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Depressione: quando chiedere aiuto?

Un male oscuro sempre più diffuso tra uomini e donne: la depressione si combatte con il coraggio, a cominciare da quello di chiedere aiuto



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di Alessandra Montelli

Inizia in sordina quel malessere strisciante che ti succhia l’energia vitale. Quasi senza accorgertene le giornate hanno assunto un colore grigio, privo di entusiasmo e di interesse. Il sole si leva e tramonta, ma tu vorresti solo restare a letto o non vedere l’ora di poterlo fare indisturbato. I pensieri si affollano nella mente senza seguire un iter logico, anzi si aggrovigliano su se stessi sino a perdere ogni forma di progettualità, per lasciare spazio ad un’incessante svalutazione di te stesso. La mente è avvolta in una nube oscura che non conosce luce, nemmeno se ti si propina un viaggio, un regalo, una festa o qualsiasi altra cosa che prima ti dava gioia. Tutto appare inutile, persino la tua stessa vita. Un quadro apocalittico? Eppure la condizione dei depressi internamente pare sia proprio così, se non peggio.

Non è sempre facile distinguere una semplice demoralizzazione da una reale depressione. «Si tratta di depressione quando la persona sperimenta per la maggior parte della giornata sentimenti quali: angoscia, stato dell’umore notevolmente abbassato, profonda tristezza, persistenza di pensieri cupi, sensi di colpa immotivati, abbattimento psicologico, difficoltà a concentrarsi e distrazione – specifica il professore Roberto Pani, docente di Psicologia Clinica all’Università di Bologna – A questi possono aggiungersi disturbi del comportamento come insonnia o ipersonnia, eccessiva stanchezza, affaticabilità per tutto, prostrazione fisica, difficoltà ad alzarsi dal letto, inappetenza o al contrario appetito fuori dal comune, atteggiamento passivo nei confronti della vita e, nei casi più severi, trasandatezza e difficoltà persino a lavarsi e vestirsi». In alcuni casi, la depressione è mascherata e si manifesta sotto forma di somatizzazioni tenaci, in assenza di problemi organici riscontrati.

Non è necessario che i sintomi si presentino tutti insieme nello stesso soggetto, anzi possono manifestarsi in modo e in quantità differente in ognuno. Se la condizione di profondo abbattimento dura da circa 2 mesi, è il caso di rivolgersi ad uno specialista, che può articolarsi in 2 figure specifiche: lo psicoterapeuta o lo psichiatra. Il primo può essere un medico o uno psicologo con specializzazione in uno o più indirizzi di psicoterapia. Il suo compito è quello di accompagnare la persona ad uscire dallo stato depressivo, servendosi delle varie tecniche psicoterapeutiche, che prevedono l’ascolto, l’uso della parola, l’interpretazione dei sogni, l’insegnamento di metodiche per ridurre i comportamenti distorti ecc.
Lo psichiatra invece è un medico specializzato in psichiatria, ed è l’unica figura (oltre al medico curante) autorizzata a prescrivere antidepressivi.

Non è mai consigliabile il fai da te nei casi di depressione accertata e nemmeno il ricorso ai rimedi palliativi, che potrebbero dare un sollievo immediato, cronicizzando però il problema di base. «Va subito chiarito che il farmaco spesso tampona i disturbi d’umore, permettendo al paziente di stare meglio e di ridurre i sintomi, ma la vera cura è affidata all’elaborazione di ciò che ha permesso il radicarsi della depressione. Nei casi, più severi la cura farmacologica si affianca a quella psicoterapeutica» – chiarisce l’esperto. Ci ha pensato il rapporto Censis a stimare il consumo degli antidepressivi, che dal 2001 al 2009 è salito del 114%.


E veniamo alla domanda cruciale: se si trascura la depressione cosa succede? «Di solito peggiora, instaurandosi come modalità con cui affrontare (ma sarebbe il caso di dire “non affrontare”) la vita. – spiega il Prof. Pani – Quasi mai regredisce da sola, e se accade solo nei casi di depressione reattiva, cioè quel tipo di depressione che si manifesta come risposta ad un evento luttuoso (una perdita, un licenziamento, una disgrazia, un abbandono). Va specificato infatti che una reazione depressiva ad eventi spiacevoli è più che normale, e di solito regredisce spontaneamente una volta che si è metabolizzato il lutto».

Diverso è il caso in cui la depressione reattiva inneschi un meccanismo di sofferenza psicologica che fatica a passare. A volte l’evento spiacevole può fornire solo da occasione ad un problema di umore che era latente e prima o poi sarebbe emerso”. Per questi motivi è sbagliato dire che la depressione è una patologia della volontà o della mancanza di forza d’animo: se non è grave, il soggetto vorrebbe uscire dall’incubo, ma da solo non ce la fa. Ecco che frasi come “tirati su, ci sono problemi ben più gravi, basta volerlo” possono solo peggiorare la situazione, facendo sentire in colpa il depresso.


E se a frenare dal chiedere aiuto è la paura di non meritarlo, si pensi che non si è soli: la depressione è più comune di quello che si immagina, tanto da “autorizzare” l’OMS ad ipotizzarla come la seconda patologia (dopo le malattie cardiovascolari) più grave per i prossimi 20 anni. Nel mondo il 25% delle donne e il 15% degli uomini hanno avuto un episodio depressivo almeno una volta nella vita.
Chiedere aiuto è un atto di coraggio che cambia il corso della tua vita: un depresso si vede sempre uguale a se stesso (pessimo!) o forse non si vede nemmeno. A volte sono i parenti a farlo per te, altre sei tu che - da solo, senza dire nulla a nessuno - alzi il telefono e chiami quello specialista che hai trovato su Internet. Sarà l’inizio di una rinascita.

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