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Salute: le insidie del grasso nascosto

Si annida tra le arterie, nel fegato o intorno all’intestino. Un esperto ci spiega come scoprirlo e debellarlo



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di Francesca Soccorsi

Sono almeno 6 milioni gli italiani che, pur essendo normopeso per la bilancia, hanno troppo adipe. Come mai non se ne accorgono?


Perché lo specchio non rivela nulla. La loro “ciccia” non appesantisce le braccia, i fianchi, le cosce, ma rimane nascosta tra gli organi interni ella cavità addominale (intorno all’intestino, nel fegato) e nelle arterie. Sono, dunque, “grassi dentro”, come recita il titolo del nuovo libro (Mondadori Electa, 16,90 €) del professor Nicola Sorrentino, specialista in Scienza dell’Alimentazione e direttore della Columbus Clinic Diet. Lo abbiamo intervistato per saperne di più.


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In che modo possiamo accorgerci di essere “grassi dentro”?


«Con le analisi del sangue: se trigliceridi e glicemia sono nella norma, ma spostati verso i limiti superiori, e l’Hdl (il colesterolo buono) è basso, è necessario fare altre indagini, perché questi valori “borderline” possono essere i primi segnali di un accumulo di adipe viscerale. Quindi, è opportuno misurare l’insulina circolante». Questo ormone, prodotto dal pancreas, ha il compito principale di mantenere costante il livello di zuccheri nel sangue. Ma gioca un ruolo anche nel metabolismo dei grassi e delle proteine.


«È quindi importante capire se stiamo sviluppando un’insulino- resistenza (il pancreas deve produrre maggiori quantità di ormone perché le cellule rispondono meno alla sua azione). Questa condizione può portare non solo allo sviluppo del diabete, ma pure all’arteriosclerosi e al cosiddetto fegato grasso. Ecco perché l’altra indagine fondamentale da fare è un’ecografia epatica, in modo da verificare l’eventuale presenza di cellule adipose all’interno di questo importante organo».

Non basta l’Indice di massa corporea?

«No, perché mette in relazione solo peso e altezza di una persona, senza tener conto della percentuale e della distribuzione della massa grassa e di quella magra. Così, può capitare che individui con un Indice di massa corporea nella norma siano, in realtà, “grassi dentro”.


Più utile, semmai, è calcolare il rapporto fra la circonferenza della vita e quella dei fianchi: si prendono le due misure con un metro da sarta e si divide la prima per la seconda. Quando preoccuparsi? Se il rapporto fra i due valori è superiore a 0,85 per le donne e 0,90 per gli uomini. Per esempio: una donna con un girovita di 80 cm (considerato il limite massimo accettabile) andrà considerata “a rischio” con un girofianchi di 90 cm (rapporto 0,88) e non di 100 cm (rapporto 0,8)».

È vero che il grasso viscerale è il più pericoloso per la salute?


«Sì, perché può provocare diabete, malattie cardiovascolari e fare aumentare i livelli di colesterolo e trigliceridi nel sangue. Infatti, le cellule di grasso viscerale producono molecole che alterano la sensibilità all’insulina, la pressione arteriosa e la coagulazione del sangue e che creano uno stato di infiammazione cronica».

Quali sono le cause del suo accumulo?

«Predisposizione genetica a parte, a favorirlo sono la sedentarietà e l’alimentazione scorretta. Lo sport è importantissimo per evitare il deposito di grasso addominale ed eliminare (o ridurre) quello eventualmente già presente: basti pensare che chi è in sovrappeso, ma si muove con regolarità, ha un metabolismo migliore di chi è normopeso ma preferisce il divano alla palestra. La dose giusta di sport? Circa 30 minuti al giorno di attività aerobica (walking, jogging, nuoto, bici)».

A tavola come dobbiamo regolarci?


«Tra i principali responsabili dell’obesità metabolica c’è l’apporto eccessivo di calorie. I primi alimenti di cui bisogna ridurre il consumo sono il burro e, in generale, tutti i grassi saturi. In un pasto equilibrato, le calorie provenienti da questi nutrienti non dovrebbero superare il 7 per cento del totale: come dire 126 (pari a 14 g) in un regime da 1800 calorie. Poi occorre limitare il consumo di zuccheri semplici, farine raffinate e alcolici, che favoriscono l’insulino-resistenza e l’infiammazione del fegato.


I cibi su cui puntare? Cereali integrali, da accompagnare sempre con una piccola porzione di proteine (legumi, pesce, carne bianca) o con verdure, per evitare i picchi glicemici (cioè le impennate della concentrazione di zuccheri nel sangue), frutta e ortaggi in abbondanza, olio extravergine d’oliva a crudo e un po’ di frutta secca, come noci, mandorle, pistacchi, nocciole».

Oltre a muoverci di più e mangiare bene che cosa possiamo fare?


«Prenderci cura del nostro intestino, perché anche una flora batterica squilibrata può favorire accumulo di grasso viscerale, resistenza all’insulina, valori elevati di trigliceridi e colesterolo “cattivo” (Ldl) e ipertensione. Per far funzionare meglio l’intestino dobbiamo bere tanta acqua (circa 2 litri al giorno), che disintossica. Alcune minerali naturali (quelle ricche di solfati, calcio e magnesio, quelle cloruro-sodiche e quelle bicarbonato-alcaline) svolgono al meglio questa funzione. Per individuarle leggi l’etichetta».

UNA GIORNATA OK


>Colazione: caffè o tè con dolcificante,1 bicchiere di latte di mucca (parzialmente scremato) o di soia o 1 yogurt magro, 30 g di cereali integrali


>Metà mattina: 1 spremuta di agrumi o 3 noci 

>Pranzo: 1 insalata mista con 100 g di tonno al naturale e 1 cucchiaio di olio extravergine d’oliva, 1 panino integrale


>Merenda: 1 yogurt magro o 10 mandorle


>Cena: 90 g di gnocchetti integrali alle melanzane, 1 frutto a piacere o 1 quadretto di cioccolato fondente

Articolo pubblicato sul n.6 di Starbene in edicola dal 26/01/2016

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