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Depressione: due pazienti su tre non si curano

Sono molti a ignorare che, alla base del loro malessere, vi è una patologia ben precisa che può e deve essere curata



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Nonostante la depressione sia una condizione così diffusa, è ancora ampiamente sottovalutata sia nella popolazione anziana, dove il ritiro sociale è considerato quasi fisiologico, sia nella popolazione giovanile, dove determinati sintomi vengono interpretati genericamente come la conseguenza di stress o di condotte di vita poco regolari.

Il disturbo depressivo, in realtà, può manifestarsi in diverse forme cliniche tanto che si può parlare di depressione melancolica, reattiva (disturbo da adattamento), atipica, stagionale e persistente (la “vecchia” distimia).


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I più moderni studi scientifici hanno indicato come le molteplici sfaccettature della depressione siano ascrivibili al fatto che alla sua genesi non concorre una singola disfunzione, come per esempio può essere una carenza di serotonina, ma il disturbo si instaura a causa di complesse disregolazioni a carico di diversi neurotrasmettitori, tra i quali noradrenalina, dopamina, glutammato e altri fattori neurotrofici di derivazione cerebrale.

Nella popolazione anziana la diffusione della depressione si può considerare epidemica: dopo i 65 anni, quasi il 15% delle persone evidenziano disturbi depressivi di varia entità, mentre il disturbo depressivo maggiore arriva a interessare il 3% di loro.

Nella popolazione anziana però, si considera quasi fisiologico un certo ritiro sociale a causa di lutti e solitudine, come pure un certo declino cognitivo. Tale valutazione superficiale è spesso fatta non solo da parte degli affetti più cari ma anche, secondo alcune ricerche, dal personale sanitario.

Tutto questo rende ragione del fatto che due pazienti su tre non curano la loro depressione o perché nessuno fa notare loro che il malessere che provano è ascrivibile ad una patologia oppure a causa dello stigma che ancora circonda le malattie mentali.

In altri casi, il ritardo nella diagnosi di depressione è dovuto ad una sintomatologia depressiva più sfumata oppure alla presenza, tra i sintomi, della “perdita di speranza” (e quindi anche di essere aiutati).

La depressione non determina solo cambiamenti nell’umore, ma si accompagna anche a molti disturbi somatici (come mal di testa, affaticamento e disturbi digestivi) e ad una maggiore predisposizione, nei pazienti anziani, a infarti, malattie coronariche, cancro e demenza.

Nelle persone anziane con depressione non adeguatamente riconosciuta poi, emergono in maniera preponderante i disturbi cognitivi (perdita della memoria, deficit di attenzione, concentrazione, attribuiti all’età ma che contribuiscono allo scadimento della percezione di sé e della qualità di vita) che espongono questa fascia di pazienti ad un rischio raddoppiato di tentare il suicidio rispetto alla popolazione giovanile: si stima infatti che ogni anno, a causa della depressione, un milione di persone si tolga la vita.

Come precisa il Professor Carlo Altamura, Professore Ordinario di Psichiatria dell’Università degli Studi di Milano e Direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Salute Mentale della Fondazione IRCCS Ca’Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, «l’umor nero e il male di vivere interessano circa il 15% della popolazione e ben 5 milioni di cittadini over 55 in tutta Europa».

«Nonostante ci siano trattamenti efficaci, solo un paziente su tre viene curato adeguatamente; un terzo dei soggetti con depressione maggiore, inoltre, non risponde o risponde solo in parte ai trattamenti – prosegue l’esperto – Quest’ultima è una forma depressiva più grave che è stata definita Depressione Resistente e che necessita di un approccio diverso: aumento delle dosi di farmaco, combinazione con due molecole diverse o terapie con farmaci di ultima generazione e che abbiano come target diversi neurotrasmettitori. Questo perché il termine depressione non corrisponde a un singolo disturbo, ma a una varietà di fattori eziologici e forme cliniche: un puzzle clinico che necessita di grande empatia e corretta formazione clinica e psicofarmacologica da parte del curante e di una buona alleanza terapeutica con il paziente per arrivare ad ottenere i migliori risultati sia nel breve che nel medio-lungo termine».

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