguere per curare al meglio», commenta il professor Giampaolo Robert Perna, ordinario di psichiatria all’Humanitas University di Milano. Ed è con lui che, in questa intervista, rispondiamo a tutte le domande che ci afferrano alla gola, prima che la barca affondi.


Dunque il “vecchio” esaurimento nervoso esiste, non c’è solo la depressione?

«Sì, lo stress forte e prolungato può portare a un esaurimento fisico e psichico che non è depressione, ma rischia di diventarlo. Però, prima, passa attraverso un particolare tipo di ansia che ti fa reagire peggio alle situazioni che di solito governeresti con fatica, senza ammalarti. A questo livello non è ancora ansia patologica, ma l’esaurimento è secondario a essa, con un calo dell’umore e una sempre minore capacità di reazione. In questa fase ci si può ancora riprendere, se ci si rivolge allo specialista giusto. Diversi studi dimostrano che non pochi esaurimenti reattivi da stress vengono L diagnosticati come depressioni, sbagliando diagnosi e cura.

Quando la vita gioca duro e mette in pericolo il nostro equilibrio, reagiamo inizialmente con ansia, attivando il sistema di difesa dai pericoli, che ci fa stare male, ma ci aiuta ad affrontare al meglio i problemi che ci mettono all'angolo. Se risolviamo le difficoltà che ci hanno stressato, l'ansia scompare e ritroviamo l'equilibrio. Se invece i problemi sono troppo pesanti e irrisolvibili, l'ansia ci esaurisce e andiamo incontro a una fase di demoralizzazione e disperazione. L'esaurimento nervoso mantiene ancora oggi un significato semplice e chiaro, che non deve essere confuso con la depressione patologica».


E quando un esaurimento diventa malattia ansiosa?

«In realtà, quando l'ansia è patologica può portare all'esaurimento. L’ansia patologica, che è distinta dalla depressione, si fonda su tre pilastri. Il primo è la preoccupazione eccessiva unita alla rimuginazione dei pensieri negativi come anticipazione di possibili catastrofi future. Vedi in maniera pessimistica un domani pericoloso ed eccessivamente rischioso rispetto alla realtà.

Secondo pilastro: diventi ipercontrollante di tutto. Terzo: sviluppi un’intolleranza all’incertezza, una maggiore fragilità verso lo stress che normalmente sai gestire. L’ansia, così, diventa generalizzata e patologica. Si tratta di un tipo di ansia che rende le persone più fragili allo stress, al quale possono reagire con fasi depressive».


La depressione, invece?

«Il sintomo fondamentale è la perdita della capacità di provare piacere. Non sento nulla, non percepisco il bello ma neanche reagisco al brutto. Non c’è disperazione (che è ancora una reazione), ma un totale appiattimento delle emozioni: si chiama anedonia. Un altro elemento chiave è la perdita della volontà, con una incapacità di agire».


Ci sono anche altri sintomi?

«Si riducono le capacità cognitive, si hanno difficoltà di memoria, si diventa meno attenti e capaci di concentrarsi. Nell’ansia patologica e nella depressione non curata ci si espone a un maggiore rischio di malattie cardiovascolari, ma possono verificarsi anche effetti sul sistema immunitario, così calano le difese».


Gli attacchi di panico c’entrano?

«Non con la depressione. Si manifestano nelle persone predisposte a un'ansia fisica, che sperimentano vere e proprie esplosioni di angoscia accompagnate dalla sensazione di morte imminente. Piano piano si sviluppa un’ansia anticipatoria (paura della paura) e soprattutto l’agorafobia, che non ti fa più uscire di casa, neanche per vedere gli amici più cari, un gioco sempre in difesa, fatto di continue rinunce, anche sul lavoro. E, a furia di rinunce, l’umore va sempre più giù. Il fatto poi di non voler andare fuori è uno dei sintomi che si confonde spesso con la depressione, che tiene chiusi magari in una stanza ma per mancanza di volontà (niente emozioni), non per paura (emozione)».


Il depresso si lamenta? Chiede aiuto?

«No, è immobile. Sono i familiari che lo portano dal medico. L’ansioso, invece, si aggrappa agli altri, spesso anche troppo, vuole interpellare continuamente il medico o “chi ne sa”, Internet compreso».


Qual è il rischio che corre il medico in questi casi?

«Curare l’ansia oppure l’esaurimento come se fossero depressione. Peggio se l’ansia non si è ancora trasformata in malattia, perché quando la “soffoco” con i farmaci elimino quell’energia residua e positiva che serve per reagire alla situazione. Soffocare un’ansia normale con i farmaci significa boicottare il nostro sistema di difesa mentale, privandoci di quell’energia positiva necessaria per reagire alla situazione. L’ansia è un’amica eccezionale che ci spinge ad agire per stare meglio e, quando è sensata, va rispettata».


Parliamo di cure: all’ansioso si danno le benzodiazepine?

«Le terapie non sono tutte uguali, non esiste la pillola magica per i disturbi d’ansia e ogni situazione ha i suoi farmaci più efficaci. Le benzodiazepine, cioè i medicinali psicotropi (agiscono sul cervello) in pillole o gocce che riducono rapidamente l’ansia, favoriscono il sonno e rilassano i muscoli.

In questi casi si parla spesso del rischio di dipendenza, ma se vengono utilizzate bene sono molecole da non demonizzare. Hanno un senso, per esempio, durante la fase iniziale della cura con i farmaci che agiscono su serotonina e su noradrenalina, generalmente i più efficaci per l'ansia patologica, per contrastare le forti reazioni iniziali che queste terapie comportano».


Mentre per la depressione vincono ancora gli SSRI?

«Gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina rimangono farmaci importanti, ma l’ipotesi serotoninergica della depressione, quella per cui sarebbe favorita da una ridotta attività di questo neurotrasmettitore, non è più così al centro delle cure. Ci sono anche gli SNRI, che bloccano la noradrenalina (così aumentano vigilanza e motivazione).

Sulla carta questi medicinali sembrano tutti uguali, ma non lo sono: ecco perché ogni paziente deve avere “il suo”. E la ricerca in questo campo va avanti: per esempio, uno degli ultimi arrivi è la vortioxetina, che non dà effetti collaterali generali (a parte un po’ di nausea iniziale) e non inibisce le capacità cognitive. Poi va sempre posto un occhio di riguardo alla sessualità, perché gli antidepressivi interferiscono col piacere, la libido e l’orgasmo in modo differente: ne dobbiamo tenere conto, soprattutto nei pazienti più giovani».


Niente ansiolitici nella depressione?

«Certi antidepressivi ci mettono almeno tre settimane ad agire, e non è raro che all’inizio ci si senta peggio per un aumento dell'ansia: in questi casi le benzodiazepine rimettono in forze e coprono il blackout iniziale».


In quanto tempo si sta bene? Si guarisce?

«Oggi non possediamo ancora una cura che va all’origine biologica di questi problemi. Abbiamo comunque farmaci che ci rendono più forti e ci aiutano a ritrovare l’equilibrio. Abbiamo solo sintomatici e la genetica rende certe persone più vulnerabili all’ansia patologica e alla depressione, ma ci vogliono dei fattori ambientali che le scatenino.

Per la prima occorre un anno di benessere continuato per dirsi davvero sereni “guariti”, per la seconda sei mesi se curata bene ma… occhio alle ricadute. E “tagliando” dallo psichiatra appena ci si accorge che cambia il proprio modo di essere. Una persona solitamente allegra, se inizia a diventare troppo tranquilla e silenziosa va rivista dallo specialista».


La psicoterapia serve?

«Non è alternativa ai farmaci se si è malati (ci sono dei meccanismi biologici che non possono essere “addestrati”), ma ripristina comportamenti di vita funzionali: dopo anni di “reclusione in se stessi” o ansia patologica, questi diventano cattive abitudini. È come se continuassimo a zoppicare con la gamba guarita. La psicoterapia modifica il comportamento, le modalità di ragionare e protegge dallo stress».


Il depresso senza lacrime

Siamo abituati a pensare che le persone depresse si riconoscono dai segni della disperazione, con il pianto frequente come espressione della loro tristezza profonda: «Ma non è così», spiega il professor Perna.

«Piangere è un’emozione, e la depressione patologica profonda arriva a un punto che nessuna reazione emotiva è possibile, al contrario dell’ansia e dell’esaurimento nervoso. Il pianto è espressione di uno sconforto che nell’immobilità che contraddistingue questa malattia non c’è. Se esiste, invece, è paradossalmente un buon segno, perché significa che il paziente non ha toccato il fondo ed è ancora parzialmente reattivo a quello che gli succede».


I momenti peggiori: l'inizio e la fine della giornata

Depressi e ansiosi sono divisi per comportamento e sintomi, ma in parte anche dal momento peggiore della giornata per loro. «Per i primi è il risveglio. Infatti, non hanno difficoltà ad addormentarsi, ma aprono gli occhi al mattino presto e si sentono già stanchissimi, come se non avessero riposato. Alla sera, invece, ritrovano un po’ di forza, qualcuno riesce persino a fare dei programmi per il giorno dopo, ma dipende dalla gravità della malattia», spiega il professor Perna.

«Gli ansiosi, invece, vedono come momento peggiore la sera: generalmente si addormentano tardi e con fatica, perché nella loro testa si affollano mille pensieri e il risveglio può essere lento e difficile. Insomma, l’ansioso fa colazione con le paure della notte, il depresso spesso non ha neanche la forza di farla e, tendenzialmente, mangia sempre poco e mal volentieri».


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