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Sopravvivere alla fine di un amore: intervista a Paolo Crepet

Una relazione che muore è una ferita profonda. Che a qualsiasi età fatichiamo ad accettare e superare. Cosa fare? Ai nostri dubbi risponde Paolo Crepet, autore di un nuovo libro sul tema

ANSA/RICCARDO ANTIMIANI




C’è Paola che torna a casa e scopre che il marito l’ha lasciata portandosi via tutto, schiodando dal muro anche i battiscopa. C’è anche Tommaso che non riesce ad accettare la fine con l’infedelissima Francesca, nonostante lei gli sbatta in faccia i suoi tradimenti. Sono alcune delle storie raccolte da Alessandra Arachi nel saggio-reportage appena uscito per Solferino, Perché finisce un amore (Solferino, 16,90 €). Che non è la solita raccolta di racconti. Uno perché le storie sono tutte dolorosamente vere. Due perché ognuno di questi disastri sentimentali è commentato dal coautore del libro, lo psichiatra Paolo Crepet, che ha scandagliato gli otto “unhappy end” con sguardo da analista.


Dottor Crepet, perché finisce un amore?

«Per molte storie la fine è già scritta nell’inizio: quando ci innamoriamo il nostro sguardo è ingenuo, velato e tendiamo a sottovalutare segni e segnali. Faccio un esempio: scopriamo la prima menzogna e già ci raccontiamo che è solo un piccolo incidente, non ci passa per la testa di aver di fronte un potenziale bugiardo patentato. Gli amori finiscono perché pensiamo che l’altro cambi, anzi che noi lo faremo cambiare. Ma è l’esperienza che modifica le persone, non la nostra idea di cambiarle».


Quindi se fossimo più accorti eviteremmo di trovarci con il cuore in frantumi?

«In un certo senso sì. La maggioranza di noi, di qualsiasi età, sesso e appartenenza culturale, è affetta da “analfabetismo sentimentale”, cioè dall’incapacità di maturare un approccio emotivo diverso da quello delle generazioni precedenti. Evolviamo in tutto ma non nel modo di amare. Continuiamo a non conoscere e a non prevedere il comportamento dell’altro. Perché avvicinarlo davvero implica fare i conti con se stessi, con le parti più recondite e imbarazzanti della propria anima. E per questo si preferisce “l’arte dell’evitare”, del far finta, del raccontarsela. Anche se quel racconto ha poco a che fare con la realtà. Ci innamoriamo non tanto di qualcuno, ma di un’idea dell’amore che spesso non riguarda quell’individuo, ma la sua immagine edulcorata».


Ma non c’è un tipo/a che proprio dovremmo evitare?

«Sì, il classico stereotipo di cui ci innamoriamo sempre. Tendiamo a essere seriali e lo sono soprattutto gli uomini che amano spesso donne-fotocopia, identiche al punto che la seconda moglie assomiglia in tutto e per tutto alla prima. Questa coazione a ripetere fa sì che spesso le storie abbiano lo stesso svolgimento con l’inevitabile e identica fine. Il consiglio? Cercare di misurarsi con l’ignoto».


Qualche consiglio per quando la relazione funziona?

«Dirsi la verità. Invece di pensare a tradimenti o sotterfugi, confessarsi con il partner e dire “Non sto bene, parliamone”. Anche domandare ogni tanto “Come stai?” aiuta. Insomma, quando qualcosa non funziona, affrontare il problema, nel rispetto dell’altro. E poi non perdere la voglia di giocare e divertirsi, di sorprendersi. Quando un amore diventa scontato, comincia il suo decesso».


Quando la legnata arriva, fa male. Cosa non bisogna fare?

«Smettere di progettare controffensive. Vendicarsi non risolve nulla: non cura affatto il bruciore della sconfitta e dello smacco subito. Altra abitudine, questa tipicamente femminile è “psicologizzare”, nella continua e spesso vana ricerca nella biografia del partner dei motivi, reconditi o supposti tali, che hanno portato alla catastrofe. È un modo, non privo di astuzia, di deresponsabilizzarsi, per evitare di assumersi responsabilità alcuna. Per mia esperienza, vale sempre la regola del 50%: la colpa è sempre da dividere a metà».


Qual è l’atteggiamento migliore per accettare la fine di una relazione?

«Prima cosa, restare calmi e fare il meno possibile. Lo so, essere lucidi in un momento doloroso è difficile ma è proprio quando non lo si è che si combinano cavolate. Secondo punto, fare autocritica e assumersi le proprie responsabilità. È inutile precipitarsi in un crogiuolo di autocommiserazione e risentimento, meglio capire cosa non ha funzionato per non ricaderci di nuovo.Terzo ma importantissimo consiglio: cercare di sdrammatizzare. A tutti capita d’imbattersi in un amore sbagliato, non è una tragedia, fa parte delle inevitabili esperienze del curriculum amoroso di ognuno».


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Articolo pubblicato nel n° 22 di Starbene in edicola dal 14 maggio 2019

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